Chi era Mao Zedong

Mao Zedong (1893-1976) è considerato il padre della Repubblica popolare cinese. Fu sotto la sua guida che il Partito comunista cinese, in seguito alla vittoria conseguita nella sanguinosa guerra civile tra nazionalisti del Kuomintang e i comunisti, andata in scena fasi alterne dal 1927 al 1950, salì al potere scacciando, una volta per tutte, il “secolo di umiliazioni”.

Grazie a Mao, il primo ottobre 1949, prendeva vita una Cina finalmente unificata e libera dalle dominazioni straniere. Il Grande Timoniere – questo uno dei suoi soprannomi – fu il primo presidente della Rpc, carica che ricoprì effettivamente dal settembre 1954 all’aprile 1959, quando le redini passarono a Liu Shaoqi. La sua vita è stata un concentrato di avvenimenti che hanno avuto effetti più o meno devastanti per il popolo cinese. Secondo Deng Xiaoping, Mao fu “per il 70% buono e per il 30% cattivo”, anche se il leader cinese non ha mai intenzionalmente specificato quali furono i suoi contributi e quali gli errori.

Mao nasce il 26 dicembre del 1893 a Shaoshan, una cittadina cinese situata nella provincia dello Hunan. La sua era una famiglia di coltivatori agricoli ed era moderatamente prospera. Mao Yichang, il padre, e Wen Qimei, la madre, ebbero due figli ma entrambi morirono senza superare l’infanzia. Mao fu il terzogenito, nonché il primo che riuscì a farcela.

La signora Wen, di fede buddhista, diventò ancora più devota nella speranza che Buddha proteggesse il suo piccolo. Il nome che fu assegnato a Mao era particolarmente complesso: Tse Tung, occidentalizzato in Zedong. Alla lettera “Tse” significa “splendere”, ed era il nome attribuito a tutta la sua generazione, mentre “tung” sta per “l’oriente”. Dunque, il significato del nome di Mao è “splendere sull’oriente“. In seguito Mao ebbe altri due fratelli.

Della sua infanzia sappiamo che Mao amò sua madre con un’intensità che non mostrò verso nessun altro. Pare che non fu mai sgridato e che, seguendo le sue orme, diventò buddhista fino all’età di 16 anni. “Adoravo mia madre. La seguivo ovunque andasse, mi recavo alle feste nei templi, bruciavo incenso e banconote, rendevo omaggio al Buddha poiché mia madre ci credeva”, disse ai suoi assistenti.

Diverso il rapporto con il padre, conflittuale fino all’eccesso. Nel 1968, quando Mao si vendicò dei suoi avversari politici, rivelò ai torturatori che avrebbe desiderato vedere il padre trattato con la stessa brutalità. “Mio padre era malvagio. Fosse vivo oggi dovrebbero fargli fare l’aereo”, disse il leader cinese riferendosi a una dolorosissima posizione usata nella tortura.

A 14 anni Mao fu costretto dal padre a sposare tale Luo Shi, ragazza che non fu mai accettata come moglie dal futuro leader cinese. Nel 1918 si diplomò presso la scuola normale di Changsha. In seguito viaggiò a Pechino e riuscì a lavorare nei panni di assistente sotto Li Dazhao, il direttore della biblioteca universitaria. Nella capitale cinese Mao sposò Yang Kaihui, dalla quale ebbe due figli. Le nozze durarono tuttavia poco perché Yang fu imprigionata e uccisa dai nazionalisti nel 1930.

Nel periodo in cui lavorò presso la biblioteca Mao diede sfogo a una delle sue più grandi passioni: la lettura. Qui apprese le prime rudimentali idee politiche, le stesse che qualche anno più tardi avrebbero plasmato la sua leadership sulla vita di un quarto della popolazione mondiale e le sue responsabilità di fronte alla morte di oltre 70 milioni di persone (più di ogni altro leader vissuto nel XX secolo).

Nel 1921 Mao partecipò al primo congresso del Partito comunista cinese tenutosi a Shanghai. Due anni dopo fu eletto nel comitato centrale del partito. Mao Zedong non si limitò soltanto a trapiantare in Cina il comunismo sovietico. Fu abile nell’adattare questa ideologia al contesto cinese, un contesto ricco di contadini ma avaro di proletari, gli stessi che la teoria marxista-leninista considerava forza motrice della rivoluzione per rovesciare lo Stato. Per Mao tutto doveva partire dai contadini.

Nel 1923 i comunisti si allearono con i nazionalisti nel tentativo di scacciare i giapponesi, che premevano a nord, e debellare i signori della guerra. Le discrepanze tra i due schieramenti furono tuttavia troppo grandi, e così si consumò una spaccatura insanabile, dalla quale scaturirà l’epica “Lunga Marcia“. Gli uomini di Mao dovevano fare i conti con due fronti: i nazionalisti, che nel frattempo si erano ritirati tra le montagne del Sichuan, e i giapponesi, frenati a nord proprio dai comunisti.

Respinto il Giappone, al termine della Seconda guerra Mondiale, si scatenò la già citata guerra civile tra comunisti e nazionalisti. Il 10 dicembre 1949 l’esercito comunista assediò Chengdu, l’ultimo baluardo del Kuomintang. Quello fu il giorno che Chiang Kai Shek, capo dei nazionalisti, fu costretto a ritirarsi sull’isola di Taiwan. “Un foglio di giornale è più potente di una palla di cannone”, ripetevano a memoria i seguaci del comandante Mao.

L’ideologia che guidò la Cina di Mao fu il maoismo, una sorta di marxismo-leninismo sinizzato, ovvero adattato alla realtà cinese. Tra i vari provvedimenti intrapresi dal presidente ci fu quello di collettivizzare l’agricoltura, una pratica talvolta vide i proprietari terrieri espropriati delle proprie terre, ridistribuite ai contadini poveri.

Tra il 1951 e il 1952 Mao colpì duramente i ricchi e i “capitalisti sospetti”, molti dei quali sottoposti a pubbliche sessioni di autocritica. Un buon numero che è riuscito a sopravvivere ai pestaggi si suicidò in un secondo momento a causa dell’umiliazione patita. Tra il 1953 e il 1958 il governo cinese lanciò il primo piano quinquennale. L’intenzione di Mao era quella di trasformare la Cina in una potenza industriale. Nel 1958 prese così forma il cosiddetto Grande balzo in avanti.

Il Grande Timoniere esortò gli agricoltori a fondere ogni oggetto in ferro per aumentare la produzione di questo materiale e rendere il Paese una superpotenza. Peccato che così facendo, oltre a sprecare tempo e risorse, i contadini non ebbero modo di dedicarsi ai raccolti, che risultarono insoddisfacenti a sfamare l’intera popolazione. Nella grande carestia del 1958-1960 si stima che morirono tra i 30 e i 40 milioni di cinesi, anche se altre fonti parlano di 70 milioni o addirittura un numero ancora maggiore.

Durante la sua lunga parabola, Mao fu promotore di altre imprese. Ad esempio la Cina strinse un’alleanza di ferro con l’Unione Sovietica (rotta negli anni ’50), intervenne nella Guerra di Corea contro gli Stati Uniti, invase il Tibet e partecipò al cosiddetto conflitto sino-indiano del 1962. Tra gli aspetti positivi dell’epoca maoista, oltre alla riunificazione e liberazione della Cina – per molti cinesi una vera e propria manna dal cielo – dobbiamo segnalare l’incremento dell’aspettativa di vita della popolazione e l’aumento del tasso di alfabetizzazione.

In seguito al disastroso Grande balzo in avanti, il Partito Comunista cinese, per bocca di Liu Shaoqi, criticò la mossa di Mao, il quale fu messo da parte all’interno della struttura di potere dello stesso partito. In quegli anni, pragmatisti e moderati, incarnati nelle figure di Liu e Deng Xiaoping, presero piede offuscando il Grande Timoniere. Per anni Mao rimase una sorta di prestanome del governo, tramando il ritorno al potere e la vendetta.

Nel 1966, utilizzando la leva delle “tendenze capitaliste”, il 73enne Mao intimò ai giovani di riprendere la rivoluzione, attaccando gli elementi controrivoluzionari e di destra. Prese il via la cosiddetta Rivoluzione Culturale.

Le Guardie Rosse avrebbero quindi fatto tabula rasa dei “Quattro vecchiumi”: costumi, cultura, abitudini, idee. Liu e Deng erano stati allontanati dalla leadership del partito: il primo morì in circostanze misteriose mentre il secondo fu esiliato a lavorare in una fabbrica di trattori rurali (suo figlio fu addirittura gettato da una finestra e rimase paralizzato). La Rivoluzione Culturale fu dichiarata terminata nel 1969, anche se di fatto proseguì fino al 1976, anno della morte di Mao.

In politica estera dobbiamo segnalare, tra gli altri avvenimenti, l’intervento cinese nella Guerra di Corea (1950-1953). Terrorizzato che gli americani riuscissero a piegare i nordcoreani e premere sul confine cinese, Mao decise di inviare milioni di uomini a sostegno di Pyongyang. Nel corso della guerra coreana morì anche Mao Anying, figlio prediletto del Grande Timoniere. Secondo alcuni fu questa la vera causa che spinse Mao Zedong all’intervento. In ogni caso, il Dragone riuscì a imbrigliare Washington in un conflitto ancora formalmente attivo (è stato firmato soltanto un armistizio).

Nell’ottobre 1962 vale la pena ricordare il conflitto sino-indiano, un intenso braccio di ferro andato in scena tra Cina e India per il controllo della parte nordoccidentale del territorio indiano Aksai Chin e nordorientale Nefa (North East Frontier Agency). Nuova Delhi, nonostante il supporto americano, fu sconfitta da Pechino e perse una discreta porzione di territorio himalaiano, lo stesso rivendicato ancora oggi dal governo indiano.

Il 1972, infine, è l’anno della storica visita di Nixon in Cina, la prima visita di un presidente americano oltre la Muraglia. In quel periodo, non dimentichiamolo, il Dragone considerava la Cina uno dei suoi più acerrimi rivali. L’allora inquilino della Casa Bianca incontrò Mao. La loro stretta di mano dette il via alla normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi.

Ridai il sorriso ai sopravvissuti agli islamisti
DONA ORA