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Chi era il cardinale Richelieu

L’espressione eminenza grigia, dal francese éminence grise, è parte integrante del vocabolario universale dell’umanità. L’eminenza grigia è una figura, solitamente anziana – sebbene il grigio sia più un riferimento alla natura caliginosa del personaggio che all’età –, che affianca e supporta costantemente, ma riservatamente, il capo di Stato, fornendogli consigli, suggerendo politiche da adottare e formulando strategie da implementare.

L’eminenza grigia è il consigliere per antonomasia, una persona che, essendo più realista del re, spesso e volentieri può combaciare con o sovrapporsi ad altre figure simili, quali sono il potere dietro alla corona e il grande burattinaio. Ogni capo di Stato che si rispetti ha una o più eminenze grigie: loschi ma preparati figuri, battezzati alle arti sacre della guerra e della diplomazia, che sanno come muoversi nel mondo, che conoscono le leggi del bellum omnium contra omnes e che aiutano i loro re Davide ad affrontare e vincere i Golia di turno.

Ma da dove proviene questo modo di dire che ha segnato l’immaginario collettivo (non soltanto occidentale)? Da quell’epoca di grandi stravolgimenti politici, guerre religiose e rivalità dinastiche che ha fatto la storia dell’Europa: la guerra dei trent’anni. E colui che, più di ogni altro, avrebbe lavorato per eternare il proprio nome, spingendo la posterità a ricordarlo come l’eminenza grigia, fu il cardinale Richelieu, colui “che faceva tremare con la sua politica la Francia e l’Europa”.

Il cardinale Richelieu, al secolo Armand du Plessis, nasce a Parigi il 9 settembre 1585 da una famiglia della piccola nobiltà di Poitou. Suo padre, François, era signore di Richelieu e sua madre, Susanne, proveniva da una famiglia di giuristi. Non avrebbe mai avuto il modo di conoscere realmente suo padre, morto in battaglia durante le guerre di religione francesi, mentre il futuro cardinale aveva soltanto cinque anni.

Immiserito e di salute cagionevole, il piccolo Armand fu inviato dalla madre al collegio di Navarra (Parigi) per studiare filosofia all’età di soli nove anni. Conclusi gli studi, il giovane avrebbe voluto intraprendere la carriera militare, ma un improvviso dono proveniente dall’allora re Enrico III, per commemorare la vita e la morte di François, lo avrebbe infine condotto verso la Chiesa. Investiti del titolo di reggenti della diocesi di Luçon, i restanti du Plessis optarono per iniziare Armand alla carriera ecclesiastica. Accettato l’onere-onore, non prima di aver studiato nei dettagli il cattolicesimo e di aver ottenuto un via libera ad hoc da parte di Paolo V per via della giovane età, Armand fu intronizzato vescovo di Luçon nel 1607.

Una carriera scelta da altri per lui, quella del clero, ma che lui, Armand, avrebbe fatto propria e dimostrato subitaneamente di amare con ardore. Ad esempio, poco dopo aver assunto la guida della diocesi di Luçon, Armand diventò il primo vescovo di Francia ad implementare le riforme istituzionali prescritte e delineate dal Consiglio di Trento.

E fu precisamente qui, all’interno dell’influente Chiesa cattolica, che Armand fu introdotto alle arti sacre della guerra e della diplomazia segreta, venendone completamente stregato. Qui, all’ombra di campanili e sagrestie, avrebbe imparato ogni segreto utile a diventare l’uomo più potente di Francia dal frate cappuccino François Leclerc du Tremblay, anche noto come l’eminenza grigia, dal quale avrebbe preso anche il soprannome.

Nominato dai chierici di Poitou quale loro rappresentante agli ultimi Stati generali del diciassettesimo secolo, quelli dell’anno domini 1614, quivi poté mostrare alla Francia che contava il proprio volto, le proprie idee e il proprio acume. Nel dopo-stati generali, non a caso, entrò a far parte della corte di Luigi XIII in qualità di grande elemosiniere.

Una volta fatto ingresso alla corte del re, il giovane ma saggio vescovo entrò nelle grazie di Concino Concini, il capo del governo di Luigi XIII, aiutandolo nell’elaborazione di strategie attinenti alle relazioni internazionali del regno. Dalla gestione degli affari religiosi a quella degli affari esteri il passo fu relativamente breve: nel 1616 fu nominato Segretario di Stato. Ma l’incarico sarebbe stato mantenuto soltanto per poco tempo: una volta assassinato Concini, rimasto vittima di un intrigo di palazzo, Armand fu destituito. Il re, comunque, lo avrebbe richiamato rapidamente, affidandogli l’incarico di mediare tra lui e la regina, che, sconvolta dall’omicidio di Concini, aveva dato inizio ad una ribellione tra gli aristocratici.

Il vescovo-stratega riuscì nell’ardua impresa di riportare la regina a più miti consigli, restaurando la pace in famiglia e nel regno con il trattato di Angouleme. A partire da quel momento, saggiate ufficialmente le sue abilità diplomatiche e la sua lealtà alla Corona, Luigi XIII lo avrebbe impiegato come proprio consigliere – un ruolo ricoperto fino alla morte.

Il cardinale Richelieu avrebbe dato prova di essere più realista del re, o meglio di possedere ciò che soleva definire il senso per la raison d’Etat (ragion di Stato), poco dopo essere divenuto il consigliere di Luigi XIII. Aveva capito che per evitare che la Francia venisse soverchiata dall’accerchiante dinastia Asburgo, che all’epoca regnava sia sulla Spagna sia sull’Austria, la Corona parigina avrebbe dovuto scendere a compromessi con i propri nemici, utilizzando l’astuzia e l’imprevedibilità come armi.

Fu così che, allo scoppio della crisi valtellinese, per evitare che il ramo spagnolo degli Asburgo prendesse il controllo dell’odierna Lombardia, il cardinale decise di supportare le armate dei Grigioni (svizzeri protestanti). Un cattolico, per di più appartenente al clero, che aveva cacciato dei cattolici con l’aiuto di protestanti: una prima assoluta di “ecumenismo strategico“, in un’epoca bagnata dal sangue delle guerre religiose, che lo avrebbe reso un nemico, quasi un eretico, agli occhi del Papa, ma che lo avrebbe reso grande in Francia.

Politica estera a parte, il cardinale aiutò il re ad accelerare il processo di centralizzazione del potere, suggerendogli di ridurre l’influenza della nobiltà feudale nell’ottica di prevenire rivolte in tempi di crisi. Chiunque avrebbe potuto essere una potenziale quinta colonna al servizio altrui, soprattutto i piccoli nobili alla costante ed avida ricerca di maggiori ricchezze, perciò il cardinale persuase il re della necessità di privare i castelli delle loro fortificazioni, indebolirne le armate e controllarne le finanze. Rimanendo sul fronte interno, il cardinale, realizzando l’incredibile potere di quello strumento allo stato embrionale chiamato stampa, spinse il re a imporre dei controlli sulla pubblicazione dei contenuti – una censura ante litteram – onde evitare la diffusione di notizie esiziali per l’ordine costituito.

Non meno duro sarebbe stato nei confronti della minoranza ugonotta, effettivamente supportata da Londra in chiave antifrancese, che, dopo averla sconfitta a La Rochelle, decise di privare dei diritti politici e di protezione. I protestanti avrebbero continuato ad essere tollerati, come stabilito dall’editto di Nantes del 1598, ma il lungimirante cardinale li aveva messi nella posizione di non nuocere alla sicurezza dello Stato.

Divenuto ufficialmente duca di Richelieu nel 1629, a seguito delle innumerevoli vittorie conseguite in una varietà di fronti simultaneamente, il cardinale avrebbe trascorso gli anni successivi a combattere contro l’accerchiamento della Francia da parte della dinastia Asburgo, divenendo il più grande sostenitore di una Germania mantenuta divisa e frammentata in centinaia di staterelli in guerra tra loro. Quest’ultimo fu il motivo per cui, allo scoppio della guerra dei trent’anni, il cardinale persuase il re a parteciparvi: Parigi doveva impedire la materializzazione di una nuova potenza nel cuore d’Europa – Berlino –, che, stesa su una terra ricca di risorse naturali e forte di una mentalità improntata all’efficienza e di una cultura militare di tutto rispetto, avrebbe potuto egemonizzare l’intero continente.

Sullo sfondo dello stato di guerra permanente fuori e dentro la Francia, il cardinale dovette affrontare una serie di minacce alla propria vita. Consapevole di essere inviso alla piccola nobiltà, nonché alla stessa famiglia del re e alle corti di tutto il continente, Richelieu creò un ristretto ed esclusivo sistema di spionaggio personale – non al servizio del re, ma al proprio – che, negli anni, si sarebbe rivelato fondamentale, sventando complotti, intrighi e tentativi di assassinio.

Richelieu, diplomatico, stratega e capo di uno dei servizi di spionaggio più efficienti ed estesi di tutta Europa – rispondenti non ad uno Stato, quanto ad un solo uomo –, grazie alla propria rete di spie sarebbe riuscito a sopravvivere a diversi attentati contro la sua vita e, cosa non meno importante, a prevedere la trasformazione di propri seguaci in nemici, come l’insospettabile Henri Coiffier de Ruzé, un marchese, amico di famiglia, che il chierico avrebbe fatto giustiziare a seguito della scoperta di un complotto ordito con gli Asburgo di Spagna.

Morì sul finire della guerra dei trent’anni, il 4 dicembre 1642, a soli 57 anni, a causa di una salute cagionevole mai fortificatasi. Morì circondato da invidie e inimicizie, perché dotato di un’intelligenza fuori dal comune, che gli permise di prevedere il futuro come un chiaroveggente, ma non prima di lasciare un ultimo dono al mondo: il cardinale Giulio Mazzarino. Quest’ultimo, iniziato dall’eminenza grigia alle arti della strategia e della diplomazia, avrebbe raccolto il legato del maestro e tentato di portarne avanti la lungimirante agenda per l’Europa basata sul mantenimento in stato di divisione delle terre germaniche, sul rafforzamento dello Stato centrale francese e sul doppio contenimento degli Asburgo di Spagna ed Austria.

Richelieu ha lasciato una mole di insegnamenti alla posterità, un bagaglio immane di lezioni in materia di statismo, diplomazia e geopolitica da cui sarà possibile attingere per sempre. Perché, oggi (e domani) come ieri, il vissuto dell’eminenza grigia (ci) rammenta che:

  • Il nemico del mio nemico è mio amico – gli svizzeri, gli olandesi e gli svedesi protestanti contro gli Asburgo cattolici.
  • La religione, come ogni altra cosa nelle relazioni internazionali, è semplice politica – Stati cattolici possono combattersi tra loro, ed un protestante può aiutare l’uno a vincere l’altro. Accadde nell’Italia settentrionale, con il supporto francese alle forze svizzere in chiave antiaustriaca, ma anche negli attuali Paesi Bassi, con l’aiuto agli olandesi in chiave antispagnola, e con il regno di Svezia, alleato contro gli Asburgo.
  • Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio – avere un controspionaggio personale e parallelo che veglia sugli organi spionistici ufficiali può risultare salvavita, permettendo di stanare doppiogiochisti e sventare intrighi di palazzo altrimenti impossibili da scoprire.
  • Prevenire è meglio che curare – privando feudatari e piccoli nobili dei loro eserciti, e sguarnendo le loro fortezze, lo stratega con il rosario voleva impedire che proliferassero quinte colonne potenzialmente letali nei territori di Francia. La stessa strategia sarebbe stata impiegata nei confronti degli ugonotti, una minoranza protestante permeabile alle infiltrazioni esterne, specialmente inglesi, e dunque da monitorare e spogliare di alcune concessioni.
  • Possedere lungimiranza – cercando di evitare l’unificazione dei territori tedeschi sotto un’unica bandiera, il cardinale avrebbe voluto impossibilitare l’emergere di una superpotenza nel cuore d’Europa, di gran lunga più pericolosa di Austria, Inghilterra e Spagna, e la storia successiva gli avrebbe dato ragione.
  • L’imprevedibilità è un’arma – il cardinale Richelieu seppe sorprendere i rivali di Francia ricorrendo all’impiego di mercenari, ufficialmente sul libropaga inglese, per operare sabotaggi nelle terre tedesche.
  • Ricostruire dalle fondamenta può essere più conveniente di un restauro – diffidente nei confronti del sistema Francia basato sul duopolio di alta borghesia e nobiltà feudale, l’eminenza grigia persuase il re della necessità di limitare il raggio d’azione politico-militare dei più abbienti, finanche privandoli dei loro eserciti, e creò un nuovo sistema di riscossione dei tributi basato sulle figure degli intendenti in sostituzione del precedente centrato sugli ufficiali locali, notoriamente corrotti e inaffidabili.
  • L’importanza di trasmettere i sogni – trovando nel futuro cardinale Mazzarino il proprio erede, da Richelieu iniziato alle arti dell’inganno, della diplomazia, della guerra e dello statismo, la visione di una grande Francia concepita dal cardinale-stratega sarebbe sopravvissuta e avrebbe prosperato negli anni a venire.

I suoi contemporanei lo avrebbero odiato, attentando più volte alla sua vita, ma la storia avrebbe dato ragione ai suoi sforzi: la Francia, alleandosi tatticamente con le forze protestanti durante la guerra dei trent’anni, sarebbe uscita dal conflitto come una grande potenza in ascesa. La dinastia Asburgo, condotta all’astenia finanziaria perché mirabilmente trasformata da accerchiatrice ad accerchiata, nel dopoguerra sarebbe entrata in un lungo periodo di declino.

Altrettanto determinante si sarebbe rivelata l’agenda di Richelieu per gli affari interni, con il processo di accentramento e riorganizzazione funzionale alla costruzione della macchina burocratica più avanzata d’Europa e con l’avanguardistica rete spionistica utile per i successori a scovare quinte colonne e agenti stranieri e a completare la foggiatura del futuro Stato. Per i motivi di cui sopra, il cardinale Richelieu è ritenuto da alcuni storici il padre degli stati-nazione europei.

L’eredità dell’eminenza grigia, però, è molto più vasta e tangibile. A lui è debitore la scuola del realismo politico – essendo stato un teoreta professante del muscolarismo, della ragion di Stato e dell’amoralità in politica –, a lui si deve la presenza del francese nell’America settentrionale – vide del potenziale nelle missioni dell’esploratore Samuel de Champlain, supportandolo nella fondazione della città di Québec, perciò ivi si trova un fiume che porta il suo nome – ed è sempre a lui, o meglio alla sua idea di una Germania frammentata per il bene dell’Europa, che pensarono Roosevelt e Stalin nel secondo dopoguerra, avallando la bipartizione dello stato tedesco – inizialmente diviso in quattro parti.