Chi è Yossi Cohen, il direttore del Mossad

Dietro ogni grande statista aleggia l’ombra di abili diplomatici, eminenze grigie e strateghi lungimiranti; persone che alla luce dei riflettori del palcoscenico internazionale preferiscono l’anonimato e il buio garantiti dal dietro le quinte, il luogo in cui tecnici, registi e sceneggiatori preparano gli attori per lo spettacolo. Nel caso di Israele, l’attore, ossia lo statista, è il longevo primo ministro Benjamin Netanyahu. Ma c’è anche un regista, oltre che attore: è Yossi Cohen, l’influente direttore del Mossad.

Yosef Meir Cohen, soprannominato Yossi, nasce a Gerusalemme il 10 settembre 1961. Cresce in una famiglia di ebrei osservanti nel quartiere Katamon, luogo di pluralismo culturale e religioso per via della presenza sedimentata di cristiani ortodossi di rito greco. Dai genitori, il padre era un veterano e la madre era un’insegnante, apprende l’importanza della devozione alla bandiera ed eredita un forte senso di adesione agli ideali del sionismo religioso.

Cohen nasce, cresce e si forma in ambienti confessionali: prima la famiglia, poi la scuola – frequenta l’istituto di istruzione superiore Yeshivat Or Etzion, nel quale gli viene impartita un’educazione religiosa e riceve nozioni di formazione militare – e infine l’attivismo politico, che lo conduce a militare nelle file del Bnei Akiva, il movimento giovanile sionista più popolare e numeroso del pianeta.

L’arruolamento nelle forze armate per via dell’istituto di leva avviene nel 1979. Nell’esercito si distingue per un fatto molto importante: è avido di conoscenza, impavido e carismatico, tre caratteristiche lo spingono a proporsi come volontario per gestire progetti, per guidare piccoli gruppi di commilitoni e per partecipare a programmi di formazione.

Inizia come tutti a svolgere mansioni basilari in qualità di soldato semplice, in seguito approda nella Brigata dei paracadutisti e infine viene promosso a comandante di squadra. Una volta terminata la leva, Cohen vola a Londra per un breve periodo, essendo interessato al mondo universitario, ma nel 1982 decide di fare ritorno in patria per arruolarsi nell’agenzia per la sicurezza estera, il Mossad.

La sua carriera nel Mossad inizia nel reparto “gestione degli agenti”, dove viene introdotto all’arte dello spionaggio. Lì, infatti, gli viene insegnato a reclutare spie e a supervisionarne l’operato. La formazione sul lavoro termina rapidamente e con successo: Cohen, infatti, si distingue per le abilità di arruolare spie capaci e di saper controllare in maniera autonoma l’operato della sua rete internazionale.

La scalata ai vertici dell’agenzia di sicurezza è lunga ma ascendentale: dopo aver trascorso più di un ventennio a reclutare spie, riuscendo a trovare il tempo di laurearsi con lode all’università Bar-Ilan in studi sulla sicurezza, nel 2006 viene promosso alla direzione dello Tsomet, la divisione che gestisce l’intera attività degli agenti operativi e degli informatori. È negli anni alla guida dello Tsomet che consolida ulteriormente la reputazione di tuttofare, di agente affidabile e di capo carismatico, e che vince uno dei più alti riconoscimenti previsti per i servizi resi alla sicurezza nazionale, il Premio per la Difesa di Israele.

Nel 2011 abbandona la guida dello Tsomet per assumere la vice-direzione del Mossad, all’epoca diretto da Tamir Pardo. La posizione viene ricoperta per due anni, perché nell’agosto 2013 viene selezionato da Benjamin Netanyahu come Consigliere per la sicurezza nazionale. L’esperienza di Cohen nel ruolo dura due anni anche in questo caso; le sue capacità, infatti, colpiscono il primo ministro a tal punto da volerlo alla direzione del Mossad.

La nomina avviene nel dicembre 2015, diventando effettiva il mese successivo, ossia con l’inizio del nuovo anno. I traguardi raggiunti da Cohen in soli quattro anni sono stati molteplici e lo hanno trasformato in un personaggio celebrato dal pubblico e papabile in una possibile competizione elettorale per la guida del governo.

A Cohen viene dato il merito di aver fatto entrare il Mossad in una nuova “epoca d’oro”, avendone affinato le abilità diplomatiche e potenziato il raggio d’azione su scala planetaria, ragion per cui Netanyahu ha preannunciato di voler estendere il suo mandato.

È dall’anno scorso che circolano indiscrezioni riguardanti la possibile entrata in politica di Cohen. Il direttore del Mossad, infatti, negli ultimi quattro anni ha guadagnato la piena fiducia di Netanyahu, che lo vorrebbe come proprio successore nel Likud. La permanenza al potere di Netanyahu, infatti, sta volgendo lentamente al termine, logorata dagli scandali di corruzione, dalle crescenti difficoltà a governare e dal fermento nella società civile.

Il Likud, il cui peso è aumentato progressivamente negli anni recenti grazie ai successi in politica estera e a dinamiche sociali e demografiche favorevoli, avrà soltanto un modo per continuare a dominare la vita politica nel dopo-Netanyahu: trovare una guida astuta, carismatica e in grado di orientare il Paese nell’arena internazionale. Quella guida potrebbe essere Cohen, la spia sui generis che, pur lavorando nel dietro le quinte, non disdegna la luce dei riflettori; fatto quest’ultimo, che gli ha permesso di ottenere un’elevata notorietà sia in patria che all’estero.

Cohen, inoltre, provenendo dai servizi segreti, avendo dedicato la vita alla protezione del Paese ed essendo esente da scandali, potrebbe gareggiare in – e vincere – una competizione elettorale con relativa facilità, risultando inattaccabile dagli avversari e apprezzabile da ampi settori dell’elettorato, al di là delle preferenze ideologiche, perché ritenuto un personaggio in grado di unire la nazione.

Il Mossad dell’era Cohen è, in breve, un potere nel potere, una realtà parallela che si muove nell’ombra per difendere l’interesse nazionale in una varietà di modi: spionaggio, furti da archivi segreti, omicidi mirati, sabotaggi ad infrastrutture critiche, diplomazia segreta. A Cohen si deve il ritorno dell’agenzia all’azione, ossia alla conduzione di operazioni ad alto rischio come il recente assassinio di Mohsen Fakhrizadeh e il furto di segreti nucleari dagli archivi di Teheran nel gennaio 2018.

La passione di Cohen per l’azione si deve ad una combinazione di fattori: la formazione militare-religiosa, una vita dedicata allo spionaggio internazionale, la dedizione al dovere promanante da un’adesione simbiotica agli ideali del sionismo e, ultimo ma non meno importante, il rapporto che lo lega a Netanyahu. Quest’ultimo, che vede in Cohen il proprio erede ideale, negli anni dell’era Obama ha iniziato un lungo percorso di emancipazione dalla Casa Bianca alla luce del sentimento di insoddisfazione provocato dalle politiche statunitensi nell’area Medio Oriente e Nord Africa.

Nella visione di Netanyahu, che è condivisa da Cohen, l’Iran non può ottenere concessioni politiche di alcun tipo, la sua agenda espansionistica in Mesopotamia va contrastata con ogni mezzo – come ad esempio gli attacchi chirurgici in Siria e Iraq – e le pressioni sull’ordine khomeinista vanno aumentate progressivamente fino al momento della caduta.

Cohen è colui al quale è stata affidata la missione più ardua: uccidere il grande sogno egemonico iraniano di dare vita ad un corridoio transmesopotamico esteso da Teheran a Beirut, passando per Baghdad e Damasco, il cosiddetto “asse della resistenza“. L’unico modo per fermare l’Iran era ed è, secondo il direttore del Mossad, il completamento dei lavori nel cantiere aperto più importante: il mondo arabo.

La convergenza strategica Israele e petromonarchie wahhabite ha avuto inizio all’indomani della rivoluzione iraniana, risultato del comune timore di un Iran in forte espansione nel Medio Oriente, ma nessuno era mai stato in grado di trasformare in un’alleanza pubblica quel sodalizio nascosto, circoscritto al dialogo sulla questione palestinese e allo scambio di informazioni sui programmi di armamento iraniani.

Cohen, che è stato favorito indubbiamente dal concomitante insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, ha riscritto le regole del gioco e capovolto la realtà delle relazioni internazionali nel mondo musulmano, strumentalizzando magistralmente la questione sunniti-sciiti e la divisione arabi-non arabi per trasformare Israele in un valido alleato agli occhi di tutte quelle potenze dell’area Mena avverse tanto a Teheran che ad Ankara.

Il furto dei documenti sul nucleare dagli archivi segreti di Teheran, poi presentati all’opinione pubblica mondiale, ha servito l’obiettivo di spronare le potenze arabe ad avallare la normalizzazione, poi consacrata dagli accordi di Abramo. Al tempo stesso, confermando la fama di abile negoziatore, ha convinto Netanyahu a scendere a compromessi, ossia a congelare a tempo indefinito l’annessione parziale della Cisgiordania, prerequisito essenziale per finalizzare le trattative.

Rivoluzioni diplomatiche a parte, Cohen è colui che ha trasportato il Mossad nel 21esimo secolo, iniziando a sostituire i professionisti dell’omicidio con le armi controllabili da remoto, che ha rotto il tabù sull’impiego di non israeliani per condurre operazioni ad alto rischio – l’ingegnere di Hamas, Mohammad a-Zawari, ucciso in Tunisia nel dicembre 2016, sarebbe stato eliminato da una squadra di assassini bosniaci – e che ha trasformato l’agenzia in un vero e proprio potere diplomatico a se stante.

Nella prima fase della pandemia, infatti, il Mossad ha svolto un ruolo di primo piano nel reperimento celere e straordinario di beni igienico-sanitari, dalle maschere protettive alle apparecchiature ospedaliere specialistiche, occupandosi in seguito, ossia durante la seconda ondata, di inviare missioni all’estero per recuperare campioni e dati sui possibili vaccini.

Per capire la reale portata della trasformazione che sta riscrivendo il volto e la stessa natura del Mossad, però, è necessario dare uno sguardo ai numeri: attualmente ha un bilancio ufficiale di circa 3 miliardi di dollari e impiega una forza lavoro di oltre 7mila persone; cifre che lo rendono il più grande ente per lo spionaggio al mondo dopo la Cia.