Chi è Yoon Suk Yeol, il presidente della Corea del Sud

Yoon Suk Yeol è presidente della Corea del Sud dal 9 marzo 2022. Ha vinto le ultime elezioni presidenziali tra le fila dei conservatori del People Power Party con uno scarto di soli 247mila voti (lo 0,73%) sullo sfidante, il progressista Lee Jae Myung, fermatosi al 47,8%. 

Yoon, 61 anni, è un ex procuratore generale sudcoreano, incarico che ha ricoperto tra il 2019 e il 2021 durante il mandato di un altro ex presidente del Paese, Moon Jae In. In questi panni ha contribuito a far arrestare personaggi di spicco, tra cui l’ex presidente Park Geun Hye e il capo di Samsung, Lee Jae Yong. In campagna elettorale aveva più volte promesso di rafforzare i rapporti con gli Stati Uniti e di stringere i muscoli contro la Corea del Nord; intenzioni, tra l’altro, ribadite anche di ricente.

Yoon è finito sotto i riflettori dell’opinione pubblica il 3 dicembre, quando, in maniera del tutto inaspettata, ha dichiarato la legge marziale a livello nazionale, ufficialmente per sradicare non meglio specificate “forze filo nordcoreane” attive in Sud Corea e “proteggere l’ordine costituzionale”. In seguito alla bocciatura del Parlamento e a numerose proteste, il presidente ha ritirato la legge marziale, non senza aver ulteriormente aggravato il suo indice di popolarità.

Yoon nasce a Yeonhui dong nel distretto di Seodaemun, a Seoul. Frequenta la Choongam High School e studiato legge alla Seoul National University. In seguito verrà esentato dal sevizio nazionale di leva a causa dell’anisometropia e, sempre per lo stesso motivo, non potrà conseguire una patente di guida. 

La carriera di Yoon inizia nel 1994 presso l’ufficio del procuratore di Daegu. All’epoca era a capo del Ramo Speciale e del Dipartimento Investigativo Centrale; entrambi i rami indagano su casi legati alla corruzione. Nel corso della sua carriera, l’attuale presidente sudcoreano si sarebbe ritrovato ad arrestare influenti personalità del mondo della politica e degli affari.

 

Impossibile stilare un elenco di tutti i successi raggiunti da Yoon in ambito legale. Nel 2013 ha guidato una squadra investigativa speciale che ha esaminato il coinvolgimento del National Intelligence Service (NIS) in uno scandalo di manipolazione dell’opinione pubblica commessa dallo stesso NIS nel 2012. In quell’occasione ha accusato l’allora ministro della Giustizia Hwang Kyo Ahn di influenzare le sue indagini. Come diretta conseguenza è stato retrocesso dall’ufficio del procuratore di Seul all’ufficio del procuratore di Daegu e Daejeon. 

Nel 2016 è stato a capo delle indagini del team incaricato di lavorare all maxi scandalo che ha coinvolto, tra gli altri, il vicepresidente di Samsung Lee JaeYoung, e l’allora presidente Park Geun Hye. Qualche mese più tardi tutto questo porterà all’impeachment del presidente.

Un anno più tardi Moon Jae In lo avrebbe nominato capo dell’ufficio del procuratore distrettuale centrale di Seoul. Nel giugno 2019 è stato invece nominato procuratore generale. Nel novembre 2020 il ministro della Giustizia Choo Mi Ae ha sospeso Yoon dalla sua posizione, citando presunte violazioni etiche, abusi di potere e interferenze nelle indagini sui suoi associati e familiari. Lo stesso Yoon riuscirà tuttavia a far respingere la sospensione agendo per vie legali.

“Considererò l’unità nazionale la mia priorità assoluta”, ha detto Yoon, descrivendo l’esito delle urne come “una vittoria del grande popolo” sudcoreano. Privo di esperienza politica, Yoon Suk Yeol ha impostato la sua campagna elettorale sul desiderio di cambiamento, promuovendo posizioni dure e cavalcando il sempre più diffuso sentimento anti-femminista che serpeggia nel Paese asiatico, dove il tema della parità di genere viene visto da molti come una sorta di discriminazione al contrario. 

I media lo hanno già soprannominato il “Trump coreano” per il suo modus operandi che, a grandi linee, ricorda l’ex presidente statunitense: populista, anti cinese e ricco di gaffe.

Yoon si  presenta come promotore di una politica di parziale smarcamento dall’equilibrio strategico del suo predecessore democratico, Moon Jae In, e di più deciso allineamento alle priorità regionali degli Stati Uniti, anche attraverso una maggiore apertura al dialogo col Giappone e ad una interlocuzione più ferma con la Corea del Nord. 

Nelle prime ore dopo la vittoria elettorale, Yoon ha avuto un colloquio telefonico con il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, primo leader straniero a congratularsi con il presidente eletto. Il leader conservatore ha riaffermato la forte alleanza e cooperazione con Washington, e ha posto l’accento sulla cooperazione contro le provocazioni della Corea del Nord. 

Da Biden, Yoon ha ricevuto l’assicurazione che gli Stati Uniti pongono molta attenzione alla questione nordcoreana e che Washington promuoverà il coordinamento con Seul e Tokyo per le linee da seguire sul regime di Kim Jong-un. Yoon, non a caso, non intende fare concessioni a Kim Jing Un, pur promettendo che la porta per il dialogo “sarà sempre aperta”. Possiamo dunque affermare che l’elezione di Yoon consegna agli Stati Uniti un alleato in più nel loro confronto con la Cina.

La stampa sudcoreana ha definito le ultime elezioni sudcoreane le peggiori della storia. Gli elettori, sempre secondo questa lettura, hanno quindi scelto il “male minore“. Non un bel biglietto da visita per Yoon, di per sè corpo estraneo dal mondo politico è forte di un limitato consenso popolare.

Gli analisti lo hanno inoltre attaccato per aver presentato, in campagna elettorale, idee fin troppo vaghe per risolvere alcuni dei più importanti problemi interni che affliggono la Corea del Sud, dalla crisi demografica alle diseguaglianze salariali passando per l’aumento del prezzo delle abitazioni.

In passato aveva affermato detto che l’ex dittatore sudcoreano Chun Doo Hwan aveva governato bene “tranne che per il colpo di stato”. La famiglia di Yoon è stata coinvolta in alcuni scandali e accuse di sessismo. Nel 2021 la madre era stata condannata a tre anni e mezzo di carcere per truffa; la moglie, Kim Keon Hee, aveva fatto commenti controversi sulle donne che denunciano abusi sessuali e violenze nell’ambito del movimento #MeToo

Il 3 dicembre 2024 Yoon ha dichairato una legge marziale d’emergenza a livello nazionale per sradicare “le forze filo nordcoreane” e “proteggere l’ordine costituzionale”. In sostanza, il presidente del Sud ha accusato l’opposizione, capitanata dal Partito Democratico (DPK) – che alle ultime elezioni parlamentari di aprile ha blindato la maggioranza all’interno dell’Assemblea nazionale, il parlamento monocamerale del Paese – di paralizzare il governo e simpatizzare per Pyongyang. Il motivo ufficiale? Una questione di politica interna.

Park An Su, capo dell’esercito, era stato nominato comandante della legge marziale per gestire una situazione paradossale. Le sue prime mosse? Divieto totale alle attività parlamentari e dei partiti politici. Sembrava, insomma, che la Corea del Sud, patria di Lg e Samsung, dei K-Drama e del K-Pop, fosse sul punto di finire sotto il controllo di qualche generale, riesumando errori del passato (neanche troppo lontano).

E invece, mentre fuori dall’Assemblea nazionale i cittadini chiedevano la revoca della legge marziale e l’esercito, dall’interno, dichiarava che avrebbe fatto rispettare le disposizioni speciali adottate dal presidente sudcoreano, nel cuore dell’edificio più importante del Paese il Parlamento bocciava il provvedimento di Yoon.