Chi è Ursula von der Leyen

Prima donna a ricoprire il ruolo di presidente della Commissione europea, la tedesca Ursula von der Leyen è arrivata ai vertici delle istituzioni comunitarie dopo una lunga carriera politica che l’ha vista servire per 14 anni come ministro nei governi della cancelliera Angela Merkeldi cui è stata a lungo considerata come la papabile erede al ruolo di guida dell’Unione cristiano democratica (Cdu) e del governo di Berlino. Personalità capace di unire nella sua visione politica sia le più spiccate caratteristiche del conservatorismo liberale tedesco (sostegno al rigore sui conti, difesa della libertà d’impresa, fedeltà all’Alleanza atlantica) con una visione cosmopolita e fortemente favorevole all’integrazione europea, la Von der Leyen è personalità figlia del suo vissuto personale prima ancora che politico.

 

L’attuale presidente della Commissione è nata come Ursula Albrecht nel 1958 a Ixelles, vicino Bruxelles, dove il padre Ernst, membro di un’importante famiglia della Germania del Nord, lavorava come funzionario presso le istituzioni europee. Cresciuta tra Bruxelles e Hannover, nel land della Bassa Sassonia di cui Albrecht divenne governatore nel 1976, l’attuale presidente della Commissione studiò alla London School of Economics con il nome della bisnonna (Rose Ladson), per sventare eventuali tentativi di sequestro dei terroristi di sinistra della Raf, per poi passare a medicina ad Hannover. Avviata in una carriera medica ed accademica, conobbe a Gottingen il medico e docente Heiko von der Leyen, che sposò nel 1986 acquisendone il cognome.

Accomunata dal marito dalla comune fede evangelico-luterana, Ursula von der Leyen ha avuto da lui ben sette figli, nati tra il 1987 e il 1999, e lo ha seguito oltre Atlantico quando fu nominato professore all’Università di Stanford dal 1992 al 1996. Tornata in Europa, rilanciò la carriera politica iniziata nel 1990 con l’iscrizione alla Cdu, partendo proprio dallo Stato governato in passato dal padre.

Nominata membro del comitato degli affari sociali della Cdu sassone nel 1996, la Von der Leyen lavorò da allora in avanti per preparare la sua elezione a cariche rappresentative. Sette anni dopo, nel 2003, la Cdu guidata da Christian Wulff sbaragliò i socialdemocratici alle elezioni regionali, sfiorò la maggioranza assoluta e formò un governo di coalizione con i liberali del Fdp in cui la Von der Leyen, eletta nel parlamento locale, entrò come ministro degli Affari sociali.

Il risultato lusinghiero del partito nel Land portò la Von der Leyen sotto la lente dell’attenzione di Angela Merkel, che da segretaria federale preparava la sfida al governo socialdemocratico di Gerard Schroeder. La Von der Leyen entrò nel team della Merkel per la definizione dell’agenda politica per le elezioni generali del 2005. La Cdu propose, per l’occasione, di accelerare la deregulation economica iniziata dal governo socialdemocratico, che aveva incluso le celebri riforme Hartz di flessibilizzazione del mercato del lavoro, e di procedere a un riassetto completo della spesa sociale.

La Cdu, in quell’occasione, sorpassò i socialdemocratici e formò con essi un governo di coalizione, guidato proprio dalla Merkel, in cui la Von der Leyen fu chiamata a ricoprire il ruolo di ministro per gli Affari della Famiglia e della Gioventù, da lei amministrato fino al 2009.

Fu l’inizio di una carriera che avrebbe portato la Von der Leyen ad affiancare la Cancelliera fino alla nomina a capo delle istituzioni europee, contribuendo a spostare dal centro-destra al centro la Cdu su numerose questioni. Quando nel secondo governo Merkel la von der Leyen passò al dicastero del Lavoro e degli Affari Sociali, contribuì a sponsorizzare in seno alla Cdu il tema delle unioni omosessuali e dell’apertura all’immigrazione. La strategia in un primo momento permise alla Merkel di sottrarre consensi ai socialdemocratici, contribuendo però a logorare il partito nella sua tradizionale base conservatrice e nei rapporti col partito gemello bavarese, la Csu.

Ciò non impedì alla Von der Leyen di tenere una posizione di falco tra i falchi sul tema della risposta economica alla crisi dei debiti sovrani che tra il 2010 e il 2011 colpì i Paesi dell’Europa meridionale. Come ricorda Il Sole 24 Ore, il 23 agosto 2011 “in un’intervista alla televisione tedesca Ard l’allora ministro del Lavoro dell’esecutivo Merkel disse che futuri salvataggi della zona euro avrebbero dovuto essere garantiti con riserve auree o quote di aziende di Stato. Il dibattito riguardava la Grecia, che soltanto un anno prima, nel maggio 2010, aveva ricevuto un bailout da 110 miliardi di euro”.

Dal 2013 al 2019, infine, la Von der Leyen è stata scelta come ministro della Difesa e più volte accostata alla figura ideale per succedere alla Merkel. Da ministro la von der Leyen ha portato avanti una linea basata su un doppio binario: fedeltà ai principi guida dell’Alleanza atlantica da un lato, ricerca di una politica estera più assertiva per la Germania dall’altro. Berlino ha avanzato gradualmente nella strada verso il 2% del rapporto tra spese militari e Pil e sostenuto l’invio di truppe in Mali e Iraq ma, dopo aver introdotto le sanzioni alla Russia, ha anche operato per la de-escalation nel conflitto ucraino.

Più volte la Von der Leyen si è scontrata con i militari tedeschi e ha dovuto affrontare la minaccia del ritorno del neo-nazismo in seno alle forze armate e il dilagare dell’indisciplina tra i soldati: nel 2017, al termine di una lunga polemica sul persistere delle violenze in seno ai reparti della Bundeswehr, uno di questi confronti è culminato col clamoroso siluramento del generale Walter Spindler, capo della sezione di addestramento dell’esercito.

 

La lunga carriera ministeriale di Ursula von der Leyen è finita il 2 luglio 2019 quando il Consiglio europeo l’ha scelta come candidata comune per succedere a Jean-Claude Juncker alla guida della Commissione dopo il fallimento del meccanismo degli Spitzenkandidaten dei partiti europei. La scelta è ricaduta sulla Von der Leyen dopo che il presidente francese Emmanuel Macron ha deciso di mettere il veto sul popolare bavarese Manfred Weber, da lui ritenuto troppo vicino ai gruppi sovranisti.

Dopo una lunga e complessa procedura di negoziazione la Von der Leyen ha presentato la sua commissione il 10 settembre 2019. Nel programma, la commissione si presentava come un esecutivo europeo di discontinuità e rottura, incentrato sulla svolta “green” e sulla ricerca di un compattamento politico dell’Unione dopo le lacerazioni degli ultimi anni. La scelta dei ruoli al suo interno, però, ha riflettuto una continuità che, a ben vedere, è favorevole alla centralità europea della Germania.

Come vicepresidenti, l’ex ministro della Merkel ha scelto tre esponenti dell’establishment europeo come l’olandese Frans Timmermans, la danese commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager e il falco lettone del rigore Valdis Dombrovskis. Nel suo mandato la Von der Leyen si dovrà confrontare con gli imperativi della sfida geopolitica Usa-Cina, della rivoluzione tecnologica e della sfida ambientale, oltre all’annoso problema della struttura politica dell’Unione. Saprà la “conservatrice cosmopolita” lasciare il segno dopo il deludente quinquennio Juncker? I primi mesi di governo non hanno sciolto il nodo: innovativa su certi temi, come la ricerca della sovranità tecnologica europea, la Commissione è rimasta una volta di più inerte di fronte alle grandi crisi internazionali e non ha receduto dalla linea economica pro-austerità seguita dal governo europeo che l’ha preceduto. Molto dipenderà dall’evoluzione interna dei Paesi più importanti dell’Europa. Prima fra tutte la Germania in cui l’era di Angela Merkel si avvia alla conclusione proprio mentre la donna che si immaginava destinata a succederle alla Cancelleria di Berlino inizia la sua esperienza nel cuore dell’amministrazione comunitaria.


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