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Chi è Sergej Shoigu

Quando si scrive e si parla di servitori dello Stato che hanno contribuito in maniera determinante alla rinascita della Russia durante la lunga e complessa era Putin, che ha oramai superato il ventennio, spesso e volentieri, almeno qui in Occidente, viene citato quasi esclusivamente il nome del navigato diplomatico Sergej Lavrov. L’elenco dei Padri fondatori della Russia postsovietica, però, è di gran lunga più esteso e sfaccettato, comprendendo anche eminenze grigie come Valerij Gerasimov, Dmitrij Kozak e Vladislav Surkov, economisti come Alexei Kudrin e capi militari come Sergej Shoigu.

Sergej Shoigu nasce il 21 maggio 1955 a Čadan, nel cuore della Siberia, da una famiglia multietnica, rispecchiante pienamente l’identità multinazionale della Federazione russa: padre tuviniano e madre russo-ucraina.

Termina il ciclo di formazione universitario nel 1977, anno della laurea in ingegneria civile presso l’Istituto politecnico di Krasnoyarsk, entrando successivamente nell’ambito di lavoro prescelto e predeterminato dagli studi: le grandi costruzioni.

Sarà soltanto nel 1988, alla vigilia della fine dell’Unione Sovietica, che Shoigu l’ingegnere comincerà ad interessarsi alla politica, entrando a far parte del ramo chakasso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica in qualità di funzionario minore. Due anni più tardi, dopo aver trascorso una vita viaggiando attraverso la Siberia, Shoigu verrà chiamato a Mosca per il primo incarico di rilievo della sua carriera in ascesa: vicedirezione del Comitato di architettura e costruzione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa.

Il collasso dell’Unione Sovietica, contrariamente a quanto accaduto alla stragrande maggioranza della popolazione, non lo travolgerà rovinosamente: Shoigu, invero, sarebbe stato uno dei pochi ad uscire praticamente inviolato da uno dei più importanti eventi del Novecento.

Negli anni duri e bui della difficile e sanguinosa transizione postsovietica, Shoigu avrebbe trascorso il tempo ad aiutare incessantemente il prossimo, in primis gli sfortunati colpiti dai disastri naturali e le vittime del terrorismo nordcaucasico degli anni Novanta, dall’alto del ruolo di capo del Ministero delle situazioni di emergenza.

Apprezzato dai vertici della fragile e neonata Russia per il sangue freddo mostrato durante le crisi più gravi dell’epoca, nonché per l’efficace ed efficiente strategia gestionale, Shoigu sarebbe riuscito a farsi una nomea di tutto rispetto sia presso gli alti piani della piramide del potere sia presso l’opinione pubblica. E nel 1999, dopo otto anni di ininterrotta amministrazione di emergenze, quando provocate dalla natura e quando dai separatisti del Caucaso settentrionale, il suo impegno viene riconosciuto dal Cremlino nel più magniloquente dei modi: Eroe della Federazione russa (Герой Российской Федерации).

Sopravvissuto egregiamente al collasso dell’Unione Sovietica e al successivo rischio di deflagrazione sperimentato dalla giovine Russia, Shoigu supererà anche la terza fase, quella relativa all’entrata in scena di Vladimir Putin, venendo ingessato alla guida del Ministero delle situazioni di emergenza per dodici anni, ovvero fino al 2012.

Il 2012 è l’anno del cambiamento per Shoigu. L’ingegnere proveniente dalle steppe selvagge e remote di Tuva e divenuto risolutore di crisi, dopo una fugace esperienza alla guida dell’oblast di Mosca – durata da marzo a novembre dello stesso anno –, viene chiamato al Cremlino per ascoltare (e accettare) la classica proposta che non può essere rifiutata.

Putin, crescentemente insofferente nei confronti dell’allora titolare della Difesa, Anatoliy Serdyukov, più per ragioni aventi a fare con la governabilità del Sistema che con l’effettiva gestione degli affari militari, aveva deciso: il ministero abbisognava di un nuovo volto, preferibilmente capace, indifferente alla politica e leale alla bandiera. La scelta era ricaduta su Shoigu, valutato dai consiglieri di Putin come politicamente neutrale e adatto al ruolo in qualità del sangue freddo, delle comprovate abilità in materia di gestione delle crisi, della (segreta) passione per la strategia militare e per la storia delle guerre, per la conoscenza di teatri critici quali turcosfera ed Estremo Oriente – inclusiva di fluenza in turco, giapponese e cinese mandarino – e, ultimo ma non meno importante, per la popolarità goduta presso il pubblico.

Shoigu, accettato l’incarico, divenuto effettivo il 6 novembre 2012 e da allora rinnovato regolarmente, ha mostrato subitaneamente ai vertici del Cremlino le proprie abilità e, soprattutto, il possesso di una visione autonoma ma complementare con quella di Putin, ovvero incardinata sulla e orientata alla rinazionalizzazione delle masse. Fra i primi atti firmati da Shoigu, invero, risultano e risaltano il recupero della tradizione della partecipazione dei cadetti alla Parata della Vittoria, il ripristino del culto dell’inno nazionale nelle accademie militari e l’introduzione di un codice d’abbigliamento per i dipendenti civili della Difesa.

Ma Shoigu, oltre ad affermarsi come co-architetto della rinazionalizzazione del popolo russo, viene rinnovato periodicamente al ruolo per un’altra ragione, molto più importante: l’abilità dimostrata nella gestione delle crisi internazionali e l’acume per gli affari. A lui si devono, in effetti, la nascita dell’esercitazione militare multinazionale Fratellanza Slava, l’aver evitato una guerresca escalation con la Turchia all’indomani dell’abbattimento del Su-24 e l’espansione della Russia nel Sud-Est asiatico a mezzo di accordi militari, nonché la pianificazione dell’intervento militare in Siria, senza il quale il potere di Assad sarebbe probabilmente caduto e, con esso, i sogni mediorientali (e mediterranei) del Cremlino.

Shoigu, in sintesi, pur non essendo palatabile per il pubblico occidentale al pari di Lavrov, perché meno avvezzo ai riflettori e meno teatrale, è un personaggio che va conosciuto e riconosciuto, in quanto figurante nel ristretto elenco dei registi-sceneggiatori del ritorno della Russia nell’alveo delle grandi potenze.