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Chi è Pietro Parolin, lo stratega di papa Francesco

Dietro ogni grande statista aleggia l’ombra di abili diplomatici e strateghi lungimiranti, novelli cardinali Richelieu che alla luce dei riflettori del palcoscenico internazionale preferiscono l’anonimato e il buio garantiti dal dietro le quinte, il luogo in cui si decide il film e in cui vengono scritti i copioni degli attori.

Nel caso della Chiesa cattolica, unica nell’essere una potenza di cielo, nell’avere un’agenda innatamente votata all’universalità, nel possedere un esercito armato di croci e nell’operare su un orizzonte temporale orientato alla Fine dei tempi, colui che sta suggerendo all’orecchio dell’attuale sovrano di Roma, Francesco, risponde al nome di Pietro Parolin.

Pietro Parolin nasce il 17 gennaio 1955 nel micro-comune vicentino di Schiavon. Di umili origini – la madre insegnava alle scuole elementari, il padre era ferramenta –, Parolin sperimenta il dolore del lutto a soli dieci anni, perdendo il padre in un incidente stradale. Quattro anni più tardi, nel 1969, all’età di soli quattordici anni, il giovane Parolin riceve la “chiamata” ed entra nel seminario vescovile di Vicenza: sarà l’inizio di una lunga ed ascendentale carriera all’interno della Chiesa cattolica.

Dopo aver ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 1980, cioè undici anni dopo l’entrata in seminario, Parolin trascorre i primi tre anni da chierico presso la diocesi di Vicenza. In lui, però, i superiori vedono qualcosa; perciò lo inviano a Roma. Una volta qui, nella capitale d’Italia e nel cuore della Cristianità occidentale, Parolin si iscrive alla Pontificia università gregoriana e viene ammesso alla Pontificia accademia ecclesiastica – è il 1983 –, ovvero la storica scuola di formazione della diplomazia vaticana.

Nel 1986, dopo aver conseguito una laurea in diritto canonico presso la Gregoriana, parte alla volta della Nigeria per servire nella nunziatura apostolica ivi operante. Rimarrà a Lagos tre anni, cioè fino al 1989, per poi essere trasferito in Messico. E sarà precisamente qui, a Città del Messico, che il promettente Parolin riuscirà a far sì che il suo nome venga conosciuto a San Pietro, negoziando con il governo messicano il riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica e l’apertura di relazioni diplomatiche ufficiali con la Santa Sede – due fascicoli congelati da sessant’anni, ovvero dalla sanguinosa guerra cristera degli anni Venti e Trenta.

Raggiunto l’accordo con Città del Messico, Parolin viene richiamato a Roma: per lui c’è un posto all’interno della Segreteria di Stato, l’equivalente vaticano di un ministero degli Esteri, che, naturalmente accettato, ricoprirà fino al 2000.

La guerra fredda è finita e la Chiesa cattolica può e deve trarne vantaggio per espandersi in nuovi territori, evangelizzando laddove, fino ai primi anni Novanta, era stato tanto impossibile quanto impensabile – come la Cina; questa era l’idea che accomunava Giovanni Paolo II, il futuro Benedetto XVI e anche gli strateghi Tarcisio Bertone e Parolin. Quest’ultimo, mostrando una predilezione per l’Oriente, dopo essere stato investito dal papa polacco del ruolo di sottosegretario agli Esteri della Segreteria di Stato – è il 2002 –, comincia a viaggiare in Asia, gettando le basi per la svolta cinese del Vaticano.

Nel 2009 viene nominato nunzio apostolico in Venezuela dall’allora Benedetto XVI. L’obiettivo del pontefice è chiaro: delegare all’abile Parolin la gestione dello spinoso fascicolo Hugo Chavez, con il quale la Chiesa venezuelana è ai ferri corti sin dagli albori del bolivarismo per una serie di ragioni, in primis per le accuse di interferenza negli affari interni del Paese. I rapporti, pur continuando ad essere tesi, con il tempo miglioreranno progressivamente: un altro successo per il Parolin, che, non a caso, lo stesso anno della nomina a nunzio apostolico, verrà consacrato arcivescovo.

Profondo conoscitore dell’America Latina – Parolin parla fluentemente spagnolo –, nella quale ha aiutato la Chiesa a prosperare dal Messico al Venezuela, ma anche abile negoziatore, nonché lungimirante stratega – a lui si deve la posa della prima pietra nei rapporti con Pechino, visitata per la prima volta nel 2005 –, l’arcivescovo viene eletto segretario di Stato da papa Francesco nel 2013.

Fatto cardinale l’anno successivo alla nomina a segretario di Stato, Parolin si mette subitaneamente a lavoro per dare concretezza a quelli che sono i sogni propri e del nuovo vescovo di Roma: la costruzione di una “Chiesa in uscita” – uscita definitiva dall’Occidente ed ingresso più marcato nelle “periferie del mondo” –, la formulazione di un corso d’azione equilibrato nell’ambito nella cosiddetta “terza guerra mondiale a pezzi” e la trasformazione del Vaticano in una forza catalizzatrice della transizione multipolare.

A Parolin si devono, tra le altre cose, il raggiungimento della dichiarazione di L’Avana del 2016 con la Chiesa ortodossa e l’accordo sulla nomina dei vescovi cinesi; due avvenimenti storici che hanno condotto il Vaticano ad avvicinarsi rispettivamente alla Russia e alla Cina, ossia i due principali rivali dell’Occidente nel contesto della nuova guerra fredda, inimicandosi gli Stati Uniti e, a latere, l’intera internazionale sovranista. E a lui si deve anche, ad esempio, l’accordo di pace tra il governo colombiano e le Farc del 2016 – mediato dal Vaticano.

Descritto da alcuni vaticanisti come un vincitore della “guerra civile vaticana” che ha dilaniato San Pietro negli anni della transizione dall’era Ratzinger all’era Bergoglio, Parolin, oggi, può essere ritenuto a tutti gli effetti il secondo uomo più potente della Chiesa cattolica e l’artefice del grande ritorno del Vaticano nell’arena internazionale. E, nello stesso modo in cui Agostino Casaroli è ricordato dai contemporanei per aver aiutato Giovanni Paolo II ad abbattere l’impero sovietico, Parolin, forse, potrebbe essere celebrato dai posteri come colui che ha facilitato la transizione multipolare e che, soprattutto, ha saputo traghettare la Chiesa dall’anziano, poststorico e postcristiano Occidente alle giovani e vibranti periferie del mondo, riconfermandone la natura unica di catéchon impegnato a lavorare per il bene e per la pace in un mondo afflitto dal male e dalle guerre.