Chi è Petro Poroshenko

Petro Poroshenko è stato presidente dell’Ucraina tra il 2014 ed il 2019 e nel corso del suo primo ed unico mandato il Paese ha vissuto momenti politici molto difficili. Lo scoppio della guerra nel Donbass e la sua sanguinosa prosecuzione, la crisi economica vissuta da Kiev a causa delle conseguenze del conflitto, le difficili relazioni con Mosca passata, in pochi anni, da principale partner strategico dell’Ucraina a rivale e la questione della Crimea, annessa dalla Federazione russa nel febbraio del 2014, sono solo alcune delle vicende che si sono sviluppate nel corso della presidenza Poroshenko. Nel corso del suo mandato Kiev si è legata sempre di più all’Occidente e la stessa cultura del Paese si è aperta alle influenze esterne. Un periodo di cambiamenti epocali, insomma, destinati ad incidere sul futuro della nazione.

 

 

Petro Poroshenko è nato il 29 giugno del 1965 a Bolhrad, un piccolo villaggio situato nei pressi di Odessa, nell’Ucraina meridionale. Suo padre, Oleksij Poroshenko, fu dapprima ingegnere e, in seguito, lavorò per il governo sovietico occupandosi della gestione di alcuni impianti produttivi mentre la madre, Evgenia Sergeevna, almeno secondo le notizie riportate, si occupava di pratiche contabili. Il giovane Petro crebbe a Bendery, nell’odierna Transnistria e in gioventù praticò il judo ed il sambo con buoni risultati, il suo comportamento irrequieto, però, gli causò non pochi problemi. In seguito ad una rissa con alcuni cadetti, infatti, fu costretto ad effettuare il servizio militare nel lontano Kazakhstan.

Poroshenko si sposò nel 1984 con Maryna Perevedentseva, cardiologa, a cui è tuttora legato. Nel 1989 si laureò in Economia all’Istituto per le Relazioni internazionali di Kiev ed in seguito lavorò come assistente al Dipartimento di Relazioni Internazionali dell’Università. Il crollo dell’Unione sovietica cambiò drasticamente le sue prospettive di vita e contribuì ad instradarlo verso il mondo degli affari, anche a causa del clima di maggiore apertura che si venne a registrare in Ucraina ed altrove dopo la dipartita del comunismo. Nel 1991 fondò un’azienda che si occupava di negoziazioni legali e commercio con l’estero e ciò gli consentì di acquisire una buona reputazione nel settore. Nel 1993, invece, insieme al padre e ad alcuni colleghi creò la UkrPromInvest Ukrainian Industry and Investment Company, una ditta operante soprattutto nel settore dolciario ed in seguito anche in altri comparti alimentari e nel settore automobilistico. Da allora la vita del giovane Poroshenko non fu, probabilmente, più la stessa. Tra il 1996 ed il 1998 la sua azienda, di cui era presidente, acquisì il controllo di una serie di industrie dolciarie statali e le riunì sotto la sigla Roshen. L’enorme popolarità della Roshen fruttò a Poroshenko il soprannome di “re del Cioccolato” ed in seguitò il suo impero commerciale continuò ad espandersi, arrivando ad includere anche l’emittente televisiva 5kanal.

Il successo negli affari fu un vero e proprio trampolino per Petro Poroshenko che, nel giro di poco tempo, riuscì ad entrare in politica ed a farsi eleggere deputato con il Partito Socialdemocratico. Il movimento era ideologicamente vicino all’allora presidente Leonid Kuchma. Una serie di conflitti all’interno del partito portò Poroshenko a creare dapprima una sua fazione politica, il “Partito della Solidarietà Ucraina” ed in seguito a confluire nel 2000, all’interno del neonato Partito delle Regioni, un movimento considerato vicino a Mosca.

Il futuro presidente, però, non restò a lungo nella nuova struttura politica e già nel 2001 passò dalla parte di Viktor Yushchenko, allora primo ministro ed in seguito futuro ispiratore della cosiddetta Rivoluzione arancione. Poroshenko contribuì così a finanziare l’opposizione politica e Yushchenko lo nominò, quando divenne Capo dello Stato nel 2004, al vertice del Consiglio di sicurezza nazionale. Nel corso del suo mandato Poroshenko propose una riforma della polizia e dell’esercito, un piano di pace per la Transnistria e la creazione di un comitato per facilitare la risoluzione delle controversie tra Russia ed Ucraina.

La sua ascesa si interruppe, però, nel 2005, in seguito ad accuse non provate di corruzione che lo costrinsero alle dimissioni e riprese poi negli anni successivi. Nel 2006-2007 Poroshenko presiedette la Commissione per le attività finanziarie del Parlamento ucraino, ma il grande balzo verso un incarico prestigioso si faceva ancora attendere e si materializzò nell’ottobre del 2009 quando venne nominato ministro degli Esteri nell’esecutivo Tymoshenko. Il vento politico in Ucraina era però sul punto di cambiare ed appena cinque mesi dopo il governo sarebbe crollato.

Il 2010 vide il ritorno al potere, a Kiev, del Partito delle Regioni mentre alla presidenza della Repubblica andava ad insediarsi Viktor Yanukovych. Dopo anni di aperture verso l’Occidente, l’Ucraina sembrò così tornare ad essere più vicina a Mosca. Poroshenko dovette così abbandonare il suo incarico. Yanukovych espresse però l’intenzione di continuare a collaborarci e questa eventualità si verificò alcuni dopo, nel 2012, quando venne nominato Ministro del Commercio e dello Sviluppo Economico. Poroshenko sostenne, in seguito, di aver accettato l’incarico ministeriale per non far interrompere il processo di avvicinamento tra Kiev e Bruxelles e per facilitare il rilascio di Yulia Tymoshenko dalla prigione. In ogni caso l’incarico non durò che pochi mesi e non sopravvisse al rimpasto che portò alla nascita, nel dicembre dello stesso anno, del secondo esecutivo Azarov.

La dinamica situazione politica ucraina mutò nuovamente tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 e ciò si rivelò determinante per il magnate dell’industria dolciaria. Le proteste di Euromaidan, nate per dimostrare contro la scelta dell’esecutivo ucraino di non firmare l’accordo di associazione con Bruxelles, finirono per travolgere il governo di Kiev ed anche la presidenza Yanukovych, costretto a fuggire in Russia nel febbraio del 2014. Quattro mesi di dimostrazioni cambiarono, profondamente, il corso degli eventi nell’ex Paese sovietico e rimossero dal potere un’intera classe politica incapace di guardare ad Occidente. Servivano figure nuove per traghettare la nazione in momenti molto difficili. Tra costoro c’era anche Poroshenko. Il politico-imprenditore aveva visto crescere la sua popolarità durante i mesi di scontri e violenze, finanziando l’opposizione popolare all’establishment di Kiev e probabilmente fiutando un imminente mutamento. Si sarebbe rivelata una scelta giusta.

L’anno della svolta, per Poroshenko, è il 2014 e mentre l’Ucraina rischiava di disintegrarsi lui sbaragliò ogni concorrenza alle elezioni presidenziali di maggio. Le due anime del Paese, quella europeista delle regioni centro-occidentali e quella filo-russa e sovietica delle aree centro orientali, sembrarono non poter più convivere ed alcuni osservatori immaginarono una vera e propria partizione della nazione. Negli oblast di Donetsk e Luhansk ma anche in altre regioni dell’Ucraina centro-orientale piccoli gruppi armati iniziarono ad occupare i simboli del potere statale ed a proclamare la secessione. Tra febbraio e marzo le forze russe annessero la regione della Crimea e Kiev, a causa di gravi problemi di tenuta interna, non riuscì a reagire. La popolazione del Paese, in preda allo sconcerto ed alla ricerca di una nuova stabilità dopo la rivoluzione, elesse l’ex magnate dolciario alla presidenza con il 57 per cento dei voti, senza la necessità di passare da un ballottaggio. Nei luoghi afflitti dagli scontri o controllati dai separatisti non si riuscì a votare e lo stesso Poroshenko promise di recarsi, nel corso della sua prima visita ufficiale, nel Donbass. La presa sul potere del nuovo presidente si consolidò con le elezioni legislative dell’ottobre del 2014 quando il Blocco Petro Poroshenko si impose come partito di maggioranza relativa ottenendo 132 su 450 nella Verkhovna Rada, il Parlamento di Kiev.

I cinque anni di presidenza Poroshenko sono stati segnati da sviluppi contrastanti per l’Ucraina e ciò rende sfumato il giudizio sul suo operato politico.  L’ex Re del Cioccolato, pur avendo cambiato nel corso degli anni schieramenti politici, non aveva mai nascosto uno dei suoi obiettivi politici di lungo termine: l’avvicinamento all’Unione europea. La firma dell’Accordo di Associazione tra Bruxelles e Kiev, nel 2014 e la sua entrata in vigore nel 2017 hanno segnato il raggiungimento di un traguardo importante e la certificazione di un deciso cambiamento per la politica estera ucraina. I cittadini del Paese hanno inoltre potuto sperimentare, a partire dal 2017, la possibilità di viaggiare liberamente nell’area Schengen senza aver bisogno del visto. Una svolta epocale che ha provocato e continua a provocare una vera e propria rivoluzione culturale a Kiev e dintorni e di certo un ulteriore successo per la diplomazia nazionale. L’amministrazione Poroshenko è inoltre riuscita a preservare, per quanto possibile, l’unità dell’Ucraina e l’esistenza stessa della nazione in tempi molto difficili. L’approccio militarista ed aggressivo del presidente non ha risolto alla radice il conflitto del Donbass, che prosegue ancora oggi ed ha causato oltre tredicimila morti ed immani danni materiali, ma ha perlomeno contenuto l’estensione territoriale dello stesso. In una prima fase sembrava possibile che l’intera Ucraina centro-orientale potesse finire sotto il controllo dei separatisti ma ciò, anche grazie alle prestazioni dell’esercito, è stato impedito ed i territori occupati dagli insorti sono stati contenuti a porzioni, pur significative, delle regioni di Donetsk e Luhansk.

La lotta alla corruzione, la riforma del sistema giudiziario e lo stato dell’economia sono stati, invece, quei talloni d’Achille dell’amministrazione Poroshenko che, in ultima analisi, ne hanno determinato la sconfitta alle elezioni presidenziali del 2019.

La tentata modernizzazione dell’apparato giudiziario non è riuscita ad eliminare, del tutto, la presenza di giudici corrotti mentre il malaffare presente nel Paese ha continuato ad imperversare e a non essere punito in maniera adeguata. Una serie di scandali ha colpito, nel corso degli anni, diversi uomini politici vicini al presidente ed egli stesso è stato coinvolto in alcune controversie, come la decisione di mantenere il controllo di alcuni dei suoi asset strategici: il prestigioso quinto canale televisivo.

L’intero mandato di Poroshenko è stato inoltre segnato dalle difficoltà economiche del Paese. Il 2014 ha segnato una profonda battuta d’arresto per le prospettive di sviluppo di Kiev ed ha causato una forte contrazione nei diversi settori produttivi. La grivna, valuta del Paese, perse il settanta per cento del proprio valore sul dollaro nel solo 2014 per poi stabilizzarsi ma continuando ad annaspare.

Il prodotto interno lordo si contrasse del 6,6% nel 2014 e del 9,5% nel 2015 per poi riprendere a crescere del 2-3 per cento negli anni successivi. Il conflitto con i separatisti, seppur contenuto dal punto di vista militare, ha tenuto lontani gli investitori stranieri dalla nazione, ha inibito le prospettive di crescita, ha continuato a causare danni materiali ed ha provocato forti tensioni politiche con Mosca.

Il rapporto con la Federazione russa, pessimo per tutta la durata del mandato presidenziale, ha inciso sulla stabilità di Kiev e portato il Paese sull’orlo dello scontro militare con il potente vicino. Le ostilità sono state sfiorate, un’ultima volta, nel novembre del 2018 in seguito allo scontro navale nello stretto di Kerch che ha portato all’arresto, da parte di Mosca, di 23 marinai ucraini. Le elezioni presidenziali del 2019 si sono concluse con una netta sconfitta per Petro Poroshenko che, pur arrivato al ballottaggio, è stato sconfitto dal fenomeno  rappresentato da Volodymyr Zelensky, giunto primo con il 73% dei consensi. Le consultazioni parlamentari, nel mese di luglio, hanno invece ridimensionato il suo partito politico, ribattezzato Solidarietà Europea, passato dai 132 scranni del 2015 ad appena 25. Il futuro politico dell’ex presidente appare molto incerto ed è sembra possibile che, nel prossimo futuro, possa essere colpito da inchieste giudiziarie. L’attuale scenario non sembra lasciare molto spazio ai rivali dell’attuale capo di Stato ma è comunque probabile che Poroshenko possa limitarsi a cercare di limitare i danni ed a ripresentarsi, qualora Zelensky fallisca come salvatore della Patria.


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