Chi è Pete Buttigieg

Pete Buttigieg ha quasi vinto le primarie dell’Iowa. Quel “quasi” è necessario perché il Partito Democratico, nonostante il tempo che è trascorso dalla chiusura dei seggi, non ha ancora ufficializzato la classifica finale, che dovrebbe arrivare una settimana dopo il caos dovuto all’app predisposta per quell’appuntamento. Bernie Sanders ha rivendicato la vittoria. Il “vecchio leone” del Vermont avrebbe primeggiato anche in relazione al numero dei delegati ottenuti. Non sarebbe una vittoria solo sul piano del voto popolare. Il sindaco di South Bend, stando alle prime statistiche, dovrebbe comunque essere arrivato in una delle prime due posizioni del podio. E questo è già un elemento sufficiente per parlare di rivelazione. I sondaggi lo avevano previsto: Buttigieg, almeno per l’Iowa, era dato in testa da mesi. Il dato sulla media nazionale, secondo Real Politics, è un po’ diverso: l’esponente politico dell’Indiana, allo stato attuale, arriverebbe quinto. Attenzione: più di qualche segnale ha iniziato ad indicare l’imminenza di un’inversione di tendenza.

 

 

 

 

 

La domanda che ogni analista politico si sta ponendo è questa: Pete Buttigieg è un astro nascente o un fuoco di paglia? A deciderlo saranno gli elettori degli asinelli. Il New Hampshire è alle porte. E l’ex sindaco di South Bend dovrebbe piazzarsi di nuovo nella parte alta della classifica. Il secondo Stato coinvolto nelle elezioni primarie può dare continuità alla performance di Sanders e Buttigieg, inabissando in modo definitivo almeno la senatrice Elizabeth Warren. Joe Biden, anche nel caso dovesse andare male, può ancora giocarsela. Michael Bloomberg scenderà in campo da marzo in poi. Di solito, nelle fasi finali delle primarie, si confrontano un candidato progressista ed un candidato moderato. Nel 2016 furono Bernie Sanders e Hillary Clinton a contendersi la nomination. Nel 2008, la parte del progressista venne recitata da Barack Obama, mentre Hillary Clinton rappresentò il centrismo dell’establishment partitica. Ci si aspetta un dualismo simile. E Pete Buttigieg può soprattutto impensierire la mediana del campo. A sinistra dovrebbe spuntarla uno tra Sanders e la Warren. In mezzo c’è la ressa: Joe Biden avrebbe dovuto spiccare su gli altri in scioltezza, ma i risultati stanno raccontando un’altra storia, che potrebbe essere solo al principio. Quella di una “nuova primavera democratica”.

Pete Buttigieg pensa che il Partito Democratico ragioni attraverso logiche antiquate. “Nuovo”, nei suoi discorsi, è un aggettivo ricorrente. Il motto, che per ora è un po’ banale, risulta essere “Pete2020”. Ma nel corso dell’annuncio della candidatura, l’ex ufficiale della marina militare aveva usato l’espressione “nuova primavera democratica”. Un mantra che può sintetizzare quale sia la sua visione del mondo. Grande spazio nel suo programma viene dedicato a “Medicare for All”, una riforma del sistema sanitario volta all’equiparazione dell’ambito pubblico con quello privato. Il trentottenne non è un socialista massimalista. Buttigieg può essere associato con facilità a Biden, ma conserva una serie di caratteristiche in grado di distanziarlo parecchio dall’ex vice presidente degli Stati Uniti d’America. L’età per esempio: il secondo ha quarant’anni in più del primo. E questo è un dettaglio che può suscitare entusiasmo nei giovani che vorrebbero premiare un candidato centrista sì, ma pimpante. Qualcuno in grado d’incarnare un sogno “obamiano”, con la stessa spinta mediatico-elettorale di 12 anni fa. E Biden, che si è accorto della pericolosità del rivale, ha iniziato a produrre spot. Immagini che mirano a denotare la differenza di esperienza tra l’ex vice di Obama e un politico che, in fin dei conti, vanta solo un’esperienza da sindaco. Basterà a convincere l’elettorato moderato? Non è per nulla scontato.

Pete Buttigieg è sposato con un uomo. Il politico di South Bend sarebbe dunque il primo gay ad insediarsi alla Casa Bianca in caso di vittoria. Ma Buttigeg è già il primo candidato alle primarie Dem ad avere un orientamento omosessuale dichiarato. E questo è un fattore rimarcabile. Un’altra curiosità è la seguente: Buttigieg è cattolico, tanto da essersi sposato mediante un rito religioso. Suo padre, peraltro, sarebbe dovuto divenire un membro della Compagnia di Gesù. Sì, proprio quella cui appartiene anche Papa Francesco. A Joseph Buttigieg, il papà di Pete, è stata dedicata una pagina su Wikipedia in tempi non sospetti: prima che il figlio scendesse nell’agone. Ora Joseph è deceduto ma, in vita, oltre ad aver insegnato letteratura ad alti livelli, ha fondato un istituto internazionale di studi gramsciani. La categoria dottrinale del “gramscismo” può aiutarci nella spiegazione del progetto del giovane Pete: costruire passo passo, Stato dopo Stato, una “egemonia culturale” tra gli strati elettorali dei Dem. A Buttigieg servirebbe anche per evitare che la narrativa di Biden – un racconto che stenta a decollare e che è centrato sul dato esperienziale – prevalga.

Di spazio al centro, in linea teorica, non ce ne sarebbe. Joe Biden e Michael Bloomberg bastano e avanzano a coprire ogni centimetro. Bloomberg ci ha messo anche il carico pesante: l’ex sindaco di New York ha dichiarato che pur di battere The Donald è disposto ad investire, per sé o per gli altri, un miliardo di dollari. Eppure, gli orfani di Hillary Clinton sembrano intenzionati a riporre le proprie speranze in una “nuova primavera democratica”. Prendiamo i dati che sempre Real Politics sta diffondendo in vista della competizione in New Hampshire: Buttigieg è l’unico che può tenere testa a Bernie Sanders. Se Biden dovesse davvero arrivare quarto – come abbiamo premesso – avrebbe ancora tempo per recuperare: le primarie durano fino a luglio. Il credito che Biden ha per via della sua storica appartenenza partitica, però, non è infinito. E Buttigieg, nel caso venisse premiato anche dai cittadini del New Hampshire, sarebbe chiamato a sfruttare quello che i commentatori politici americani chiamano “momentum”. Una striscia vincente, che deve perdurare nel tempo per divenire credibile agli occhi dell’intero corpo elettorale.

Perché Joe Biden, nonostante la battuta d’arresto dell’Iowa, può ancora definirsi il favorito della corsa? Per gli stessi motivi per cui si è candidato con sicurezza. Quelli per cui Buttigieg deve giocoforza considerarsi un outsider. In linguaggio sportivo, si direbbe un underdog, cioè uno chiamato a partire dal basso per scalare la vetta. Intanto Biden è direttamente riconducibile alle amministrazioni targate Barack e Michelle Obama. Quelle cui tanti democratici guardano con nostalgia. Poi Biden si sarebbe dovuto candidare anche quattro anni fa. La Clinton ha perso, mentre Biden contro Trump avrebbe potuto vincere – dicono – . Non c’è una controprova, ma il fatto di essere rimasto fuori dalla contesa di quattro anni fa concede a Biden il beneficio del dubbio. E poi l’ex numero due di Obama dovrebbe tenere nel Midwest, dove Trump ha sfondato alle scorse presidenziali, mantenendo però inalterata la capacità di presa sulle cosiddette “minoranze”. Buttigieg, secondo i vertici dei Democratici, non sarebbe in grado di “allargare l’elettorato”, che sta diventando una sorta di formula dogmatica dalle parti di South Capitol, dove ha sede la federazione nazionale del Democratic Party. A notare come l’indicazione sulla necessità di estendere il bacino elettorale si stia trasformando in una sorta di “fissazione”, tra gli altri, è stato il vicedirettore de Il Post Francesco Costa.

Un elemento curioso lo abbiamo già annotato: il gesuitismo e il culto accademico gramsciano si mischiano nella storia familiare di Pete Buttigieg. Non c’è contraddizione in questa mescolatura. I gesuiti furono tra coloro che non hanno respinto di netto le istanze sessantottine. Ancora oggi, negli schematismi ecclesiastici, è abbastanza semplice associare il progressismo dottrinale alla Compagnia di Gesù. Si pensi al caso di James Martin, gesuita e consultore della segreteria per la Comunicazione della Santa Sede. Martin, che è americano, è favorevole alla costruzione di un “ponte” tra la Chiesa cattolica e l’universo Lgbt. I conservatori, che sono per lo più trumpiani, non ne vogliono neppure sentir parlare. La parabola di Buttigieg è già incardinata nella storia del cattolicesimo democratico. Ma può trattarsi di una forma sperimentale: un cattolicesimo molto più progressista di come lo abbiamo conosciuto. E in Vaticano, in specie di questi tempi, potrebbero apprezzare la figura del giovane ex sindaco di South Bend. E poi c’è Harvard, che per Politico ha svolto un ruolo decisivo nelle fasi formative dell’ex marine. Buttigieg costituisce una “forza tranquilla”, per dirla alla Mitterand.

Una “forza tranquilla” ma, com’è spesso accaduto nella recente storia, almeno per parte democratica, una forza per nulla disposta a ripiegarsi su se stessa. Donald Trump, per quanto Nancy Pelosi e gli altri cerchino di convincere gli americani del contrario, si è contraddistinto per essere un non interventista. Gli Stati Uniti non sembrano avere più intenzione di “esportare la democrazia”. Buttigieg si inserisce nel solco del pragmatismo obamiano, che autoreferenziale non è. Vale la pena sottolineare come l’ex sindaco di South Bend sia un forte critico di Vladimir Putin. Se il bipolarismo trumpista prevede che a battagliare sul campo geopolitico ed economico siano Cina e Stati Uniti, Buttigieg potrebbe voler rispolverare uno schema vecchio, quello della serrata tra l’Ovest e l’Est del mondo. Il più temibile dei competitori, però, sarebbe proprio lo “Zar”. E con Xi Jingping, come accadeva con Obama, i rapporti migliorerebbero. E, sempre come Obama, il candidato Dem pensa rispetto all’Iran che gli States debbano rientrare nell’accordo siglato nel 2015