Chi è Pete Buttigieg

Pete Buttigieg o “Major Pete”, come hanno iniziato a chiamarlo i media statunitensi, è nato a South Bend, città di cui è stato sindaco per un mandato, nel 1982. Buttigieg, mentre era seduto sullo scranno più alto della località dell’Indiana, si è contraddistinto per la natura sperimentale delle sue politiche urbanistiche. Adesso, candidandosi alla Casa Bianca, Major Pete deve convincere i cittadini americani di essere capace di ben altre imprese.

Le primarie in Iowa ed in New Hampshire lo hanno premiato. Ma la sfida per la nomination presidenziale è lunga. Pete, che si è formato studiando letteratura ad Harvard, parla otto lingue (tra cui l’italiano) ed è il primo gay dichiarato ad essere sceso in campo per le primarie dei Democratici nella storia degli Stati Uniti. La sua visione del mondo è stata influenzata dall’educazione ricevuta in famiglia: il padre Joseph Buttigieg, un professore universitario maltese, è passato dai seminari della Compagnia di Gesù e dallo studio approfondito del gramscismo.

Il programma di Major Pete è intriso da quello che la storia delle dottrine politiche ha chiamato “cattolicesimo democratico“. La spiritualità, nella vita di Buttigieg, ha sempre svolto un ruolo centrale: quando ha sposato Chasten Glezman, che di mestiere fa il docente in un istituto basato sugli insegnamenti della Montessori, Pete ha fatto di tutto affinché il matrimonio venisse celebrato con un rito religioso. E ci è riuscito.

Ma la vicenda biografica di Buttigieg è tutto fuorché scontata: Pete vanta anche un’esperienza come ufficiale della marina militare.

L’ex sindaco, da quando ha annunciato di correre per la tornata interna dei Dem, non si è mai schierato contro l’establishment partitica, ma ha sempre sottolineato la necessità che gli asinelli iniziassero ad abbandonare modi di pensare anacronistici. Non è un indipendente alla Bernie Sanders, ma neppure un membro attivo degli apparati come Joe Biden. E questa caratteristica, in specie sul lungo periodo, potrà risultare decisiva.

La domanda che ogni analista politico si è posto da quando “Major Pete” è sceso in campo federale è questa: Buttigieg è un astro nascente o un fuoco di paglia? L’ex sindaco di South Bend può incarnare un rinnovato “sogno obamiano“, con delle modifiche sostanziali, oppure rivelarsi una figura poco rilevante per le sorti della geopolitica mondiale. Per comprendere il perché, comunque terminino le elezioni primarie, Buttigieg abbia fatto parlare di sé, bisogna considerare la sua natura di “outsider”. Gli Stati Uniti, dalla vittoria di Barack Obama alle primarie contro Hillary Clinton in poi, hanno spesso premiato chi è stato capace di uscire dai canoni della ordinarietà partitica: gli uomini legati sin da principio all’establishment vengono di solito respinti dall’elettorato di entrambi i partiti.

Il primo presidente afroamericano degli States, almeno nelle fasi iniziali della sua parabola, ha guadagnato parecchi voti, opponendosi alla potenza di fuoco della famiglia Clinton. E il fatto che Buttigieg, che è un moderato, abbia tentato di occupare lo spazio centrale – quello che quasi per “diritto acquisito” spetterebbe a Joe Biden -, può di sicuro aver influito sulle prime due performance della competizione interna ai dem, ossia quella dell’Iowa e quella del New Hampshire.

Di solito, nelle fasi finali delle primarie, si confrontano un candidato progressista ed un candidato moderato. Nel 2016, furono Sanders e Clinton a contendersi la nomination. Nel 2008, la parte del progressista venne recitata da Obama, mentre Clinton rappresentò il centrismo, l’espressione dell’establishment partitica.

Buttigieg è e rimarrà una via di mezzo: può impensierire la mediana del campo, ma la sua candidatura è già un segno di “progresso”. Del resto, “grazie” a “Major Pete”, i democratici americani hanno iniziato a confrontarsi con una serie di domande che mai erano state poste. Una su tutte: una persona omosessuale, ma cattolica e centrista, può essere sostenuta da tutto il partito come candidato alla presidenza degli Stati Uniti? Praticamente tutti i dem sono favorevoli al riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali, ma è il mix tra l’orientamento dichiarato e il valore attribuito alla componente spirituale che fa di Buttigieg una novità assoluta del panorama americano.

Pete Buttigieg pensa che il Partito democratico ragioni attraverso logiche antiquate. “Nuovo“, nei suoi discorsi, è un aggettivo ricorrente. Il motto, che per ora è un po’ banale, risulta essere “Pete2020”.

Buttigieg for president (LaPresse)
Buttigieg for president (LaPresse)

Ma, nel corso dell’annuncio della candidatura, l’ex ufficiale della marina militare aveva usato l’espressione “nuova primavera democratica”. Un mantra che può sintetizzare quale sia la sua visione del mondo. Grande spazio nel suo programma viene dedicato a “Medicare for All“, una riforma del sistema sanitario volta all’equiparazione dell’ambito pubblico con quello privato. Il 38enne non è un socialista massimalista.

Buttigieg può essere associato con facilità a Biden, ma conserva una serie di caratteristiche in grado di distanziarlo parecchio dall’ex vice presidente degli Stati Uniti d’America. L’età per esempio: il secondo ha quarant’anni in più del primo. E questo è un dettaglio che può suscitare entusiasmo nei giovani che vorrebbero premiare un candidato centrista sì, ma pimpante. Qualcuno in grado d’incarnare un sogno “obamiano”, con la stessa spinta mediatico-elettorale di 12 anni fa. E Biden, che si è accorto della pericolosità del rivale, ha iniziato a produrre spot. Immagini che mirano a denotare la differenza di esperienza tra l’ex vice di Obama e un politico che, in fin dei conti, vanta solo un’esperienza da sindaco. Basterà a convincere l’elettorato moderato? Non è per nulla scontato.

Pete Buttigieg è sposato con un uomo. Il politico di South Bend sarebbe dunque il primo gay ad insediarsi alla Casa Bianca in caso di vittoria. Ma Buttigeg è già il primo candidato alle primarie dem ad avere un orientamento omosessuale dichiarato. E questo è un fattore rimarcabile.

Un’altra curiosità è la seguente: Buttigieg è cattolico, tanto da essersi sposato mediante un rito religioso. Suo padre, peraltro, sarebbe dovuto divenire un membro della Compagnia di Gesù.

A Joseph Buttigieg, il papà di Pete, è stata dedicata una pagina su Wikipedia in tempi non sospetti: prima che il figlio scendesse nell’agone politico. Ora Joseph è deceduto ma, in vita, oltre ad aver insegnato letteratura ad alti livelli, ha fondato un istituto internazionale di studi gramsciani. La categoria dottrinale del “gramscismo” può aiutarci nella spiegazione del progetto del giovane Pete: costruire passo passo, Stato dopo Stato, una “egemonia culturale” tra gli strati elettorali dei dem. A Buttigieg servirebbe anche per evitare che la narrativa di Biden – un racconto che stenta a decollare e che è centrato sul dato esperienziale – prevalga.

Di spazio al centro, in linea teorica, non ce ne sarebbe. Joe Biden e Michael Bloomberg bastano e avanzano a coprire ogni centimetro. Bloomberg ci ha messo anche il carico pesante: l’ex sindaco di New York ha dichiarato che pur di battere The Donald è disposto ad investire, per sé o per gli altri, un miliardo di dollari. Eppure, gli orfani di Clinton sembrano intenzionati a riporre le proprie speranze in una “nuova primavera democratica”. Prendiamo i dati che sempre Real Politics sta diffondendo in vista della competizione in New Hampshire: Buttigieg è l’unico che può tenere testa a Sanders. Se Biden dovesse davvero arrivare quarto – come abbiamo premesso – avrebbe ancora tempo per recuperare: le primarie durano fino a luglio. Il credito che Biden ha per via della sua storica appartenenza partitica, però, non è infinito. E Buttigieg, nel caso venisse premiato anche dai cittadini del New Hampshire, sarebbe chiamato a sfruttare quello che i commentatori politici americani chiamano “momentum”. Una striscia vincente, che deve perdurare nel tempo per divenire credibile agli occhi dell’intero corpo elettorale.

Perché Biden, nonostante la battuta d’arresto dell’Iowa, può ancora definirsi il favorito della corsa? Per gli stessi motivi per cui si è candidato con sicurezza. Quelli per cui Buttigieg deve giocoforza considerarsi un outsider. In linguaggio sportivo, si direbbe un “underdog”, cioè uno chiamato a partire dal basso per scalare la vetta. Intanto Biden è direttamente riconducibile alle amministrazioni targate Barack e Michelle Obama. Quelle cui tanti democratici guardano con nostalgia. Poi Biden si sarebbe dovuto candidare anche quattro anni fa. La Clinton ha perso, mentre Biden contro Trump avrebbe potuto vincere – dicono – . Non c’è una controprova, ma il fatto di essere rimasto fuori dalla contesa di quattro anni fa concede a Biden il beneficio del dubbio. E poi l’ex numero due di Obama dovrebbe tenere nel Midwest, dove Trump ha sfondato alle scorse presidenziali, mantenendo però inalterata la capacità di presa sulle cosiddette “minoranze”. Buttigieg, secondo i vertici dei democratici, non sarebbe in grado di “allargare l’elettorato”, che sta diventando una sorta di formula dogmatica dalle parti di South Capitol, dove ha sede la federazione nazionale del Democratic Party. A notare come l’indicazione sulla necessità di estendere il bacino elettorale si stia trasformando in una sorta di “fissazione”, tra gli altri, è stato il vicedirettore de Il Post Francesco Costa.

Un elemento curioso lo abbiamo già annotato: il gesuitismo e il culto accademico gramsciano si mischiano nella storia familiare di Buttigieg. Non c’è contraddizione in questo. I gesuiti furono tra coloro che non hanno respinto di netto le istanze sessantottine. Ancora oggi, negli schematismi ecclesiastici, è abbastanza semplice associare il progressismo dottrinale alla Compagnia di Gesù. Si pensi al caso di James Martin, gesuita e consultore della segreteria per la Comunicazione della Santa Sede. Martin, che è americano, è favorevole alla costruzione di un “ponte” tra la Chiesa cattolica e l’universo Lgbt.

Buttigieg stringe le mani a un suo sostenitore (LaPresse)
Buttigieg stringe le mani a un suo sostenitore (LaPresse)

I conservatori, che sono per lo più trumpiani, non ne vogliono neppure sentir parlare. La parabola di Buttigieg è già incardinata nella storia del cattolicesimo democratico. Ma può trattarsi di una forma sperimentale: un cattolicesimo molto più progressista di come lo abbiamo conosciuto. E in Vaticano, in specie di questi tempi, potrebbero apprezzare la figura del giovane ex sindaco di South Bend. E poi c’è Harvard, che per Politico ha svolto un ruolo decisivo nelle fasi formative dell’ex marine. Buttigieg costituisce una “forza tranquilla”, per dirla alla Mitterand.

Una “forza tranquilla” ma, com’è spesso successo nella recente storia, almeno per parte democratica, una forza per nulla disposta a ripiegarsi su se stessa. Trump, per quanto Nancy Pelosi e gli altri cerchino di convincere gli americani del contrario, si è contraddistinto per essere un non interventista. Gli Stati Uniti non sembrano avere più intenzione di “esportare la democrazia”. Buttigieg si inserisce nel solco del pragmatismo obamiano, che autoreferenziale non è. Vale la pena sottolineare come l’ex sindaco di South Bend sia un forte critico di Vladimir Putin. Se il bipolarismo trumpista prevede che a battagliare sul campo geopolitico ed economico siano Cina e Stati Uniti, Buttigieg potrebbe voler rispolverare uno schema vecchio, quello della serrata tra l’Ovest e l’Est del mondo. Il più temibile dei competitori, però, sarebbe proprio lo “Zar”. E con Xi Jingping, come accadeva con Obama, i rapporti migliorerebbero. E, sempre come Obama, il candidato dem pensa rispetto all’Iran che gli States debbano rientrare nell’accordo siglato nel 2015.


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