Ecco chi è Patrick Shanahan, il nuovo segretario della Difesa Usa

Chi è il nuovo uomo di Donald Trump alla Difesa? Senza alcuna esperienza militare e con solo un anno e mezzo di esperienza al governo, l’ex dirigente della Boeing Patrick Shanahan ha ricevuto il testimone dal Segretario della Difesa James Mattis: ex generale dei Marines che ha messo gli scarponi a terra durante Desert Storm in Iraq e  in Afghanistan.

Cinquantasei anni, ingegnere meccanico con due lauree, di cui una conseguita all’Mit, e una carriera trentennale alla Boeing, una delle maggiori società aerospaziali del pianeta. È questo il ritratto, non troppo convincente secondo molti, del nuovo numero uno del Pentagono. Già nelle fila della Difesa dal 2017, era considerato responsabile della divisione preposta all’acquisizione della tecnologia e della logistica. Ma nel breve periodo che lo ha visto al governo non avrebbe sviluppato, secondo le indiscrezioni sul suo conto, una propria visione di politica estera. Secondo il dimissionario Mattis, che non ha preso di buon grado l’annuncio dell’imminente ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria promossa da Trump, e che non condivide le valutazioni del presidente nei confronti delle potenziali minacce provenienti dalla Russia e dalla Cina, le “posizioni politiche” di Shanahan evidentemente sono da considerarsi totalmente allineate con quelle del presidente.

Questo però non troverebbe conferma nelle frequenti opinioni rilasciate da Patrick Shanahan, che come altri detrattori della politica estera del presidente, si è detto contrario al ritiro delle truppe dalla Siria; convinto che nonostante l’Isis possa essere considerato sconfitto e allo sbando, la collaborazione sul territorio con i partner alleati sarebbe necessaria per stabilizzare la regione. Le motivazioni sono da ritrovarsi nell’esperienza accumulata dopo le “disastrose” lezioni impartite dai ritiri di truppe decisi dall’amministrazione Obama in Iraq e Libia.

Il nuovo segretario della Difesa non condividerebbe – sempre secondo alcune indiscrezioni – il generico disprezzo ostentato da Trump nei confronti degli alleati tradizionali degli Stati Uniti; e avrebbe altresì parlato in più occasioni di rischi di una rinnovata “competizione tra grandi potenza” che disputata con Cina e la Russia . Un tema centrale della nuova strategia di difesa nazionale elaborata da Mattis, che è stato dipinto da Shanahan come un “grande stratega”, ma che nonostante questa comunione di vedute non lo annoverava tra le prime scelte per occupare il suo posto o altri posizioni di rilievo.

Ciò che è dato di fatto invece, è che Shanahan, che da una settimana è il primo consigliere del presidente sulla Difesa e sulla politica estera della Nazione più potente del mondo, ha meno esperienza di governo e militare di qualsiasi altro segretario alla Difesa nella storia degli Stati Uniti d’America; ad esclusione dalla breve e analoga parentesi che ha seguito lo scandalo Watergate, quando Elliott Richardson ricoprì la carica dal gennaio al maggio del ’73.

Nonostante questo, quello che viene dipinto da molti come un personaggio profondamente “apolitico”, nei suoi discorsi e nelle sue ammissioni si è sempre affidato alla sicurezza della “consuetudine” e alle “linee guida della politica estera americana”: sostenendo l’invio di ulteriori truppe in Afghanistan; invitando a “rafforzare” la Nato inviando personale militare americano nei Paesi baltici e in Polonia – per contrastare la Russia; e a mantenere “l’architettura di sicurezza del Pacifico” da sempre espressa da Washington.

Saranno i prossimi mesi a decretare le reali posizioni e il reale allineamento del neo segretario alla Difesa con il commander in cheif Trump. Come cita DefenseOne, la differenza tra Mattis e Shanahan si trovano già nelle loro citazioni: il primo era solito citare leggendari uomini di stato come Winston Churchill, il secondo preferisce citare la Kodak come esempio da non seguire a fronte di un mancata innovazione nelle sue strategie. Sarebbe dunque il caso di pensare alle possibili conseguenze di una eventuale “innovazione” applicata alla politica estera americana.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME