Chi è Omar al-Bashir

Quando hanno cercato di raggiungere la sua residenza, a Khartum, erano in centinaia. Ed erano arrabbiati. Perché l’unico obiettivo della protesta , che agita il Sudan da più di tre settimane, ha un nome e un cognome. Che corrisponde a quello del èresidente, Omar al-Bashir,di cui il Paese, stanco e impoverito, continua a chiedere le dimissioni.

A scatenare le prime contestazioni l’aumento dei prezzi, la carenza di cibo e di carburante. Ma, probabilmente, anche lo strascico di una storia, quella contemporanea, che ha dilaniato lo stato africano. Prima con la guerra civile con l’area meridionale del Paese (che poi ha ottenuto l’indipendenza), poi con i disordini nel Darfur. E, infine, con uno strapotere mantenuto ed esercitato dal 1989, di cui al-Bashir è diventato l’emblema. Perché fu proprio in quell’anno, attraverso un colpo di Stato, che si consolidò il suo controllo.

Omar Hasan Ahmad al-Bashir, che il 1° gennaio ha compiuto 75 anni, il vertice statale lo raggiunse da colonnello dell’esercito sudanese, quando trent’anni fa riuscì a rimuovere, con un golpe militare non violento, il governo del primo ministro Sadiq al-Mahdi. Nato in un villaggio ma cresciuto nella capitale, consolidò la sua formazione professionale all’Accademia Militare Egiziana del Cairo. E all’Egitto rimase legato anche quando scelse di servire il suo esercito durante la guerra del Kippur, contro Israele, nel 1973. Tornato in Sudan, prima di diventare generale, venne posto a capo delle operazioni militari dell’Esercito di Liberazione del Popolo del Sudan.

Da quel 30 giugno 1989, al-Bashir esercitò un controllo capillare su tutto il Paese. Bandendo, prima di tutto, ogni partito politico e censurando diversi organi di stampa. Nei mesi successivi, divenne presidente del Consiglio del Comando Rivoluzionario per la Salvezza Nazionale, un organo creato per mantenere e controllare poteri legislativi ed esecutivi e si autonominò Capo di Stato, Primo Ministro, Capo di Stato Maggiore , ministro della Difesae Feldmaresciallo.

Un mondo, il suo e quello del suo Paese, diviso a metà, tra l’identità araba e quella africana. Elementi che, probabilmente, contribuirono alla scelta di allearsi con Hasan al-Turabi, capo del Fronte Islamico Nazionale. Nel 1991 promulgò un nuovo codice penale e nel nord del Paese, area a maggioranza musulmana, decise di mettere in vigore la Shari’a. Nel 1993 dissolse il Consiglio del Comando Rivoluzionario per la Salvezza Nazionale e si proclamò Presidente. Ma l’alleanza con al-Turabi, che già gli aveva procurato qualche problema sul piano della politica internazionale, a causa dei suoi legami con alcuni gruppi fondamentalisti islamici (tra cui Al Qaeda e Osama Bin Laden), iniziò a incrinarsi a metà dagli anni Novanta. E il 12 dicembre del 1999, quando al-Turabi ricopriva la carica di Presidente del Parlamento, al-Bashir lo allontanò dalla scena pubblica. Definitivamente. E lo fece con truppe e carri armati che circondarono il palazzo del Parlamento.

Nel 1998, il suo governo promulgò una nuova Costituzione e l’anno dopo il Parlamento emanò una legge che permetteva la creazione di associazioni politiche minoritarie, anche con voci critiche verso la sua persona. Ma ognuna di queste formazioni fallì tutti i tentativi di raggiungere un peso significativo nella vita pubblica dello stato.

Il 14 luglio 2008, il procuratore generale presso la Corte penale internazionale chiese che venisse emesso un mandato di cattura nei confronti di al-Bashir. Le accuse, pesanti, furono quelle di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, tutti commessi contro la popolazione civile nella regione del Darfur  (conflitto che, secondo le Nazioni Unite, causò la morte di 300mila persone). La Corte emise la citazione il 4 marzo del 2009 ma non riconobbe l’addebito di genocidio. Quella rivolta ad al-Bashir divenne un caso, perché quello per il presidente africano fu il primo ordine d’arresto emanato nei confronti di un capo di Stato nel pieno esercizio delle proprie funzioni.

Venne rieletto presidente nel 1996, nel 2000 e nel 2010. Al centro della sua carriera politica (e militare) gli anni difficili della guerra civile. Che contrappose l’area settentrionale, musulmana, a quella meridionale, cristiana e animista. Tra il 2003 e il 2004, al-Bashir acconsentì a garantire un’autonomia alle regioni del sud, che durò circa sei anni. Nel 2011, nelle regioni meridionali il referendum confermò la volontà di secessione e nel febbraio dello stesso anno, al-Bashir ne riconobbe i risultati politici, proclamando la nascita del Sud Sudan definitivamente indipendente dal 9 luglio del 2011.

Ma a scatenare la rabbia nelle piazze degli ultimi giorni,  che ha causato, secondo i numeri di Amnesty International più di 37 morti tra i manifestanti, anche una grossa svalutazione della sterlina sudanese e la conseguente crescita dei prezzi. Per sostenere la mancanza di denaro contante, il governo di al-Bashir avrebbe imposto di limitare la possibilità di ritirare soldi. Per il 2020 sono previste nuove elezioni presidenziali e sembra che alcuni parlamentari vicini al presidente stiano promuovendo una modifica alla Costituzione che gli permetterebbe di ricandidarsi. Ma intanto, oggi, i cortei chiedono che al-Bashir si dimetta e che lasci il potere a un governo di transizione di tecnici, con un mandato approvato da tutte le parti della società sudanese.

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