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Chi è Oleg Tatarov, “l’avvocato del diavolo” di Zelensky

Oleg Tatarov è il vice capo dello staff del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Di professione avvocato, il suo nome appare tra i più discussi nella cerchia della governance di Kiev. Non a caso più volte in passato è stato soprannominato “l’avvocato del diavolo”, soprattutto per via della sua capacità di sopravvivere alle diverse stagioni politiche dell’Ucraina e rimanere molto vicino ai centri del potere.

Il nome di Tatarov in via Bankova, sede della presidenza ucraina, viene per la prima volta pronunciato durante l’era di Leonid Kucma. Quest’ultimo, presidente della Repubblica dal 1994 al 2005, lo nomina consulente e ottiene diverse deleghe relative alla sicurezza e alla gestione del ministero dell’Interno.

Rimane nell’orbita dell’organigramma della sicurezza ucraina anche negli anni successivi, quando a Kiev si insedia per la prima volta un governo marcatamente filo occidentale guidato da Viktor Yushenko, vincitore delle elezioni nel 2004 a seguito della cosiddetta “rivoluzione arancione”. Ma è con il suo successore che Tatarov acquisisce maggiore potere.

Nel 2011 infatti, il presidente Viktor Yanukovich, lo nomina Vice Capo del Dipartimento Investigativo Principale del Ministero dell’Interno. Un ruolo importante nell’organizzazione del ministero e dei vertici della sicurezza.

La sua nomina nel 2011 da parte di Yanukovich certifica la scalata dell’avvocato Tatarov nella cerchia del potere ucraino. In questi anni stabilisce molti contatti, diventa uno dei punti di riferimento dell’amministrazione della sicurezza. Una scalata che raggiunge il culmine nel 2014, nell’anno cioè delle proteste di piazza Maidan a Kiev.

Tatarov difende l’operato della polizia e la linea del governo contro i manifestanti. Proprio durante la fase più acuta degli scontri, il presidente Yanukovich gli assegna una medaglia al valore per via della sua attività a difesa delle forze dell’ordine. Poche settimane dopo, le manifestazioni con cui si chiede una svolta filo occidentale dell’Ucraina e la cacciata dei politici in sella fino a quel momento, travolgono Yanukovich. Quest’ultimo è costretto a scappare in Russia, assieme ad una stretta cerchia di collaboratori.

Sorte che non tocca a Tatarov. E questo nonostante in quel momento l’avvocato, per via dell’assegnazione della medaglia al valore, viene definitivo come il “vero volto” del ministero dell’Interno. Tatarov viene sì licenziato ma non è costretto all’esilio, né vengono aperti su di lui fascicoli per il comportamento durante le rivolte.

Dopo l’Euromaidan, Tatarov riprende a tempo pieno l’attività di avvocato. Molti media locali però si interrogano sul fatto che l’ex collaboratore di Yanukovich risulti ancora vicino agli apparati di potere e della sicurezza. In diverse inchieste giornalistiche, viene evidenziata la capacità dell’avvocato di rimanere in sella nonostante il rapido e repentino cambiamento delle varie stagioni politiche. In alcuni casi Tatarov risulta vicino ai partiti filorussi, in altri invece a quelli filo occidentali.

Sorprende, ma solo a un certo punto quindi, la sua nomina come vice capo dello staff presidenziale da parte di Zelensky. Il decreto di nomina viene firmato il 5 agosto 2020. Per lui le deleghe riguardano anche la sicurezza. Ma in tanti, all’interno del mondo giornalistico ucraino, avanzano dubbi sulla compatibilità di Tatarov con il governo di Kiev visti i suoi trascorsi di consulente di Yanukovich.

Contro Tatarov nell’estate del 2021 viene anche avviata una raccolta firme, sposata da almeno 25.000 cittadini ucraini. Il motivo questa volta non riguarda più i suoi trascorsi politici, bensì il sospetto che la sua rete di potere sia riuscita a far insabbiare un caso di corruzione che vedeva l’avvocato come protagonista.

In particolare, la Nabu, l’autorità anti corruzione dell’Ucraina, accusa Tatarov di aver corrotto il funzionario del ministero dell’Interno Kostiantyn Dubonos. I fatti risalgono a prima della sua nomina di Zelensky, ma il procedimento avviene dopo l’estate del 2020.

La ricostruzione del caso viene pubblicata nei mesi scorsi su Transparency International Ukraina. Il 30 novembre 2020, la procuratrice generale Iryna Venediktova (fedelissima di Zelensky e sostituita a guerra in corso la scorsa estate) sostituisce i pubblici ministeri incaricati del caso Tatarov. Pochi giorni dopo la Nabu ufficializza però l’incriminazione per l’avvocato. Nel febbraio del 2021, un nuovo colpo di scena: Venediktova trasferisce il caso dalla Nabu all’Sbu, il servizio segreto ucraino. Il tutto grazie a una sentenza del tribunale di Pechersk, la quale però viene annullata dall’alta corte di appello. Una sentenza quest’ultima non menzionata nel documento con il quale la procuratrice generale trasferisce le carte all’Sbu.

Un ente in cui Tatarov appare molto ramificato visti i suoi ruoli precedenti. E infatti dell’indagine si sa poco e nulla. I vertici Nabu ricorrono contro la decisione di affidare le carte all’Sbu, la stampa chiede conto di quanto sta accadendo allo stesso Zelensky e si aprono petizioni contro Tatarov. Tuttavia il presidente ucraino dichiara di non voler licenziare l’avvocato e che i procedimenti di cui è accusato non sembrano portare a qualcosa di concreto. Nel gennaio del 2022, la corte del distretto di Shevchenkivsky, a Kiev, chiude le indagini per sopraggiunta prescrizione.

Il caso di corruzione insabbiato non sembra aver arrestato l’influenza di Tatarov all’interno dello staff presidenziale. A Kiev viene descritto come uno dei più fidati consiglieri. Così come sottolineato su IlFattoQuotidiano, il politico Yaroslav Yurchyshyn, membro del partito Golos, in molte interviste sottolinea la centralità di Tatarov nella gestione della sicurezza anche e soprattutto a guerra iniziata.

Tanto da prevedere la nomina di un suo fedelissimo a capo dell’Sbu. Il sodale in questione risponde al nome di Vasyl Maliuk. Il 7 febbraio 2023 la previsione di Yurchyshyn si rivela esatta: Maliuk è nominato dal parlamento, su indicazione di Zelensky, quale capo dei servizi segreti.