Chi è Nicola Sturgeon

I risultati elettorali della formazione politica che guida, lo Scottish National Party, hanno fatto sì che di Nicola Ferguson Sturgeon si parlasse sui media europei ed extra-continentali da tempi non sospetti.

Per comprendere il perché dell’esposizione mediatica della leader scozzese, basta prendere come riferimento i dati che hanno accompagnato la sua leadership. La Sturgeon è al vertice del partito dal 2015. Nel 2014, alle penultime elezioni europee, lo SNP aveva raggiunto il 29,6 dei consensi, ottenendo due scranni a Bruxelles. Nella tornata europea del 2019, i nazionalisti hanno preso il 37.8%, potendo contare su un solo parlamentare europeo in più rispetto alla legislatura precedente, ma facendo registrare un bel balzo in avanti in termini di consensi complessivi.

Dal 2015 in poi, il partito nazionalista scozzese ha infilato, tra le altre, questo genere di performance elettorali: 50% alle elezioni parlamentari valevoli per il Regno Unito, quelle che si sono svolte nel 2015; 46.5% alla tornata per l’elezione dei parlamentari scozzesi, con la conseguenza del mandato di governo, nel 2016; 45% alle elezioni anticipate volute alla fine del 2019 da Boris Johnson, dopo il fallimento della prima esperienza governativa del premier britannico. Quelli di Nicola Sturgeon, politicamente parlando, sono numeri da capogiro. Se non è un monopolio elettorale, poco manca. A questi pochi elementi, conviene sin da subito aggiungere un aspetto per nulla secondario: lo Scottish National Party, che era contrario alla Brexit, è favorevole all’indipendenza della Scozia dal Regno Unito.

La permanenza della Scozia nell’Ue, che non è prevista dai piani dei conservatori, e la richiesta di un secondo referendum teso alla destrutturazione del legame statale tra la nazione scozzese e lo United Kingdom, sono le due architravi programmatiche della socialdemocratica, che è di sicuro una protagonista rilevante della politica continentale.

Nicola Sturgeon è originaria dell’Ayrshire, ma in gioventù ha studiato a Glasgow, che è poi la città dove si è politicamente formata. E Glasgow è il collegio elettorale in cui la Sturgeon si è sempre misurata con il consenso degli elettori. La cavalcata vera e propria, dopo un’esperienza da semplice parlamentare ma mai da peones, è iniziata a metà del 2000. La fortuna politica di Sturgeon, a dire il vero, è legata al destino del suo predecessore: se Alex Salmond non avesse fallito l’appuntamento con il referendum per l’indipendenza del 2014, la Sturgeon non avrebbe preso le redini dello Scottish National Party così presto. Si tratta di una delle tante porte scorrevoli che chi si occupa di politica può riconoscere o meno. L’effetto sliding doors, per la Sturgeon, prevede però che l’indipendentismo detti l’agenda del suo esecutivo da qui sino al compimento dell’autonomia. La sua mission è chiara. Ma gli ideali che l’hanno spinta alla militanza devono confrontarsi con altri attori politici. Uno su tutti: il premier britannico.

La Sturgeon, che su Twitter rimarca di amare libri e letture, sarà di sicuro consapevole di un fatto: l’indipendentismo scozzese, rispetto ad altre rivendicazioni territoriali, è relativamente recente. E infatti nel 2004 gli scozzesi hanno rifiutato l’ipotesi autocefala. Forse perché non ancora sedimentata a dovere. Dopo il compimento della Brexit, però, lo scenario è mutato. La Scozia può diventare una spina nel fianco del progetto conservatore di Boris Johnson, che ha bisogno di un Regno Unito il più possibile compatto per guardare al futuro con ottimismo. La Scozia, mentre il resto dell’isola si muove per lo più all’interno di una dimensione tesa al sovranismo e disponibile alla revisione del quadro geopolitico complessivo – revisione che, nelle intenzioni di Boris Johnson, dovrebbe soprattutto passare mediante la stipulazione di accordi bilaterali con Donald Trump –  vuole rimanere ancora all’Unione europea. Almeno questa è la sensazione che proviene dal territorio scozzese. La mitologia immaginaria di Braveheart, insomma, cammina sulle gambe di una lady di ferro che è sulla cresta dell’onda da quasi un quindicennio. Una lady di ferro, però, che è molto schiacciata a sinistra.

Nicola Sturgeon, come buona parte della politica scozzese, si è spesa per evitare la Brexit: “Stiamo lasciando l’Ue in un momento in cui non abbiamo mai beneficiato così tanto dell’Unione, in cui non c’è mai stato così tanto bisogno di Ue”. Questo è il virgolettato che è balzato agli onori delle cronache subito dopo le elezioni parlamentari britanniche del 2019. I nazionalisti scozzesi vedono la fuoriuscita dall’Ue come fumo negli occhi. Il motivo è semplice da spiegare: la Scozia, da quando si è seduta nelle istituzioni sovranazionali europee, è uscita dall’isolamento.

“Vuota come la Scozia d’inverno” è un detto che i cittadini scozzesi, molto dei quali europeisti, non vorrebbero sentire più. E di motivi, tanto ideologici quanto economici, ce ne sono. Perché la Scozia, grazie all’appartenenza all’Ue, ha assaporato l’eventualità di potersela cavare da sola o quasi. E questo, in termini relativamente semplicistici, può spiegare il perché, mentre il sovranismo sembra aggrapparsi a Boris Johnson per segnare un punto decisivo sul pallottoliere, la Sturgeon voglia procedere nella direzione opposta.

Lo Scottish National Party guidato da Nicola Sturgeon, differentemente da come l’intuito potrebbe suggerire, non è un partito di destra. Anzi, i nazionalisti scozzesi appartengono all’emisfero socialdemocratico. E questo è un discorso che bisogna far prescindere dai correntismi interni.

Il ragionamento è dunque simile a quello che vale per i nazionalisti irlandesi, che sono a loro volta collocabili a sinistra. La lotta tra Edimburgo e Londra non è soltanto storico-geografica, ma anche culturale. Le origini di questo scontro sono antiche. Alcune delle cause dello scenario contemporaneo sono scaturite dalla diversità dei possedimenti energetici.

Una, la più rimarcabile, è questa: il petrolio, una tipologia specifica chiamata brent, è la più importante ricchezza e risorsa scozzese. Londra non ha tutto quel petrolio. L’indipendentismo scozzese aspira alla realizzazione di una società tanto nazionalizzata quanto petrolifera. I profitti derivanti da una sorta di monopolio semi-continentale potrebbero bastare a garantire per tutti o quasi.

L’utopia autonomista, insomma, può non essere tale. Pure perché gli scozzesi, in termini numerici e rispetto agli altri membri del Regno Unito, non sono poi molti. A fare da sfondo al disegno, però, servirebbe uno stato sociale molto interventista. E infatti lo Scottish National Party persegue anche quel tipo di forma statale. Londra, per via della Brexit, dovrà necessariamente confrontarsi con il capitalismo. Un quadro che Glasgow vorrebbe evitare. O meglio: Glasgow vorrebbe divenire sempre più slegata dagli interessi e dalle interferenze londinesi. Per far sì che il progetto autocefalo divenga realtà è tuttavia necessario che si passi da un secondo referendum. Il primo, quello del 2014, è andato a vuoto. All’epoca la Sturgeon non recitava un ruolo da protagonista, ma era già parte attiva della contesa pubblica. Una seconda sconfitta, per farla breve, potrebbe non esserle concessa dalla logica delle cose.

Ottenere un altro referendum dopo la batosta del 2014 non è semplice. Gli inglesi, fino a poco tempo fa, erano gli artefici di un impero. Prima di dare la possibilità agli scozzesi di staccarsi, ci penseranno. Ma il precedente voluto da David Cameron, quello sulla Brexit, costituisce un episodio antecedente niente male. Boris Johnson – capiamoci subito – è contrario. L’indipendentismo scozzese, ad oggi, è percepito come una rivendicazione propria della sinistra moderata. La Sturgeon, per via delle diversità ideologiche, non ha neppure potuto contare sul sostegno di Jeremy Corbyn quando era a capo del Labour: le loro erano due sinistre molto distanti. La strada, soprattutto ora che Johnson ha una maggioranza stabile, è veramente in salita.

Il prospetto generale sull’ipotesi di una seconda consultazione referendaria è stato ben spiegato dall’Agi. Le eventualità, entrambe più difficili a farsi che a dirsi, sono essenzialmente due: la Sturgeon potrebbe tentare la strada parlamentare, domandando “permesso” al Parlamento, in cui però è maggioritario Johnson. La Sturgeon potrebbe indire comunque un referendum, forzando la mano, e rischiando che il secondo dopo la chiusura delle urne l’esito elettorale venga dichiarato nullo. Tertium – come si dice in questi casi – non datur. Certo, la Regina potrebbe dare una mano, percependo quel “mutamento di volontà” che è necessario in circostanze come queste. Ma che un reale favorisca la rinuncia di un pezzo del suo reame è oltremodo raro. Resta, insomma, l’attesa, che è l’unica vera arma nelle mani di Sturgeon: i nazionalisti scozzesi devono confidare nella evoluzione, e in una vittoria prospettica, del Labour Party. E poi c’è la finalità vera, che non è per nulla nascosta: rimanere, anzi fare ritorno, nell’Unione europea. Tutto lecito, ma pure quel tipo di passaggio necessiterebbe di tempi burocratici da verificare.

La Sturgeon, come quasi tutte le paladine di un deciso aperturismo in bioetica, è favorevole alle istanze Lgbt. La Scozia trainata dallo Scottish National Party è divenuta ultra-progressista. Ma la visione della Sturgeon in bioetica non è soltanto centrata sulle rivendicazioni di una comunità. Basti pensare all’aborto: in questo articolo viene spiegato come nella nazione scozzese sia stato consentito persino quello auto-indotto. Sono cronache di quella che Joseph Ratzinger avrebbe chiamato adesione al relativismo. E la leader dei nazionalisti scozzesi, almeno da parte progressista, viene considerata un esempio da emulare. La Sturgeon, che è anche un anti-trumpista, ha sempre marcato le distanze dal presidente degli Stati Uniti d’America in relazione alle politiche in grado di corrispondere ai desideri della comunità Lgbt. The Donald da una parte, insomma, e lei dall’altra. Basta citare un episodio: quando Trump. 2018, si è recato in Scozia per una visita istituzionale, la Sturgeon ha preferito presenziare al Gay Pride. E questo singolo avvenimento aiuta anche a comprendere il perché tra Sturgeon e Johnson, che è un trumpista di ferro, esista un vallo di Adriano che sarà difficile scavalcare.

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