Chi è Mustafa al-Kadhimi

L’Iraq ha un nuovo primo ministro: Mustafa al-Kadhimi è entrato in carica dopo che il parlamento del Paese ha approvato un nuovo governo mercoledì scorso, dopo quasi sei mesi di impasse. Il parlamento ha approvato 15 ministri di un potenziale gabinetto di 22 seggi. Cinque candidati sono stati respinti mentre la votazione su due ministri è stata rinviata, lasciando sette dicasteri ancora vuoti, comprese le posizioni chiave in materia di Petrolio e Affari Esteri.

Due precedenti nominati per il ruolo di primo ministro, Mohammed Tawfiq Allawi e Adnan al-Zurfi, non erano riusciti a ottenere un sostegno sufficiente. Per questo, il presidente Barham Salih si era visto costretto a scegliere al-Kadhimi come primo ministro designato il mese scorso, terzo candidato a formare un gabinetto, nel mezzo di feroci proteste anti-governative, scoppiate nell’ottobre dello scorso anno.

All’anagrafe Mustafa Abdellatif Mshatat, classe 1967, è nato nella capitale Baghdad e ha lasciato l’Iraq per l’Iran nel 1985, prima di trasferirsi nel Regno Unito. Pur avendo una formazione da avvocato è meglio noto per il suo lavoro da giornalista, ed è infatti proprio sul campo che scelto il titolo di al-Kadhimi. Distintosi come attivista anti-Saddam, dopo il 2003 è rientrato nel Paese d’origine proseguendo le attività della Iraq Memory Foundation, un’organizzazione fondata allo scopo di documentare i crimini commessi da Hussein.

Ma l’elemento di maggiore rilievo nel cursus honorum di al-Khadhimi è quello di direttore del Servizio di intelligence nazionale iracheno, alla luce dell’intensificarsi della lotta all’ISIS. Al-Kadhimi è ampiamente considerato una mentalità cosmopolita: oltre a coltivare relazioni con tutti i principali attori dello spettro politico iracheno ha un buon livello di dialogo con gli Stati Uniti, ed ha ricevuto il plauso di Mike Pompeo.

Amico personale del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, non ha sempre goduto delle simpatie iraniane: proprio il mese scorso, Kataeb Hezbollah, un gruppo armato vicino all’Iran e collegato alle Unità di mobilitazione popolare, aveva accusato al-Kadhimi di essere coinvolto nella morte del suo leader Abu Mahdi al-Muhandis e del generale iraniano Qassem Soleimani, con la complicità degli Stati Uniti. Tuttavia, adesso al-Kadhimi sembra non incontrare il veto di Teheran, ma questo, ovviamente non equivale di certo ad un endorsement. Ciononostante, al-Kadhimi rappresenta ancora un’opportunità più che una minaccia. Egli potrebbe essere anche l’uomo in grado di alleviare le tensioni Usa-Iran anche se la sua accettazione da parte iraniana probabilmente sarà temporanea: le Guardie rivoluzionarie islamiche continuano di tanto in tanto a criticare la sua scelta, soprattutto per riaffermare l’eredità di Soleimani.

Le sfide che al-Kadhimi ha davanti a sé non sono di certo semplici. Il neo designato ha promesso elezioni anticipate e ha respinto l’uso dell’Iraq come campo di battaglia da parte di altri Paesi. Il primo ministro si è anche impegnato ad affrontare le ripercussioni della crisi economica razionalizzando le spese e negoziando per ripristinare la quota irachena delle esportazioni di petrolio: obiettivi che si fanno più complessi con il crollo del prezzo del petrolio e la pandemia di coronavirus. Nel frattempo, l’Iraq ha registrato oltre 2.400 casi di infezioni COVID-19 e 102 morti finora. Il governo ha imposto il rigoroso coprifuoco notturno e restrizioni per impedire la diffusione del virus.

Al-Kadhimi ha dichiarato anche che sosterrà fortemente il muhasasa, il sistema introdotto dopo il 2003 nel tentativo di fornire una rappresentanza proporzionale dei vari gruppi etno-settari dell’Iraq ovvero sunniti, sciiti e curdi.

La priorità spetta indubbiamente all’emergenza Covid ma vi è anche l’obiettivo della pace sociale: serve dare giustizia a tutti coloro che sono stati uccisi durante le proteste. Più di 500 sono, infatti, i manifestanti morti per mano delle forze di sicurezza negli ultimi mesi. Ma dovrà anche rispondere alle richieste di ritiro delle truppe straniere dall’Iraq, riguardo a quale il parlamento ha già approvato una risoluzione: questo aspetto ha acceso particolarmente le parti sociali dando vita a reciproche ritorsioni sul campo che minacciano di destabilizzare ulteriormente il paese; Kadhimi dovrà, dunque, affrontare il duro compito di negoziare le condizioni del ritiro.

Nel frattempo, per l’economia irachena si prevede un’ulteriore contrazione del 10% a causa del coronavirus e del calo dei prezzi internazionali del petrolio e del gas, secondo le stime della Banca mondiale. Come un’ombra, poi, è tornata la minaccia dell’Isis: complice la pandemia, il Califfato è tornato a farsi sentire. Nella provincia irachena di Salahaddin e nella zona della città di Jurf al-Nasr, poco lontano da Babilonia, le cellule jihadiste sopravvissute al crollo dello Stato Islamico hanno infatti preso di mira le milizie sciite Hashd el Shabi.

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