Chi è Moon Jae In

Moon Jae In è il presidente della Corea del Sud. Ricopre questa carica dal 2017, quando si candidò tra le fila del Partito Democratico Unito e vinse le elezioni presidenziali convocate dopo la destituzione per impeachment di Park Geun Hye, accusata di corruzione. Moon è il primo presidente del paese ad aver messo piede in Corea del Nord su invito del leader nordcoreano Kim Jong Un, con il quale ha avviato un sincero rapporto diplomatico al fine di conseguire la denuclearizzazione della penisola coreana. Negli ultimi mesi ha ricevuto diverse critiche a causa di un’economia, quella della Corea del Sud, che fatica a ritrovare la spinta degli anni d’oro nonostante le promesse fatte in campagna elettorale. In compenso Moon ha ottenuto la ribalta internazionale per la sua apertura alla Corea del Nord anche se molti sottolineano come il presidente sudcoreano, al di là di alcuni incontri con Kim Jong Un, non abbia ancora risolto niente. Dalla scorsa estate è impegnato a gestire un duro scontro commerciale con il Giappone, costato la rimozione di Seul dalla lista dei partner privilegiati di Tokyo.

Moon Jae In è nato da genitori nordcoreani in un campo profughi dell’isola sudcoreana di Geoje nel 1953, ultimo anno della sanguinosa Guerra di Corea. Il futuro presidente della Corea del Sud ha vissuto la sua infanzia a Busan, la seconda città più grande del paese. Successivamente si sposta a Seul, dove si iscrive all’università Kyunghee e muove i primi passi in politica indossando le vesti di leader studentesco.

Il suo profilo, per gli standard sudcoreani, è tipicamente di sinistra e le prime battaglie del giovane Moon prendono di mira le dittature militari di Park Chung Hee e Chun Doo Hwan. Partecipa a diverse manifestazioni contro il governo Park e viene arrestato più volte dalle autorità. Riesce comunque a laurearsi in legge nel 1980 e iniziare la carriera di avvocato.

Dopo la laurea, Moon torna a Busan e incontra Roh Moo Hyun, presidente della Corea del Sud tra il 2003 e il 2008. I due diventano amici intimi e lavorano spalla a spalla in uno studio legale per denunciare diverse cause di violazioni dei diritti umani avvenuti negli ultimi anni della dittatura militare del paese. Dopo la vittoria di Roh alle presidenziali del 2002, Moon ricopre varie posizioni come segretario del governo, prima di ritirarsi dalla politica e tornare alla sua attività di avvocato dei diritti umani.

Quando il suo amico Roh si suicida nel 2009 in seguito al coinvolgimento di alcuni parenti in uno scandalo di corruzione, Moon decide di tornare in campo. Il Partito Democratico lo candida alle elezioni del 2012 ma perde il confronto con Park Geun Hye. Moon si rifarà alle elezioni del 2017, convocate in seguito all’enorme scandalo di corruzione che travolse Park. Picola curiosità: Moon Jae In è cattolico ed è il secondo presidente nella storia della Corea del Sud a esserlo.

L’immagine politica di Moon Jae In è quella di un amichevole attivista impegnato a difendere le cause dei più deboli. L’avvento di Moon come presidente della Corea del Sud rappresenta un segno di svolta per un paese governato per dieci anni da esponenti conservatori spesso travolti da scandali di corruzione. Scandali che hanno svelato gli stretti legami tra il mondo politico e quello degli affari.

Moon Jae In ha vinto racimolando oltre il 40% delle preferenze. Più nel dettaglio, il partito Minju di Moon, democratico e progressista, ha raccolto 13,42 milioni di voto (41,08%) mentre il centrodestra rappresentato dal partito Saenuri di Hong Jun Pyo si è fermato a 7,9 milioni di preferenze (24,03%).  Ahn Cheol Sol del partito Gungminui si è fermata in terza posizione con 6,9 milioni di voti (21,41%).

Il pacchetto economico attuato da Moon comprende l’aumento dei salari minimi e la riduzione della concentrazione della ricchezza nazionale dei chaebol, i cosiddetti grandi conglomerati (come ad esempio Lg, Samsung) che starebbero soffocando le medie e piccole imprese. I media locali sottolineano tuttavia l’inefficienza delle manovre sopra elencate. Scrive il Korea Herald che “dal lancio del programma economico dell’amministrazione Moon, le compagnie private hanno faticato a far fronte alle misure pro lavoro, compresi gli aumenti dei salari minimi, la riduzione della settimana lavorativa e la pressione per trasformare i posti di lavori irregolari in regolari”.

Con le sue politiche Moon ha espanso a dismisura la spesa fiscale senza però ottenere gli effetti sperati, dal momento che se è vero che è aumentata l’occupazione nel settore pubblico, è altrettanto vero che è diminuita in quello privato. Statistics Korea riporta che nei primi 10 mesi del 2018 si sono registrati quasi 90 mila posti di lavoro in più nel settore pubblico ma il settore privato (che comprende aziende manifatturiere, ristoranti, medie e piccole attività commerciali) ha perso, nello stesso lasso di tempo, quasi 164 mila posti di lavoro.

Moon Jae In è stato accusato di essere troppo filo nordcoreano. In realtà il presidente della Crea del Sud ha subito sottolineato di essere favorevole alla politica del dialogo. Moon ha più volte ribadito la sua fedeltà alla causa sudcoreana ricordando di aver indossato la divisa delle forze speciali dell’esercito e di aver sostenuto le sanzioni a Pyongyang. Eppure i sudcoreani continuano a nutrire un certo scetticismo sulle sue reali capacità di portare un vero cambiamento. In particolare, i critici lo considerano idealista, poco concreto, eccessivamente morbido e privo di spessore.

Tuttavia Moon Jae In è anche il leader sudcoreano che più si è speso per ricucire lo strappo con i cugini del Nord, al punto di rischiare di compromettere la sua carriera politica. Nell’ottica della “nuova era” auspicata da Moon, i toni di Seul nei confronti di Pyongyang si sono spostati dal campo delle minacce a quello della diplomazia. L’obiettivo della Corea del Sud è convincere Kim a smantellare il suo arsenale nucleare e aprire una solida cooperazione intercoreana.

Non a caso nell’aprile 2018 Moon è stato il primo presidente sudcoreano a superare la Zona Demilitarizzata al confine con le due Coree e metter piede in Corea del Nord, oltre il 38esimo parallelo. Pochi mesi più tardi, a settembre, Moon è stato addirittura invitato da Kim Jong Un a Pyongyang per un incontro bilaterale.

Per quanto riguarda il rapporto con gli Stati Uniti, Moon Jae In ha subito rimarcato il fatto che la Corea del Sud non deve essere considerata serva di Washington. Seul, appoggiandosi a Donald Trump e fungendo da ponte tra Kim Jong Un e il tycoon, intende accreditarsi il ruolo di promotrice della pace coreana. Ma per Moon sarà molto difficile emergere, visto che il presidente sudcoreano rischia di venire schiacciato dall’ego di The Donald, pronto a prendersi ogni merito.

In particolare, sulla Corea del Nord, Moon Jae In ha letteralmente le mani legate e non può fare alcuna mossa proprio a causa della situazione in cui si trovano gli Stati Uniti. Washington è ancora tecnicamente in guerra con Pyongyang, e finché le due parti non firmeranno un armistizio e allenteranno le relazioni, Seul può solo attendere e limitare i danni.

Lo scorso gennaio la piaga del Covid si è abbattuta anche sulla Corea del Sud. Per settimane, il Paese ha dovuto combattere con un’emergenza sanitaria senza precedenti. Grazie a una ferrea organizzazione, basata sull’apporto della tecnologia e della prevenzione, Seul è alla fine riuscita a mettere sotto controllo la curva epidemiologica.

Quanto accaduto ha in ogni caso influito sull’operato di Moon Jae In. Durante le fasi più acute dell’emergenza il presidente si è sempre fatto vedere in prima fila, pronto ad aiutare il Paese. Insomma, da un punto di vista sanitario la Corea del Sud ha superato brillantemente la prova del Covid. Ma adesso, in parte per la conseguente crisi economica e in parte per le prossime elezioni previste ad aprile, Moon deve fare i conti con un periodo ancora più complesso.

Per questo motivo l’amministrazione Moon ha presentato il 15 luglio un piano di spesa post-coronavirus da 133 miliardi di dollari, ribattezzato Korean New Deal, con un richiamo neanche troppo velato ai programmi varati dal presidente Usa Franklin Roosevelt per far emergere gli Stati Uniti dalla Grande depressione degli anni Trenta.

L’obiettivo del governo è di investire 160mila miliardi di won (132,67 miliardi di dollari) e creare 1,9 milioni di posti di lavoro nell’arco dei prossimi cinque anni. “Il Korean New Deal è il nostro nuovo piano centennale, rappresenta un cambio di paradigma e un balzo in avanti verso un nuovo modello economico“, ha spiegato il presidente sudcoreano.

Il piano presentato dal governo si divide in due pilastri fondamentali, che danno priorità allo sviluppo dell’economia digitale e a modelli di crescita ecosostenibilein aggiunta, il piano prevede misure di rafforzamento delle tutele sociali.

 


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