Chi è Mohammed VI, il re riformatore del Marocco

Il Marocco è una delle centrali elettriche dell’Africa settentrionale, forte di una vivace economia in via di sviluppo e di un vibrante mercato del lavoro, ed è una potenza regionale di importanza nodale per la sicurezza dell’Unione europea e degli Stati Uniti. Grande architetto di questa trasformazione è Muḥammad al-Sādis, meglio noto come Mohammed VI, discendente del profeta Maometto e re di Rabat dal 1999.

Mohammed VI, al secolo Muḥammad al-Sādis, nasce a Rabat il 21 agosto 1963 da Hassan II e dalla principessa Lalla Latifa Hammou. Secondo figlio di Hassan II e Latifa Hammou, Muhammad viene insignito appena nato del titolo di principe ereditario e viene allevato su esplicita volontà del padre con una formazione politica e religiosa. 

Lo studio del testo sacro dell’islam, il Corano, inizia al compimento dei quattro anni, presso la scuola coranica del Dâr-al-Makhzen, la residenza ufficiale della famiglia reale. Cresciuto con la passione per la lettura e la cultura, oggetto di studio e interesse sin dalla più tenera età, il futuro re si forma presso la Scuola reale di Rabat (Al-madrasa al-mawlawiya) e sceglie di proseguire gli studi all’università.

Nel 1985, a soli ventidue anni, consegue una laurea in legge presso l’università Mohammed V di Agdal con una tesi sul ruolo del Marocco nelle relazioni internazionali e, più nello specifico, nel contesto africano. Al paragrafo universitario fanno seguito il servizio nelle forze armate marocchine, dove nello stesso anno della licenziatura viene investito del ruolo di colonnello maggiore, e il proseguimento degli studi politologici e giurisprudenziali.

Fra il 1987 e il 1988 ottiene rispettivamente un certificato di studi superiori in scienze politiche ed un diploma di studi approfonditi in diritto pubblico, entrambi con lode. La passione per le scienze politiche e la legge lo conduce in Europa, dove nel 1988, subito dopo aver conseguito il diploma in diritto pubblico, inizia un tirocinio semestrale a Bruxelles presso l’ufficio di Jacques Delors, l’allora presidente della Commissione della Comunità economica europea.

Nel 1993 viene nominato dottore in giurisprudenza – titolo ottenuto con lode – all’università Sophia Antipolis di Nizza, con una tesi di dottorato vertente sulle relazioni tra Maghreb e Comunità economica europea. L’anno seguente viene fatto oggetto di una promozione nelle forze armate, diventando maggior generale, e viene investito dei titoli di presidente dell’Alto consiglio per la cultura e di comandante in capo dell’armata reale marocchina.

Nel 2000 viene nominato Dottor Honoris Causa dall’università George Washington di Washington D.C.

Il principe diventa re il 23 luglio 1999, giorno in cui il padre passa a miglior vita, venendo intronizzato ufficialmente sette giorni dopo. Per nulla estraneo alla vita di corte e alla diplomazia, Mohammed VI può vantare la conoscenza scritta e parlata di inglese, francese e spagnolo, nonché la partecipazione a missioni ufficiali e visite di lavoro all’estero fin dall’infanzia – la prima a soli undici anni, il 6 aprile 1974, per rappresentare il padre alla messa di suffragio per l’ex presidente francese George Pompidou.

Nell’immediato post-intronizzazione si presenta alla nazione attraverso un discorso a reti unificate, nel quale promette di combattere povertà e corruzione, di migliorare la qualità del mercato del lavoro e, ultimo ma non meno importante, di affrontare la sensibile questione dei diritti degli abitanti, intesi come civili, sociali ed economici. Manifestazione più palese ed eloquente del suo ultimo proposito è l’emanazione del Mudawana, nel 2004, il codice della famiglia “moderno” che gli è valso il plauso della comunità occidentale e l’ostilità della realtà islamista.

Tra i punti-chiave del Mudawana, che ha trasformato il Marocco in una delle nazioni arabe più all’avanguardia in termini di diritto della famiglia e parità di genere, risaltano l’aumento dell’età legale per il matrimonio a diciotto anni, l’introduzione della responsabilità condivisa per i coniugi, la concessione di maggiori diritti alle donne in materia di matrimonio e divorzio e l’imposizione di limiti alla poligamia.

Nello stesso anno della proclamazione del Mudawana, Mohammed VI istituisce a mezzo di un decreto reale (dahir) la Commissione sull’uguaglianza e sulla riconciliazione, un’agenzia governativa intitolata a indagare sugli abusi e sui crimini perpetrati dalle autorità durante gli anni di piombo marocchini.

Il codice della famiglia e la commissione gli permettono di inviare un segnale forte all’opinione pubblica: il nuovo re vuole che la nazione sia una protagonista del nuovo secolo, non una testimone passiva, e per conseguire tale scopo è disposto a rompere con il passato attraverso un’agenda che sia al tempo stesso conservatrice, cioè rispettosa del carattere tradizionalista e religioso del popolo marocchino, e moderna, ossia proiettata verso il futuro.

Il Marocco, non a caso, è stato tra i pochi Paesi della regione ad aver superato con successo la prova della primavere arabe. Allo scoppio delle proteste, nel 2011, il re opta per la scelta più saggia: ascoltare i dimostranti, i quali chiedono riforme in relazione alla corruzione, all’economia in affanno e alla malapolitica.

Il dialogo tra re e popolo si concretizza nella formulazione di una nuova costituzione, poi sanzionata dal popolo, che, tra le varie cose, prevede l’indipendenza del giudiziario dai rami esecutivo e legislativo, desacralizza la figura del sovrano – non più ritenuto un “santo” –, migliora ulteriormente la condizione femminile, trasforma il berbero in una lingua nazionale ufficiale e stabilisce un meccanismo democratico per la nomina del primo ministro – obbligatoriamente da selezionare nelle file del partito che ha ottenuto più seggi in Parlamento –, al quale vengono concessi i poteri di scegliere diplomatici, governatori e direttori delle imprese statali e di dissolvere le camere.

La vena riformista del re Mohammed VI non si è esaurita nella formulazione di una nuova costituzione, perché dal 2011 ad oggi sono stati tagliati altri traguardi riguardevoli, tra i quali figurano e risaltano la fondazione dell’Istituto Mohammed VI (2015), per la formazione degli imam in servizio in patria e all’estero, la messa al bando della produzione e della commercializzazione del burqa (2017) – entrambe le mosse da leggere negli ambiti della lotta all’islam radicale e dell’anelito di fare di Rabat la casa dell’islam moderato – e l’adesione agli accordi di Abramo in cambio del riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara occidentale.

Mohammed VI è un noto mecenate, imprenditore e investitore. Il sovrano del Marocco contribuisce attivamente alla promozione di cause di rilevanza globale, come ad esempio il dialogo interreligioso, la tutela dell’ecosistema, la lotta alla povertà, l’inclusione sociale e la lotta al cambiamento climatico, attraverso donazioni ad eventi caritatevoli e/o per tramite delle proprie fondazioni ad hoc, come la Fondazione Mohammed VI per la protezione dell’ambiente, la Fondazione Mohammed V per la solidarietà, la Fondazione Mohammed VI per la reintegrazione dei detenuti e la Fondazione Mohammed VI per la promozione dei lavori sociali nell’istruzione e nella formazione.