Chi è Min Aung Hlaing

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All’alba del primo febbraio, il Tatmadaw – il potente esercito birmano – ha preso il potere in Myanmar con un colpo di stato, facendo arrestare molti dei principali leader del National League for Democracy (Nld), il partito che a novembre ha vinto le elezioni in modo schiacciante, conquistando 396 dei 476 seggi in palio. Tra gli arrestati troviamo il presidente Win Myint e Aung San Suu Kyi, che era di fatto il capo del governo. A guidare il golpe è stato il numero uno delle forze armate birmane, il generale Min Aung Hlaing, che in seguito ha assunto il ruolo di capo del governo, mentre l’ex generale Myint Swe, fino a tre giorni fa vicepresidente del Paese, è stato nominato presidente ad interim. Il colpo di stato è arrivato proprio nel giorno in cui si sarebbe dovuta tenere l’inaugurazione del nuovo Parlamento.

Min Aung Hlaing, 64 anni, è a capo delle forze armate birmane dal 2011. Dopo aver studiato legge all’università di Yangon tra il 1972 e il 1974, si è scritto all’accademia militare. Negli anni successivi ha scalato le gerarchie dell’esercito, diventando sempre più potente in quello che era già il più importante centro di potere del Paese. Nel 1962, infatti, il governo democratico birmano è stato rovesciato da un colpo di stato militare condotto dal generale Ne Win, che ha comandato la ex-Birmania per oltre cinque decenni, fino a quando il Paese ha iniziato un lento e complicato processo di transazione verso la democrazia tra il 2010 e il 2011, con lo scioglimento della giunta militare e la liberazione di molti detenuti politici, compresa Aung San Suu Kyi.

Min Aung Hlaing è cresciuto costantemente tra i ranghi del Tatmadaw, ma come comandante in capo negli ultimi dieci anni ha anche esercitato una significativa influenza politica prima del colpo di stato del primo febbraio. È riuscito a mantenere con successo il forte potere dell’esercito anche quando il Myanmar era sotto il governo semi-civile guidato dal partito di Aung San Suu Kyi, nonostante abbia ricevuto condanne e sanzioni internazionali per il suo ruolo negli attacchi militari nelle zone etniche del Paese. Il nuovo capo del governo è diventato ufficiale di fanteria nel 1977 e negli anni successivi si è occupato dei numerosi conflitti ancora in atto contro le minoranze etniche del Myanmar, usando la strategia dei cosiddetti “quattro tagli”: ovvero isolare i ribelli dai civili interrompendo i rifornimenti di cibo e soldi, tagliando le trasmissioni di informazioni di intelligence e cercando di limitare il sostegno popolare.

Per Min Aung Hlaing la svolta arriva nel 2011, proprio con l’inizio della transizione democratica del Myanmar. Da soldato taciturno si è trasformato in un politico molto attivo e in poco tempo è diventato l’uomo più potente del Paese. Nominato a capo delle forze armate al posto del generale Than Shwe, è stato considerato l’uomo giusto per garantire la continuità delle pressioni militari nella vita politica birmana. Nel 2017 il New York Times ha scritto che il suo piano sarebbe stato quello di diventare presidente dopo le elezioni del 2020, visto che nel 2021 il suo mandato di cinque anni a capo delle forze armate sarebbe scaduto.

Nell’agosto del 2017 centinaia di migliaia di Rohingya sono stati costretti a scappare nel vicino Bangladesh per sfuggire alle atroci violenze dell’esercito del Myanmar. Le poche testimonianze di prima mano arrivate in quei giorni di quattro anni fa, parlavano di brutalità inaudite e quotidiane: centinaia di morti, stupri, mine, sparizioni forzate, villaggi dati alle fiamme e torture. Nel 2018, una missione indipendente istituita dal Consiglio dei diritti umani dell’ONU accusò proprio Min Aung Hlaing e diversi alti funzionari militari di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra per quei terribili fatti. Nel 2019 anche gli Stati Uniti hanno condannato le violenze subite dai Rohingya, imponendo sanzioni contro Min Aung Hlaing e altri importanti leader militari del Myanmar.

In Myanmar, nonostante la trasformazione democratica sostenuta a gran voce dall’Occidente, i militari hanno mantenuto sempre un enorme potere, controllando di fatto la vita politica, sociale ed economica del Paese. A loro, infatti, secondo la carta costituzionale, è garantito il 25 per cento dei seggi parlamentari indipendentemente dall’esito delle elezioni e il controllo del ministero degli Interni, della Difesa e quello per gli Affari di confine. Inoltre, la vecchia giunta, è parte del “Consiglio per la difesa e la sicurezza nazionale”, che in qualsiasi momento può bloccare o modificare le leggi considerate pericolose per l’unità e la sicurezza, con la possibilità di assumere il totale controllo qualora l’integrità del Myanmar venisse in qualche modo minacciata. Ed è proprio quello che hanno fatto il primo febbraio.