Chi è Michelle Obama

Michelle LaVaughn Robinson Obama è nata a Chicago nel 1964. E di Chicago parleremo ancora. Perché molto della vita della “ragazza del South Side” – come per Barack del resto – è dipeso dal genius loci, il posto dove tutto è iniziato. Nel corso della campagna del 2016, quando è divenuto chiaro – almeno a qualche sparuto commentatore – che Hillary Clinton potesse davvero perdere contro Donald Trump, l’ex First lady si è presentata a Philadelphia, sostenendo in pubblico l’ex segretario di Stato ma soprattutto dando la sensazione di poter rappresentare una speranza prospettica per il partito degli asinelli.

Ma così non è stato. Nonostante le capacità oratorie e il sostegno espresso dai progressisti statunitensi nei confronti della prima donna afroamericana a divenire un’inquilina della Casa Bianca, infatti, Michelle ha volentieri rifiutato l’opzione della discesa in campo diretta. Le primarie del 2020 potevano essere un’occasione. Michelle ha declinato però ogni invito. Nell’immaginario collettivo, la moglie di Barack Obama è sempre stata l’espressione diretta di uno stile politico. Quello che i commentatori hanno chiamato “obamanismo”, insomma, è derivato sì dall’azione e dalle scelte del quarantaquattresimo presidente degli States, ma non solo. Uno stile, però, che nel tempo è divenuto desueto, lasciando spazio agli anti-sistema alla Bernie Sanders.

 

Michelle, per otto anni, ha occupato un ruolo centrale nella narrativa dei media main-stream. Adesso gli Obama non risiedono più nella White House, ma le “gesta” dei coniugi continuano ad essere raccontate con costanza. C’è un po’ di “nostalgismo” a sinistra. Tanto da continuare a sperare che la Robinson, prima o poi, faccia il grande passo, entrando a spinta nella arena elettorale. Michelle è ancora una star. La sua biografia, “Becoming”, è stata uno dei libri più venduti del 2018.

La statistica vale per il mondo. E, più in generale, quel testo rappresenta ancora oggi una delle parabole personali di cui si è più dibattuto in ambito giornalistico. “Becoming” ha anche vinto un Grammy. Michelle – vale la pena rimarcalo sin da principio – verrà ricordata soprattutto per aver provato – senza riuscirci – a cambiare lo stile di vita dei cittadini americani: le sue campagne per una corretta dieta salutista sono state rese celebri da una stampa che non ha mai difettato di supporto. Si tratta di diete che però sono state per lo più ritirate. L’ambientalismo, a sua volta, si è evoluto: ora le “istanze ecologiste” poggiano sui discorsi di Greta Thunberg ed Alexandria Ocasio Cortez. Barack e Michelle hanno parecchie caratteristiche di partenza in comune. La storia di Michelle, in maniera meno tangibile rispetto a quella del suo compagno di vita, è partita dal basso.

Il fatto che il padre di Michelle fosse iscritto al Partito Democratico non è irrilevante. Barack Obama Sr si è distinto per il suo impegno in favore dei diritti delle minoranze, mentre Fraser Robinson è stato proprio un militante del Partito Democratico. L’imprinting di Michelle, insomma, è stato paradossalmente più politicizzato rispetto a quello di suo marito, che si è invece costruito una vocazione, partendo quasi da zero.

La madre della Obama, invece, si chiama Marian. Quasi come una delle due figlie di Michelle, appunto Marianna. Michelle, differentemente da Barack, è cresciuta a Chicago. Certo: non in un quartiere centrale, ma comunque in una città politicamente rilevante. E questa è una differenza che può essere evidenziata. Poi ci sono i luoghi della formazione: una doppia laurea in legge a Princeton e ad Harward. Ma non era scontato che Michelle arrivasse a quei livelli d’istruzione. La sua vicenda, come ripercorso in “Becoming”, ha mosso i primi passi all’interno di un quartiere di Chicago popolato in larga maggioranza da bianchi. Donna, nera e geograficamente periferica in relazione ad i luoghi di potere degli Stati Uniti: quello di Michelle – così come quello di Barack Obama – è stato tutto un “divenire”. Per questo gli americani hanno creduto agli Obama: era la loro storia personale a provare che, da un ipotetico punto zero virgola (Barack) o uno (Michelle), si potesse sbarcare il lunario.

Michelle Obama, per molte donne e uomini, è stata un simbolo. Una figura importante per una serie di ragioni. Tra il primo e il secondo mandato di Barack Obama, Michelle ha tenuto un discorso in North Carolina in cui ha spiegato perché la coppia presidenziale rappresentasse l’incarnazione perfetta del “sogno americano”: “Per me e Barack il successo non si misura con la quantità di soldi che fai, ma dalla capacità di cambiare la vita delle persone”. Aveva fatto qualcosa di simile nella prima Convention “obamiana” del 2009.

Nella seconda sfida presidenziale, bisognava battere il due formato da Mitt Romney e Paul Rayn. Un’operazione che, ai Dem, è effettivamente riuscita. Difficile, per gli immaginifici Dem a stelle e strisce, esprimere certi concetti meglio di Michelle. L’intervento in North Carolina è rimasta una pietra miliare del progressismo. Peccato che i dati macro e micro-economici avessero già raccontando un’altra storia. Quella che porterà ad un sonoro rifiuto elettorale. Non si deve sottovalutare l’impegno che gli Obama hanno messo in campo nella campagna del 2016: gli americani hanno bocciato Hillary Clinton, nonostante l’appoggio continuativo della coppia presidenziale. Può aver significato soltanto una cosa, ossia che gli elettori avevano già smesso di credere allo storytelling sulla “redistribuzione delle possibilità”. E questo è un dato che non si può smentire.

Michelle Obama, quando ha incontrato il giovane Barack, uno stagista, presso uno studio legale di Chicago, non era affatto persuasa dall’eventualità che il ragazzo di Honolulu avesse potuto far parte di qualcosa di serio. A conti fatti, trattasi della più classica delle prime sensazioni destinate a finire in un dimenticatoio. Anche questo è emerso in “Becoming”.

Dal ritardo del primo giorno all’accensione di una sigaretta: nulla del comportamento del nuovo arrivato suggeriva che Michelle potesse pensare a Barack come al suo futuro sposo. Lo ha ammesso lei stessa tra le pagine della sua biografia. Ma gli ideali politici – questo pare un buon sunto della relazione tra i due – hanno unito quello che sembrava molto distante. “Ibrido” è l’aggettivo che Michelle Obama ha utilizzato più volte per descrivere, in “Becoming”, l’uomo che poi sarebbe divenuto un presidente degli Stati Uniti d’America. A primo impatto, può non sembrare esattamente un complimento. Ma l’accezione non è quella immaginata, e in fin dei conti non è niente male: “Barack era serio senza prendersi sul serio. Aveva modi disinvolti ma rivelava un’insolita potenza di pensiero”, ha scritto la Robinson. “Ibrido”, dunque, pure nel senso di capace di non essere pesante, pur occupandosi di questioni delicate. E che sarebbero divenute centrali per le sorti del mondo.

La storia di Michelle Obama presenta alcuni elementi di spettacolarità. Non è che la sua visione del mondo, a dire il vero, sia molto dettagliata. Se lo è, il mondo non ne ha contezza. Michelle – questo sì – è un avvocato, ma non ha mai chiarito il suo punto di vista attorno a buona parte delle grandi questioni da affrontare nel secolo corrente. Barack Obama è fuori dai giochi. Se non altro perché, per prassi, non può ricandidarsi. Michelle potrebbe esprimersi politicamente al meglio. Eppure non lo fa.

Sì, certo, sono stati prodotti documentari sulla corretta alimentazione e su altre tematiche. Per “American Factory”, che in qualche modo parla anche dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, oltre che delle difficoltà della classe operaia a stelle e strisce, è arrivato persino un Oscar. E poi Netflix, Spotify ed ulteriori collaborazioni a iosa. Come caso di specie, però, vale la pena analizzare proprio il documentario premiato. Qualche falla narrativa c’è e c’è sempre stata. Gli Obama, con quell’opera d’ingegno, hanno certificato di avere a cuore le sorti dei lavoratori. Le immagini che scorrono sul video non provengono dall’Illinois, ma dall’Ohio, che è uno di quegli Stati che hanno consentito a Donald Trump di vincere nel 2016. Un bel paradosso, non c’è che dire.

Proprio la ribellione elettorale di quello che una volta veniva chiamato “proletariato” ha spostato da una parte all’altra un numero consistente di grandi elettori. Tralasciando la casistica sul voto popolare, che la Clinton ha continuato a rivendicare negli anni, raccontare delle difficoltà di una classe che, in fin dei conti, aveva già voltato le spalle ai Dem, e proprio in virtù delle politiche di Barack Obama, può suonare eufemistico. Un conto – come queste circostanze dimostrano – è quello che viene mostrato, un altro è quello che si è fatto in funzione di una visione del mondo che, ad oggi, risulta appunto “ibrida”. Per non dire incoerente. Spicca, in quel filmato da Oscar, la narrazione sulla necessità d’integrare il know-how cinese con quello americano. Ecco: quello è un punto di vista che The Donald, con ogni probabilità, non condivide troppo. Ma “American Factory”  – si potrebbe controbattere – è un’opera postdatata rispetto agli anni “obamiani”. Una possibile presa di coscienza successiva alla perdita del potere. Tuttavia, pare lecito segnalare comunque come una certa narrazione sul favour nei confronti delle classi meno agiate abbia trovato poca corrispondenza nella realtà dei fatti durante gli otto anni in cui gli Obama hanno abitato nella Casa Bianca.

Inquadrare Michelle Obama non è semplice: la first lady, nel sistema americano, occupa un ruolo di primo piano, ma non partecipa ai processi decisionali. Al limite può consigliare il presidente, con tutto quello che ne consegue in termini di retroscena giornalistici.

Di sicuro Michelle, in specie per il potere mediatico posseduto, ha contribuito alla diffusione di un pensiero politico abbastanza delineato. Un emblema, almeno in Occidente, in grado di contribuire all’affermazione del pensiero liberal, che però con Michelle è cambiato, divenendo composto per lo più dal politicamente corretto, dal relativismo bioetico, dal buonismo e magari pure un po’di perbenismo terzomondista. Con i Clinton aveva dominato il pragmatismo. Un assunto identico vale per i Bush. Con gli Obama ha prevalso il radicalismo. Come moglie del presidente degli Stati Uniti, Michelle si è distinta soprattutto per tre battaglie portate avanti: la difesa delle “istanze Lgbt”; gli aspetti educativi; l’alimentazione, dunque la necessità mangiare sostenibile e l’opportunità di acquistare a chilometro zero.

Soprattutto il terzo punto può non essere stato digerito da certe grandi aziende che fanno invece della diffusione di cibo a poco prezzo su scala globale un loro caposaldo. Ma tant’è. L’azione di Michelle Obama nel mondo è stata idolatrata. Il vero “orto” di Michelle, insomma, quello che Melania Trump ha ripensato, preferendo un campo da golf ed un parcheggio, è stato più propagandistico che altro. I semi cosparsi sul terreno hanno dato vita soprattutto ad un nuovo paradigma ideologico, una versione del liberal-democraticismo molto meno democristiana di come avrebbero voluto dalle parti di Joe Biden, per esempio.

Michelle Obama è molto intelligente. E forse è per questo che non si è candidata alle primarie del 2020. Se ad una elettrice democratica venisse chiesto di catalogare le caratteristiche che Michelle porta naturalmente in dote, l’elenco sarebbe lungo. E suonerebbe più o meno così: genuina, mai “bambolina” nei confronti del marito, lavoratrice, non incline ai piedistalli, portatrice di un modello femminile positivo, non eccessiva, benefica, sobria, delicata, mai fuori posto, forte ma con valori saldi, sinceramente interessata a fare bene del suo Paese e così via.

I Dem non hanno mai smesso di sperare in Michelle, che è attivissima, più di Barack, mediante le attività della Obama Foundation. I processi politologici hanno segnato l’ora della “new left”: la sinistra socialista di Bernie Sanders, in specie dopo le consultazioni di medio-termine, è divenuta maggioritaria nella base degli asinelli. E Michelle Obama rappresenterà, in caso di fallimento della parte massimalista del partito, la prima carta nel paniere dei liberal-moderati. La Robinson è già la nuova Hillary del prossimo ciclo. Ma bisogna che tutti i pezzi del puzzle si incastrino. L’ex first lady può essere un bellissimo capitolo di un libro che però, al limite, sarà intitolato “2024” e non “2020”. Per far sì che la sua bolla esploda, c’è prima bisogno che l’esperimento targato Sanders-Cortez risulti inefficace.

La tutela delle minoranze è un canovaccio fisso dell’azione di Michelle Obama. I neri, certo, ma anche le donne che la Robinson pensa di dover difendere in qualità di categoria a se stante. Trump, per esempio, è per l’ex FLOTUS un misogino. Un magnate a-politico a cui, misteriosamente, gli americani hanno affidato le loro sorti. Questo per dire che, dal saluto alla Casa Bianca del 2016 in poi, Michelle si è sempre prodigata nel fare da megafono all’anti-trumpismo militante. Una superstar pop, trasformatasi in un’influencer che, pure attraverso le attività sui social, sembra voler ridisegnare l’agenda di un emisfero ideologico che fa fatica attecchire nel mondo rispetto alla facilità di dodici anni fa, quando questa storia è cominciata. George Soros, per citare uno degli “obamiani” della prima ora, ha dichiarato che la presidenza Obama fa parte delle sue più grandi delusioni. Esiste una scollatura interna al mondo Dem che la Robinson sembra voler risanare. Ma bisogna che l’establishment le perdoni alcune fasi della seconda presidenza del marito. Su tutte: il cambio d’asse geopolitico, dopo l’accordo per il nucleare con l’Iran che ha di fatto spiazzato Israele, rischiando di sconvolgere gli equilibri costruiti sino a quel momento. La filantropia non può bastare a spiegare i perché di un’agitazione propagandistica così intensa. A meno che, escludendo di netto l’ipotesi politica, non si voglia ridurre tutto al piano meramente materiale. Com’è stato registrato attraverso questo articolo de IlGiornale.it, gli Obama, soprattutto Michelle grazie a “Becoming”, dovrebbero aver triplicato il loro patrimonio in questi anni di disimpegno presidenziale. Per Michelle, si parla di circa 250 milioni di dollari incassati dal 2016 in poi. Michelle dice di non essere una politica, ma si muove da anni come se la sua candidatura fosse già stata lanciata. E questa è una discrasia che soltanto il tempo avrà modo di analizzare.

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