Chi è Mevlut Cavusoglu

Mevlut Cavusoglu è il diplomatico più capace di cui dispone la Turchia, il potere dietro al trono che dal 2014 è alla guida del ministero degli Esteri e che sta pianificando con successo ogni mossa di Recep Tayyip Erdogan nello scacchiere internazionale. E se è vero che non si può comprendere l’agenda estera di Ankara rifacendosi esclusivamente al neo-ottomanesimo, è altrettanto vero che non si può leggere nella mente di Erdogan ignorando colui che ne sta muovendo i passi.

Cavusoglu, classe 1968, proviene da una facoltosa famiglia di proprietari terrieri di Antalya e possiede un curriculum studiorum di alto livello e internazionalistico, essendosi formato tra Ankara, New York e Londra. Nella capitale inglese, Cavusoglu ha iniziato, ma non ha concluso, un dottorato di ricerca presso la prestigiosa London School of Economics and Political Science, dopo aver scoperto che cosa avrebbe voluto fare: il diplomatico.

Nel 2001 Cavusoglu interrompe ufficialmente la carriera a Londra e fa ritorno in Turchia, prendendo parte alla fondazione del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), avvenuta proprio quell’anno. Perché abbia scelto di militare tra le fila di un partito nuovo e di cui, all’epoca, non erano note le probabilità di successo nel lungo termine, lo ha spiegato l’europarlamentare britannico Andrew Duff ai microfoni di Politico, che all’attuale ministro degli esteri turco ha dedicato un approfondimento intitolato “Faithful Follower” (ndr. Il seguace fedele).

“Cavusoglu è sempre stato un conservatore, e questo spiega la sua ascesa ai vertici, mentre i progressisti [del partito] hanno abbandonato o sono stati marginalizzati”. In breve, Cavusoglu è sempre stato un fedelissimo di Erdogan e ne ha accompagnato il lungo cammino verso la trasformazione della Turchia sin dagli esordi.

All’interno dell’Akp si è fatto riconoscere per l’elevata preparazione nel campo delle relazioni internazionali e ha ricoperto primariamente ruoli inerenti gli affari esteri di Ankara nel Vecchio Continente, dalle relazioni con l’Unione Europea (incluso il processo d’adesione) all’agenda per i Balcani. Il politico finlandese Kimmo Sasi, che ha conosciuto Cavusoglu lavorando al dossier Sarajevo fra il 2006 e il 2010 per conto di Bruxelles, lo ha descritto come “il più rapido a capire [le cose] di tutti i correlatori che io abbia mai avuto”.

Nel periodo compreso fra il 2001 e il 2012 Cavusoglu ha lavorato principalmente in ambito comunitario come rappresentante e portavoce dell’Akp in una serie di istituzioni ed entità di rilievo, come la delegazione turca all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) e i Democratici Europei, e ha costruito un’immagine di sé di abile negoziatore. Della Pace, Cavusoglu è stato eletto presidente nel 2010, diventando il primo politico turco a ricoprire tale incarico, e l’esperienza ivi acquisita gli ha consentito di conquistare la fama di maggiore esperto della realtà europea ad Ankara.

Dal 2013 al 2014 è stato a capo del Ministero per gli Affari Europei, ma la larga convinzione all’interno dell’Akp che le sue potenzialità fossero destinate a restare inespresse se fosse rimasto delimitato in un simile ruolo gli ha permesso un’ulteriore scalata. Nell’agosto del 2014, Cavusoglu è stato trasferito dagli affari europei agli affari esteri, assumendo la guida della diplomazia di Ankara, ruolo che ricopre ininterrottamente da quella data.

Avendo avuto il modo di studiare l’Occidente in maniera approfondita e in loco, fra Londra, New York e Bruxelles, Cavusoglu è tornato in patria con un bagaglio di conoscenze ed esperienze che si è rivelato estremamente utile ai fini del sogno erdoganiano di far rinascere la “Grande Turchia“. Cavusoglu è ritenuto colui che ha suggerito al presidente turco di aprire i rubinetti del corridoio balcanico a scopo ricattatorio, sicuro di quale sarebbe stato il risultato: un cedimento da parte europea.

La bomba migratoria è una tattica che è stata utilizzata diverse volte nella storia recente per creare pressioni su determinati Paesi nel contesto di guerre ibride e antagonismi, e il suo funzionamento è stato illustrato egregiamente dalla politologa harvardiana Kelly Greenhill nel libro “Armi di migrazione di massa“, ma non è detto che funzioni in ogni caso. Cavusoglu, però, era fermamente convinto della validità e della necessità storica di quella mossa, il cui eventuale fallimento si sarebbe ritorto contro l’intero governo, e il motivo è semplice: non soltanto proviene da una formazione studentesca e professionale eurocentrica, ma a Bruxelles ha lavorato soprattutto nel campo della demografia e della migrazione, con un focus particolare al teatro balcanico.

In breve, Cavusoglu conosceva i punti deboli dell’Ue, perciò ha dapprima convinto Erdogan a giocare una partita rischiosa e poi ha assunto la guida dell’intera operazione, dirigendo i negoziati per conto di Ankara.

Ma il ruolo dell’influente diplomatico-stratega non si è esaurito nella questione migratoria, Cavusoglu è il regista occulto di ogni iniziativa compiuta da Erdogan negli ultimi sei anni: dall’infiltrazione a scopo elettorale e spionistico delle comunità turche stanziate in Europa, soprattutto in Paesi Bassi e Germania, alla spinta verso una maggiore islamizzazione dell’agenda politica interna, come la questione di Santa Sofia, ed estera, manifestatasi nel sodalizio con la Fratellanza Musulmana e con Hamas in chiave anti-israeliana e nell’avvicinamento strategico all’Iran e alle potenze islamiche dell’Asia, dal Pakistan alla Malesia.

Cavusoglu è anche colui che ha mescolato due dottrine di politica estera di recente formazione che hanno reso il modus operandi turco nell’arena internazionale più muscolarista e meno incline alla remissività e all’acquiescenza: la Patria Blu (Mavi Vatan) dell’ammiraglio Cem Gurdeniz e la linea del “Zero Problemi con i Vicini” (ZPN, Zero Problem with Neighbors) dell’ex ministro degli esteri Ahmet Davutoglu.

Prima dell’entrata definitiva di Cavusoglu nelle stanze dei bottoni di Ankara, Erdogan aveva preferito seguire la ZPN di Davutoglu, marginalizzando volutamente la Mavi Vatan, anche perché quest’ultima è stata partorita in ambienti kemalisti e del nazionalismo di sinistra. Cavusoglu, invece, ha capito quale potesse essere il potenziale derivante da una fusione delle due dottrine e si è occupato personalmente di fonderle e di convincere gli strateghi di estrazione kemalista a prestarsi ai disegni di Erdogan.

In questi giorni si sta discutendo molto del Mavi Vatan per via dell’aumento della tensione nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale fra la Turchia, la Grecia e Cipro, mentre la ZPN sembra essere caduta completamente nel dimenticatoio, eppure è importante farla riemergere, perché Cavusoglu ed Erdogan stanno attingendo in egual misura da entrambe le dottrine.

Davutoglu, che oggi è alla guida del Partito del Futuro ed è stato uno dei più influenti, capaci e lungimiranti ministri degli esteri turchi della storia recente, aveva immaginato la ricostruzione di un macro-spazio egemonico in tutti quei territori posseduti direttamente o indirettamente dall’impero ottomano fino al primo quarto di Novecento. Aveva anche capito quale strumento sarebbe stato più idoneo al perseguimento di tale fine: il potere morbido.

Secondo Davutoglu, la Turchia avrebbe potuto recuperare l’influenza e il prestigio perduti nei Balcani, nell’Asia centrale e nella regione Mena (Middle East and North Africa) senza il bisogno di ricorrere alla diplomazia delle cannoniere ma concentrando gli sforzi sul potere esercitato dal richiamo ancestrale dell’identità. La ZPN non prevedeva come armi principali l’esercito e l’aviazione, ma le organizzazioni internazionali, i centri culturali, le moschee e la cooperazione internazionale.

È negli anni di Davutoglu, capo della diplomazia turca dal 2009 al 2014, che l’Agenzia di Coordinamento e Cooperazione Turca (TIKA) e il Direttorato degli Affari religiosi (Diyanet) hanno iniziato a registrare aumenti dei loro bilanci su base annua, espandendosi in ogni angolo del pianeta, dal Messico alla Mongolia, promuovendo rispettivamente il panturchismo e il nazionalismo islamico dalle venature neo-ottomane per mezzo delle loro iniziative e rendendo possibili dei risvegli identitari che hanno facilitato incredibilmente lo stabilimento di relazioni bilaterali fruttuose, soprattutto nel corno d’Africa, nei Balcani e nello spazio postsovietico.

Cavusoglu ha portato avanti l’opera di Davutoglu, possedendo la lungimiranza di unire il potere morbido e il potere duro e l’abilità di mettere d’accordo i due cuori che animano l’Akp, ovvero il patriottismo islamico e il patriottismo laico (ma panturco), espandendo la rete di influenza informale costruita dal predecessore e decidendo che fosse giunto il momento di abbandonare il basso profilo nell’arena internazionale e l’acquiescenza verso l’Ue.

“Il potere permanente è il potere morbido. E, oggi, la Turchia è il Paese che usa il potere morbido più efficacemente in tutto il mondo. Il potere duro può essere usato quando è necessario, ma deve essere misurato, giusto e nel rispetto del diritto internazionale”.

In questa frase, che l’attuale ministro degli esteri ha rivolto agli studenti dell’università di Aydin nel 2018, è condensato l’intero pensiero che sta muovendo i passi dell’iconico duo Erdogan-Cavusoglu e che ha permesso alla Turchia di risorgere e riacquistare il proprio antico ruolo, quello di Sublime Porta tra l’Occidente e l’Oriente, chiave di volta per il dominio dell’Eurasia che ha un solo alleato: se stessa.

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