Chi è Mark Rutte

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Mark Rutte, 53enne originario de L’Aia, la città sede dei poteri maggiori dei Paesi Bassi, è divenuto negli ultimi anni protagonista della politica europea.

Leader di saldo orientamento liberale, apertamente pro-mercato e fautore del rigore sui conti pubblici, guida il governo olandese dall’ottobre 2010, risultando il leader continentale più longevo dopo Angela Merkel. I suoi esecutivi hanno avuto il nocciolo duro nel suo Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (Vvd), decisore strategico dell’orientamento politico de L’Aia.

Rutte ha mediato e tessuto alleanze durature che hanno portato l’Olanda a divenire il terzo polo di influenza dopo Germania e Francia nell’Europa post-Brexit. Dalla crisi dei debiti sovrani a quella del coronavirus la sua linea politica si è sempre incentrata sul sostegno a una rigorosa applicazione dell’austerità sui conti pubblici, nell’appoggio a una ridotta solidarietà economica e finanziaria inter-europea, per una difesa degli strumenti di controllo sull’attività degli Stati del Sud Europa.

Rutte ha costruito intorno all’Olanda l’alleanza della Nuova Lega Anseaticablocco commerciale, patto economico e strumento pressione per portare avanti una linea politica liberista nelle istituzioni di Bruxelles. Nelle ore più calde della crisi del coronavirus si nota come la maggiore centrale del rigore in Europa non sia la Germania a guida Merkel ma l’Olanda di Rutte, capace di puntare a separare i benefici dell’appartenenza all’Unione (dal dumping fiscale al libero scambio) dai doveri di solidarietà. In un gioco rischioso per tutta l’Eurozona.

Rutte, nato nel 1967, si è specializzato studiando storia prima di iniziare la carriera nel mondo del business in società come Calvè e Unilever, affiancando all’impegno manageriale la militanza politica nel Vvd.

Dopo una lunga ascesa manageriale, culminata nella direzione delle risorse umane di diverse sussidiarie di Unilever, Rutte fu selezionato nel 2002 per entrare a far parte in quota Vvd del governo di Jan Peter Balkenende, come Segretario di Stato (l’equivalente di ministro) per gli Affari Sociali e l’Occupazione. Dal 2004 al 2006 passò al ministero per l’Educazione, la Cultura e la Scienza, varando una grande riforma del sistema scolastico olandese in senso market-oriented.

La visibilità ottenuta nel Vvd per la partecipazione a governi in cui la formazione liberale olandese era partner di minoranza del centro cristiano-democratico Cda permise a Rutte di conquistare la leadership del partito nel 2006. Da lì sarebbe iniziata la scalata al potere del giovane segretario.

Alle elezioni legislative del 2010 il Vvd del Rutte risultò l’unica formazione a sfondare la soglia del 20% dei consensi e, con soli 80.000 voti in più della sinistra del Partito Laburista, ottenne 31 seggi contro i 30 dei principali sfidanti, posizionandosi in prima fila per la formazione del governo.

L’esecutivo si strutturò come un governo di coalizione tra Vvd e Cda, supportato all’esterno dal Partito per le Libertà (Pvv), la formazione di estrema destra ed euroscettica di Gert Wilders, arrivata terza col 15,5% delle preferenze. Wilders concesse il via libera per un esecutivo guidato da Rutte, sostenendone la linea liberista e pro-mercato, Il 14 ottobre 2010 Rutte si insediò, divenendo il primo liberale a guidare il governo dal 1918 e il secondo premier più giovane della storia olandese. Il Pvv sostenne le riforme di Rutte volte a tagliare il deficit e la spesa pubblica in cambio di leggi restrittive sull’immigrazione e sul divieto dei burqa nei luoghi pubblici e negli spazi comuni.

L’esecutivo era però minato dalla spinta al protagonismo dei partiti nelle fase cruciali e collasò dopo poco più di un anno e mezzo, nell’aprile 2012, attorno al tema del futuro budget del Paese. Le elezioni anticipate videro un boom sia del Vvd che dei Laburisti, piazzatisi ora rispettivamente a 41 e 38 seggi: la forza notevole di entrambi gli schieramenti spinse i due partiti a coalizzarsi strategicamente per dare il via a un secondo governo Rutte con prospettive di legislatura.

E proprio nel quinquennio 2012-2017 Rutte potè governare guidando il Paese con le logiche politiche che lo avrebbero reso celebre in Europa. La saldezza dell’esecutivo sul fronte interno, la cooptazione dei Laburisti nell’agenda economica del governo, ostile in Europa all’aumento di solidarietà legata alla discesa in campo della Bce di Mario Draghi e favorevole a un’austerità capace di non minacciare l’agenda mercantilista olandese, avvenne tramite la nomina al ministero delle Finanze di Jeroen Dijsselbloem, che da presidente dell’Eurogruppo avrebbe conosciuto una mutazione da socialdemocratico a falco del rigore.

Proprio nell’esecutivo con i laburisti l’Olanda mise in campo molti degli strumenti politici che ne hanno incrementato l’influenza europea. Dalla competizione fiscale col resto d’Europa alla costituzione della Nuova Lega Anseatica Rutte piantò i semi dell’influenza olandese sui Paesi rigoristi del Nord, che dal 2017 in avanti si sarebbe mostrata in aperta polemica con gli obiettivi della Francia di Emmanuel Macron.

Nel voto di fine legislatura del 2017 il Vvd perse 5 punti percentuali e 8 seggi in Parlamento, confermandosi comunque primo partito. Col 21,29% dei voti Rutte staccò di otto punti Wilders, che aveva guidato il Pvv al secondo posto, mentre i laburisti, dopo cinque anni di connivenza e collaborazionismo con l’agenda liberista di Rutte, precipitarono dal secondo al settimo posto, perdendo ben 29 seggi e 19 punti di consenso. Per formare il suo terzo esecutivo Rutte tornò all’ovile della Cda, a cui si aggiunsero i social-democratici di D66 e la piccola Unione Cristiana, di stampo conservatore.

Con questo governo di coalizione molto frammentato Rutte ha esercitato una crescente capacità di leadership interna, accelerando sull’agenda di tagli al welfare, flessibilizzazione del mercato del lavoro e riduzione del carico fiscale. Al tempo stesso, assieme al nuovo Ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, si è pressochè completamente intestato la conduzione della politica internazionale dell’Olanda. Una politica che, come vediamo nei giorni della crisi del coronavirus, è trincerata sui principi portati avanti nell’ultimo decennio. L’Olanda, capace di crearsi rendite di posizione, mira a preservarle anche nell’ora più buia dell’Unione.

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