Chi è Luiz Inácio Lula da Silva

Venerdì 8 novembre l’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva è tornato in libertà, dopo più di 18 mesi di carcere, grazie ad una sentenza della Corte Suprema secondo cui gli imputati potranno essere trattenuti solo dopo aver esaurito tutti i gradi di giudizio. Lula, che ha guidato il Paese dal 2003 al 2010, è una delle principali figure della sinistra brasiliana e, soprattutto negli ultimi mesi, il suo arresto ha fatto discutere per trasparenza e legittimità. Origini umili, un passato da sindacalista e una carriera politica segnata dagli scandali che hanno fatto tremare l’America Latina: ecco chi è il 35esimo presidente del Brasile.

Lula nasce nel 1945 nello Stato brasiliano di Pernambuco ma presto si trasferisce con la famiglia a San Paolo, vivendo nel retrobottega di un bar. Erano gli anni della dittatura e del golpe del 1964, ma Lula si interessa alla politica di sinistra e alle attività sindacali fino a diventare, nel 1978, presidente del sindacato dei lavoratori dell’acciaio in una delle aree più industrializzate del paese. Entra in politica nel 1986, conquistando un seggio al Congresso con il partito del Lavoratori (PT).

Dopo tre tentativi falliti — nel 1989, 1994 e 1998 — Lula assume la carica di presidente del Brasile il 1 gennaio 2003, dopo aver vinto al ballottaggio contro il candidato centrista José Serra. Viene riconfermato nel 2006. 

Nel corso dei due mandati al Palácio do Planalto è stato spesso criticato per aver modificato le sue proposte originarie a favore di posizioni sempre più moderate, tanto che durante la sua presidenza un’ala consistente del PT ha abbandonato il partito per formare correnti più rivoluzionarie, come il gruppo Socialismo e Libertà (PSOL). In effetti, delle tante promesse fatte da Lula, poche sono state mantenute. 

Seguendo le orme del suo predecessore Fernando Henrique Cardoso del partito centrista della Social Democrazia brasiliana (PDSB), Lula ha però portato avanti importanti riforme sociali. Una tra le più riuscite è stata l’iniziativa Fome Zero, volta a porre fine alla piaga della fame nel Paese — da lui definita come “la peggior arma di distruzione di massa” — tramite una serie di programmi per rafforzare l’agricoltura, costruire cisterne d’acqua e contrastare le gravidanze adolescenziali. Altra riforma spesso associata al nome di Lula è la Bolsa Familia, già federalizzata da Cardoso nel 2003 e mirata a migliorare i tassi di frequenza scolastica tramite l’erogazione di sussidi alle famiglie più povere. Questi sforzi sono riassunti nell’istituzione del Ministero per lo Sviluppo Sociale e la Lotta alla Fame.

In generale, la qualità di vita dei brasiliani è migliorata durante la presidenza di Lula da Silva: dal 2003 al 2013 (tre anni dopo la fine del suo mandato) l’indice di povertà è sceso dal 31% al 21,4%, l’alfabetizzazione è aumentata di due punti percentuali dal 2004 al 2010 e la disoccupazione è scesa dall’11% al 6%.

Lula si è contraddistinto come un feroce oppositore dei sussidi agricoli offerti dai paesi del G8, accusati di abbassare il prezzo medio dei prodotti e quindi produrre più perdite che profitti: “la reticenza dei paesi sviluppati nell’eliminare i miliardi offerti in sussidi agricoli, e le loro pratiche arbitrarie, non fanno altro che mostrare una totale mancanza di coerenza con la presunta difesa del libero scambio” ha detto l’ex presidente a Ginevra nel 2015, durante un intervento per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Con Lula, tra il 2004 e il 2010 le esportazioni internazionali del Brasile sono quasi raddoppiate.

Per quanto riguarda la politica estera, Lula è stato definito un “leader pragmatico”, coltivando buoni rapporti sia con l’allora presidente americano George W. Bush che con il leader venezuelano Hugo Chavez. Grazie alla grande crescita economica il Brasile si era anche assicurato un ruolo di rilievo nelle politiche sudamericane, operando per rafforzare il Mercosur.

In Italia, Lula da Silva è conosciuto per aver negato l’estradizione del terrorista rosso Cesare Battisti, rifugiatosi in Brasile dal 2004. La giustizia italiana ha condannato Battisti all’ergastolo in contumacia per quattro omicidi commessi, come mandante o esecutore, durante gli anni di piombo. Il criminale è però riuscito a scappare trovando riparo in Messico e in Francia, prima di sbarcare in Brasile. Nel dicembre 2010 Lula ha concesso a Battisti il diritto d’asilo e il visto permanente, decisione fortemente criticata da numerosi esponenti politici italiani e dai familiari delle vittime. Dopo vari periodi fuori e dentro il carcere, nel 2018 il nuovo presidente verdeoro Michel Temer ha firmato l’estradizione di Battisti, ma questi fugge di nuovo: viene finalmente arrestato in Bolivia nel gennaio 2019 e trasferito nel carcere di Oristano. 

Negli ultimi anni Luiz Inácio Lula da Silva è entrato nel mirino dei media internazionali soprattutto per le accuse di corruzione a suo carico che gli sono costate ben due condanne per più di 12 anni di carcere, entrambe relative a comportamenti illeciti nell’ambito dell’inchiesta Odebrecht e dell’operazione Lava Jato

La prima inchiesta, che risale al 2017, accusava Lula di aver ristrutturato un appartamento sul mare con fondi illeciti ricevuti come tangenti dalla compagnia edile OAS in cambio di una serie di favori e contratti con la multinazionale petrolifera Petrobras. Lula è inizialmente stato condannato a 9 anni, poi saliti a 12 in appello nel 2018. Ha iniziato a scontare la condanna nel carcere di Curitiba il 7 aprile 2018.

Nel 2019 è arrivata un’altra inchiesta che vedeva Lula implicato in un’ulteriore rete di favori per più di 200mila euro relativi alla ristrutturazione di una casa di campagna sempre da parte di OAS. La Corte ha deciso di condannare l’ex presidente ad altri 13 anni di prigione. In realtà, successive indagini hanno permesso di portare alla luce una rete di tangenti ben più fitta che ha coinvolto anche la presidente Dilma Roussef — finita sotto impeachment e rimossa dall’incarico — e molti tra gli uomini più potenti del Brasile, da tutti i partiti politici. Fondamentale, in questo contesto, è stata la confessione di Emilio Odebrecht, capo dell’omonima compagnia di costruzioni e anche lui incarcerato. La Odebrecht, è emerso, attraverso una vera e propria “seconda cassa” finanziava le campagne elettorali dei principali candidati non solo in Brasile ma anche in Colombia, Perù, Panama e Venezuela. 

Le condanne e l’arresto hanno di fatto precluso a Lula la possibilità di ricandidarsi alle elezioni presidenziali del 2018, nonostante i sondaggi lo dessero ancora per favorito. Molti dei suoi sostenitori hanno contestato una giustizia “a doppia velocità”: per Lula dalla denuncia alla condanna in secondo grado ci sono voluti solo nove mesi, mentre per gli altri imputati della Lava Jato i tempi vanno da 18 ai 30 mesi.

Le vicende giudiziarie dell’ex presidente sono tornate ancora una volta sotto i riflettori nel giugno 2019, quando il sito di giornalismo investigativo The Intercept ha pubblicato una lunga inchiesta in cui accusava Sergio Moro, uno dei più importanti giudici nel caso Lava Jato, di aver illegalmente aiutato gli avvocati dell’accusa a costruire il caso contro Lula da Silva, in modo da eliminare il pericolo di un suo terzo mandato e spianare la strada a Jair Bolsonaro. Oggi, infatti, Moro è ministro della Giustizia nel governo Bolsonaro. L’articolo si chiama “Violazioni etiche”, in riferimento alle attività presumibilmente portate avanti da Moro e contrarie a qualsiasi deontologia professionale. 

Nel novembre 2019 Lula è uscito di prigione, insieme ad altri 5mila detenuti in tutto il paese, a seguito di una decisione della Corte Suprema secondo cui la detenzione può iniziare solo dopo l’esaurimento di tutti i gradi di giudizio. L’ex presidente è uscito dal carcere di Curitiba con il pugno alzato, raggiungendo centinaia di sostenitori che lo aspettavano. “Non hanno imprigionato un uomo, hanno cercato di bloccare un’idea, ma le idee non possono essere distrutte” ha detto.