Chi è Kevin McCarthy, lo Speaker della Camera Usa

Kevin McCarthy è da diversi anni il leader politico del Partito Repubblicano alla Camera dei Rappresentanti Usa e, dopo la strettissima vittoria del Grand Old Party sul Partito Democratico nella parte bassa del Congresso Usa è stato eletto a succedere a Nancy Pelosi come Speaker.

Veterano della Camera, a 58 anni McCarthy è centrale in un Partito Repubblicano che vuole guardare oltre Donald Trump, di cui è stato stretto alleato in passato. Ma proprio attorno al suo rapporto con The Donald si è sviluppato lo psicodramma politico che lo ha visto in difficoltà nella conquista della terza carica dello Stato Usa, alla cui elezione è arrivato solo dopo aver dovuto venire a patti con l’ala più a destra del partito.

Nato nel 1965 a Bakersfield, California, da una famiglia di antica origine irlandese con retaggi italiani e di solida tradizione democratica, McCarthy è uno dei pochi politici di professione del panorama a stelle e strisce. Mentre si laureava in Marketing alla Bakersfield State University, ove ha concluso gli studi nel 1989, McCarthy entrava nello staff di un deputato di peso vicino al presidente Ronald Reagan, a sua volta californiano: il rappresentante alla Camera del 22esimo distretto, Bill Thomas (deputato dal 1979 al 2007), attento conoscitore della materia legislativa che sarebbe, negli anni, divenuto regista di molte proposte dell’amministrazione di George W. Bush e in seguito fellow all’American Enterprise Institute.

Una vera e propria palestra per McCarthy, cresciuto negli anni come navigatore esperto delle strettoie del Congresso, che sarebbe stato per quindici anni nella squadra di Thomas mentre nel frattempo costruiva la sua carriera nel Partito Repubblicano: ha guidato gli Young Republicans della California nel 1995 e la federazione nazionale giovanile dal 1999 al 2001.

Nel 2002, spinto da Thomas, è stato eletto al Parlamento locale della California, nel 2003 ha guidato il gruppo di maggioranza mentre a Governatore ascendeva Arnold Schwarzanegger e nelle Midterm del 2006 si è candidato, vincendo, al seggio che fu di Thomas, che quell’anno annunciò il ritiro dal Congresso.

Riconfermato otto volte consecutive, fino al novembre scorso, McCarthy ha applicato gli insegnamenti del maestro, facendo strada. Nel 2009 è stato nominato Chief Deputy Whip del gruppo repubblicano, dopo due anni di movimenti politici sul fronte della finanza e della risposta alla Grande Recessione. Nel 2011 è divenuto House Majority Whip, numero due del gruppo che aveva riconquistato la Camera e dopo l’elezione a Speaker di Paul Ryan dal 2014 al 2019 è stato leader della maggioranza. Nel 2019, con la conquista democratica della Camera dei Rappresentanti, è diventato capo della minoranza.

Liberista in economia, ex liberale sui diritti civili divenuto gradualmente sempre più conservatore su aborto, cannabis, diritti Lgbt, nemico dei gruppi ambientalisti McCarthy è stato negli anni sempre più approssimabile alla posizione del conservatore classico.

Nel 2016 è diventato uno dei primi membri del Gop a sostenere la scalata al partito di Donald Trump ritenendo che la vittoria del tycoon avrebbe potuto contribuire a consolidare la maggioranza repubblicana, cosa che in effetti avvenne: nel voto del novembre 2016 per la prima volta da decenni i Repubblicani vinsero presidenza, Camera e Senato.

McCarthy è stato relatore della riforma fiscale di Trump in cui ha inserito la modifica profonda dell’Obamacare, la riforma sanitaria che durante la presidenza del primo capo di Stato Usa afroamericano aveva contestato alla Camera. Dopo le elezioni di Midterm del 2018, in cui i Democratici hanno ottenuto la maggioranza alla Camera, McCarthy ha criticato l’avvio della procedura di impeachment contro Trump e guidato controindagini su Hillary Clinton per il caso dell’attacco di Bengasi del 2012.

 

 

In vista delle elezioni presidenziali del novembre 2020, McCarthy è stato con Lev Parnas, Rudolph W. Giuliani e Robert F. Hyde uno degli uomini chiave nello sforzo di Trump di fare pressioni sul governo ucraino per colpire Joe Biden, l’avversario di Trump, puntando sugli affari equivoci del figlio Hunter nel Paese. Dopo la sconfitta di Trump ha sostenuto la teoria – infondata – dei brogli elettorali contro il presidente ed è stato criticato dall’ex maestro Bill Thomas per aver rifiutato di prendere le distanze da The Donald.

McCarthy ha riconosciuto la vittoria di Biden solamente l’8 gennaio 2021. In mezzo c’era stato l’attacco di Capitol Hill da parte dei sostenitori di Trump di due giorni prima. Trump è stato attaccato da McCarthy per il suo atteggiamento politico fomentante climi da guerra civile politica e la sua condotta definita “atroce e totalmente sbagliata”. McCarthy si è dissociato da un presidente uscente che a suo dire stava “incitando le persone” ad attaccare il Campidoglio.

A maggio 2021 si è però opposto all’accordo bipartisan alla Camera per formare una commissione indipendente per indagare sull’attacco al Campidoglio. A novembre, invece, ha guidato l’opposizione all’agenda Biden con la pratica dell’ostruzionismo, pronunciando più volte discorsi-fiume per ritardare l’approvazione di alcune norme. Nella notte tra il 18 e il 19 novembre 2021, ha scritto Business Insider“ha pronunciato il discorso più lungo nella Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, superando le otto ore consecutive” per frenare l’approvazione dei piani sociali del programma Build Back Better. Dalla critica all’agenda Biden McCarthy passò all’ostruzionismo duro e puro con un discorso autoreferenziale, in cui ad esempio affermò di essere diventato un repubblicano in parte a causa dell’uso dei maglioni da parte di Jimmy Carter.

Non più trumpiano, ma pienamente preso nel dualismo politico che animava gli Usa, McCarthy ha contribuito alla corsa alla polarizzazione che si è ritorta contro il Partito Repubblicano alle elezioni di Midterm.

L’elezione alla carica di Speaker è arrivata a coronare la sua carriera, paradossalmente, nel periodo più difficile: quello in cui il Partito Repubblicano si trova costretto a dover mediare con i Democratici per non trasformare il controllo risicato di una Camera in una mera testimonianza ma al tempo stesso è frenato da una faglia oltranzista al suo interno.

McCarthy ha impiegato ben quindici votazioni per conquistare la carica di Speaker a inizio gennaio 2023. Forte di un blocco di 21 deputati, quasi un decimo del gruppo repubblicano, la destra radicale ha chiesto coinvolgimento nei processi legislativi, maggiore attenzione all’uso anti-Biden del Congresso e contribuito alla più lunga impasse alla Camera dal 1859 in avanti.

Il 7 gennaio è stato finalmente eletto Speaker succedendo alla Pelosi. Si è così conclusa una battaglia politica che ha inaugurato il 118esimo Congresso Usa nel modo più turbolento possibile e che dà l’idea delle sfide che i partiti istituzionali Usa, e i loro leader come McCarthy, dovranno affrontare ora per evitare di trasformare la contesa politica in una lotta tra tribù.

La prima grande battaglia politica combattuta da McCarthy da leader della ristretta maggioranza repubblicana alla Camera è stata quella sul tetto al debito, sdoganatasi tra il mese di aprile e quello di maggio. Gli Stati Uniti si sono avvicinati alla sfida decisiva del raggiungimento del limite federale del debito con una politica estremamente polarizzata.

Piazzato a metà strada tra i conservatori duri e puri che volevano imporre tagli di bilancio ai Democratici e i Repubblicani d’area Trump più adatti a sfidare sul fronte del rischio default l’amministrazione Biden, McCarthy ha portato all’incasso un accordo con Biden che ha messo ai lati buona parte dei radicali dei due partiti. Evitando però uno shock al Paese legato al possibile default sul debito. Prove tecniche di cooperazione in un terreno minato, che McCarthy dovrà percorrere almeno fino alle Presidenziali 2024.