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Chi è Julian Assange

Eroe o traditore? “Gola profonda” degli apparati Usa o spia? Protagonista della storia contemporanea o criminale? Julian Assange è una figura su cui i giudizi si polarizzano agli estremi opposti dello spettro. Un uomo che ha contribuito, con la nascita di WikiLeaks, a portare il giornalismo investigativo in una nuova dimensione, mettendo alla berlina governi di tutto il mondo, Assange è diventato famoso dapprima per le rivelazioni scottanti contenute in diverse tranche di documenti pubblicati e in seguito per la sua tortuosa vicenda giudiziaria che pare essere arrivata, negli utlimi tempi, a una conclusione dopo che l’altolà imposto da una corte inglese alla sua estradizione negli Usa è stato ribaltato nel dicembre 2021.

Nato nel 1971 nello Stato australiano del Queensland da una coppia che si era conosciuta durante una protesta contro la guerra in Vietnam, Assange si è formato fin da giovane nel pioneristico settore dell’informatica Anni Ottanta. Tra i primi, attivi “cyberpunk”, attivisti digitali intenti a utilizzare il web e i suoi strumenti per fini libertari e di informazione sociale, Assange fin dalla fine degli Anni Ottanta divenne membro di un gruppo di hacker noto come International Subversives (“Sovversivi internazionali”) e lungo tutti gli Anni Novanta ha, al contempo, vagato come uno dei primi “nomadi digitali” tra città e centri diversi del suo Paese, lavorato come sviluppatore di sofrware e attraversato una serie di vicissitudini giudiziarie legate alle sue attività di intrusione in server istituzionali australiani e stranieri. Promodiche a ciò che porterà avanti dopo la costituzione della piattaforma a cui è stato da sempre associato: WikiLeaks, nata nel 2006.

Unendo le capacità di promozione e infiltrazione dell’hacker alle potenzialità libertarie offerte da Internet Assange costruì WikiLeaks e divenne suo caporedattore sul modello dell’enciclopedia online Wikipedia, come un portale comune ove far provenire rivelazioni sottobanco (leaks) di ogni provenienza.

Dopo diversi colpi legati, ad esempio, alla repressione cinese in Tibet e alle esecuzione extragiudiziarie della polizia in Paesi come il Kenya WikiLeaks si è fatta conoscere agli occhi di diversi whistleblower interessati, riuscendo nel 2010 a piazzare il suo colpo più grosso conquistando la fiducia di Bradley Manning, ex soldato statunitense (oggi donna con il nome di Chelsea) classe 1987 che ha trafugato decine di migliaia di documenti riservati mentre svolgeva il suo incarico di analista di intelligence durante le operazioni militari in Iraq. Assange è diventato noto al pubblico  quando WikiLeaks ha rilasciato una serie di informazioni fornite da Manning nel contesto del cosiddetto Cablegate. Nel novembre di quell’anno, WikiLeaks ha rilasciato più di 250.000 documenti diplomatici degli USA, datati tra il dicembre 1966 e il febbraio 2010. La mossa di WikiLeaks causò un vero e proprio tourbillon politico e mediatico sia in campo politico, portando tutte le testate del mondo ad interessarvisi.

 

Bill Keller, editorialista di lungo corso del New York Times, ha di recente scritto in un articolo ripreso da Internazionale di come sia entrato in contatto per la prima volta con il mondo WikiLeaks, ricordando come Assange, dal CableGate in avanti, avesse offerto complessivamente al quotidiano britannico Guardian mezzo milione di dispacci militari provenienti dai campi di battaglia dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Alan Rusbridger, il direttore del Guardian, contattò Keller sottolineando, scrive Keller, che “forse ne sarebbero seguiti altri, tra cui un’enorme mole di cablogrammi diplomatici strettamente confidenziali. Il Guardian suggeriva, per amplificare l’impatto e al tempo stesso distribuire l’onere di maneggiare un simile tesoro, di invitare a questo banchetto esclusivo anche il New York Times. La fonte aveva accettato” e sia sul fronte britannico che su quello americano attente indagini contribuirono a sottolineare come la documentazione portata da Assange fosse vera e realistica.

“Con il tempo i giornalisti”, contatto dopo contatto, “si sono fatti l’idea che Assange era un tipo intelligente e istruito, con enormi competenze tecnologiche, ma anche arrogante, permaloso, paranoico e stranamente ingenuo”, ricorda Keller. “Assange disprezzava apertamente il governo statunitense e si sentiva braccato. In vista di un possibile disastro, si era tutelato distribuendo copie criptate del suo archivio segreto ai suoi sostenitori. Se Wikileaks fosse stato chiuso, o lui fosse stato arrestato, avrebbe divulgato la chiave per decifrare quelle informazioni”. Segno di una precauzione che lasciava intendere che anche in campo politico ci sarebbero state conseguenze. Le quali non avrebbero tardato a manifestarsi.

La guerra politico-giudiziaria contro Assange non ha tardato a scatenarsi: sulla scia di accuse puntuali come una bomba a orologeria, a dicembre 2010 l’attivista è stato arrestato a Londra in seguito a un mandato di cattura internazionale per stupro e molestie emesso da un tribunale svedese e rilasciato qualche giorno più tardi.

Stati Uniti e Regno Unito sono stati in prima linea nel dare la caccia all’attivista informatico australiano, che nel settembre 2011 ha annunciato di avere reso consultabile in rete, attraverso l’immissione di una parola-chiave, l’intero archivio dei cablogrammi contenenti informazioni confidenziali inviate dalle ambasciate statunitensi al Dipartimento di Stato e pochi mesi dopo, nel maggio 2012, ha trovato asilo nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra dopo che la Corte Suprema di Sua Maestà aveva bloccato l’ultimo tentativo di Assange di evitare l’estradizione in Svezia.

Rafael Correa, presidente ecuadoregno, e il ministro degli Esteri del governo socialista di Quito, Ricardo Patiño, concessero ad Assange lo status di rifugiato politico nell’agosto 2012, dando vita a una permanenza dell’attivista più celebre al mondo nella legazione diplomatica destinata a durare ben sette anni. Nel frattempo, le controverse questioni giudiziarie di Assange iniziarono a trovare compensazione altrove, dato che nel 2015 il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria ha concluso che tutta la serie di vicende iniziate il 7 dicembre 2010 con l’arresto di Assange, compresa la fuga di questi nell’ambasciata ecuadoregna e la sua permanenza forzata che lo stesso dichiarò fonte di elevato stress psicologico, sono da configurare come un atto sproporzionato e come una sostanziale detenzione arbitraria e illegale da parte di Gran Bretagna e Svezia. Londra e Stoccolma hanno rigettato al mittente queste accuse.

 

Mano a mano che le relazioni tra Russia e Stati Uniti continuavano a deteriorarsi, dal 2013 in avanti, il governo di Vladimir Putin ha iniziato a vedere all’opera di Assange come a uno strumento politico e di soft power da sfruttare attentamente per depotenziare la presa di Washington e denunciare i problemi dell’amministrazione di Barack Obama.

Dal 2012 collaboratore di Russia Today con la serie di video The World Tomorrowtalk-show che Assange conduceva dall’abitazione in cui si trova agli arresti domiciliari nel Regno Unito prima e dall’ambasciata equadoregna poi, tutt’altro che lontana dal mainstream tanto da essere ripresa in Italia da Repubblica, Assange si trovò sostanzialmente a convergere con Putin quando nel 2016 Hillary Clinton scalò il Partito Democratico fino alla nomination presidenziale, sconfiggendo alle primarie Bernie Sanders prima della disfatta contro Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca. A pochi mesi dalle elezioni WikiLeaks pubblicò una serie di mail di Hillary Clinton inviate dal suo server di e-mail privato quando era Segretario di stato dimostrando tra l’altro il coinvolgimento dell’Arabia Saudita e del Qatar in varie azioni di supporto alla formazione dello Stato Islamico della Siria e dell’Iraq (ISIS) e denunciando una vera e propria “follia maccartista”, a detta di Assange, contro la Russia. 

In particolare, fu accertato che il server personale dell’ex first lady aveva ospitato 113 messaggi contenenti informazioni riservate, tra cui 22 documenti classificati top secret; lo scandalo che ne seguì contribuì non poco a favorire la vittoria di Trump screditando la Clinton, ma ebbe due effetti come conseguenza. In primo luogo, alimentò la teoria del Russiagate, che vedeva come sottofondo l’idea di una regia russa per favorire Trump in cui Assange sarebbe stato, a detta di alcuni addirittura consapevolmente, complice per vendicarsi del Partito Democratico al governo negli anni delle rivelazioni; in secondo luogo, alienò le simpatie della stampa progressista europea e nordamericana nei confronti dell’attivista a lungo celebrato come un eroe della libertà, in grado di dialogare attivamente con personalità del calibro di Noam Chomsky e di essere anche un vero e proprio “guru” per figure come Yannis Varoufakis e il suo movimento Diem25.

 

 

Il passaggio del govenro ecuadoregno nelle mani di Lenin Moreno e la fine dell’era Correa ha portato nel 2019 alla fine della protezione di Quito a Julian Assange, che pertanto è stato arrestato nell’aprile dello stesso anno all’uscita dell’ambasciata londinese. Un mese dopo è stato condannato per violazione della custodia cautelare a cinquanta settimane di carcere da scontare nel carcere di massima sicurezza HM Prison Belmarsh (detto “la Guantánamo britannica”), al termine della prima metà delle quali gli è stata negata la libertà condizionata. Riapertasi e subito chiusa per assenza di prove l’inchiesta di indagine contro Assange da parte delle autorità svedesi risalente al 2010, si sono prospettate per l’attivista e hacker accuse di spionaggio e intrusione informatica ad opera degli Stati Uniti, che dal 2019 indagano sul fondatore di WikiLeaks e ne chiedono l’estradizione.

Il relatore dell’Onu sulla Tortura, lo svizzero Nils Meltzer, ha criticato questa ipotesi che sottoporrebbe Assange al rischio di imputazione per diversi reati tra cui quello di spionaggio, perseguibile secondo l’Espionage Act, oltre che a pene complessive dai 175 anni di carcere fino alla pena capitale. Melzer nel maggio 2019 ha sottolineato le sue preoccupazioni in merito alla criminalizzazione del giornalismo investigativo in violazione dei principi costituzionali statunitensi e dei diritti umani. Denunciava inoltre il trattamento dedicato al giornalista Assange (con tesserino presso la Federazione Internazionale dei Giornalisti) come una “persecuzione collettiva”.

Melzer ha più volte presentato appelli per la liberazione di Assange, sottolineando il suo grave deperimento psicofisico dovuto alle condizioni di detenzione. In questo contesto il 4 gennaio 2021 la giudice Vanessa Baraitser, della corte penale londinese di Old Bailey, ha negato l’estradizione in quanto le “condizioni mentali di Julian Assange sono tali che sarebbe inappropriato estradarlo negli Stati Uniti” e potrebbero portarlo al suicidio, rendendolo inoltre incapace di affrontare un processo, anche se come sottolineato dal giornalista investigativo Glenn Greenwald, “il giudice ha detto chiaramente di credere che ci siano motivi per perseguire Assange per la pubblicazione dei documenti”.

Il verdetto è stato ribaltato il 10 dicembre successivo dalla Royal Court of Justice. Due giudici dell’Alta corte hanno ribaltato la sentenza di primo grado emessa lo scorso gennaio, che negava l’estradizione del fondatore di WikiLeaks, accogliendo quindi il ricorso del team legale di Washington. Assange si trova dunque ora in un limbo legale, più vicino però a un’estradizione che in ogni caso potrebbe metterci anni a diventare concreta. Nel frattempo, la battaglia mediatica e politica su WikiLeaks e il suo fondatore continua. Assange polarizza perché oggigiorno la stessa idea di informazione, tra poteri, autorità e freelance indipendenti, è oggetto del contendere sul quadro della definizione concreta. E mano a mano che la battaglia su Assange continuerà c’è da pensare che i giudizi si faranno sempre più netti.