Chi è Jeremy Corbyn

Quando nel 2015, Jeremy Corbyn vinse, del tutto inaspettatamente, le primarie del Labour Party, Boris Johnson stappò una bottiglia di champagne. Con un avversario così, il ragionamento dell’allora sindaco di Londra, alle politiche del 2020 “vinceremo noi”.

Ironia della sorte, all’ennesima elezione anticipata convocata in Gran Bretagna, a confrontarsi sono proprio loro: Corbyn e Johnson, ma il risultato è ancora tutto da vedere.

Al di là delle battute del suo avversario, l’arrivo dell’ex sindacalista alla guida del partito laburista è da molti considerata un colpo di fortuna, per lui.

Per il partito, sicuramente un netto cambio di rotta dopo che Tony Blair, nel 1997, riuscì a riportare i laburisti al governo dopo un lungo digiuno ricominciato nel 2010 dall’elezione di David Cameron in poi. Dopo le dimissioni di Ed Miliband, nel 2015, i Laburisti erano ad una svolta; le nuove regole per le primarie avevano aperto la strada ad un più ampio numero di candidati e nel cilindro era finito anche il nome di Corbyn poi uscito vittorioso grazie alla spinta della corrente di estrema sinistra Momentum determinata a prendersi il controllo del partito.

Corbyn, alla seconda campagna elettorale in due anni, rappresenta  sempre l’uomo del passato; non solo per il suo aspetto grigio e ingrigito, non solo per i suoi 70 anni, l’aria lenta, l’eloquio poco moderno e per nulla “rock”. Corbyn, fermo sulle sue posizioni datate 1973, ha riportato l’orologio del laburisti indietro di almeno quarant’anni.

Il problema è che se lui è sempre rimasto ostinatamente fedele a se stesso e ai suoi convincimenti, il mondo intorno è cambiato, così come sono cambiati i britannici fortemente combattuti all’idea di votarlo perché, anche lui, come il suo avversario, è di fatto una figura molto polarizzante, soprattutto in virtù delle sue idee.

Corbyn è considerato un politico più adatto al porta-a-porta (in Gran Bretagna “canvassing”) che ai new media. Il suo stile è decisamente meno contemporaneo, veloce e brillante di quello che la comunicazione politica richiede oggi, soprattutto in tv e sui social network.

Nel 2017, nelle elezioni che lo hanno visto sfidare Theresa May, ha dimostrato l’efficacia della sua formula grazie ad una rimonta, anche questa volta inaspettata, che ha impedito ai Conservatori di ottenere in parlamento la maggioranza auspicata.

Ma chi si aspettava di rivedere la stessa performance quest’anno, è rimasto abbastanza deluso. Due anni fa, ad una decina di giorni dal voto, il suo gradimento personale agli occhi dei britannici, secondo Opinium Poll, era cresciuto del +13% dall’inizio della campagna elettorale.

Quest’anno, lo stesso sondaggio rileva che, da inizio campagna, è riuscito a crescere  solo del 4%. L’immagine di Corbyn risulta perciò consumata da due anni di opposizione in aula evidentemente poco premianti e soprattutto, depotenziata dal nuovo avversario, non più debole come la May.

Questa volta, con tutti i difetti che lo espongono a critiche anche durissime, il suo antagonista, si chiama Boris Johnson: un leader determinato, ambizioso, narcisista e alla ricerca disperata di consenso.

Dall’altra parte figura lui, un 70enne che non ha mai mostrato ambizioni personali né particolari doti di leadership, che non ha mai cambiato idea a costo di ritrovarsi in minoranza e che non ha quello che si definirebbe “un profilo  presidenziale”.

Il pugile con i guantoni sempre pronti alla sfida contro il vecchio marxista vegetariano dall’eloquio adatto ad un sofa davanti al camino.

Un po’ per strategia comunicativa, un po’ per inclinazione personale, Corbyn  e il suo braccio destro, John Mc Donnell, hanno puntato sull’immagine calma e su quest’aria affidabile per tentare di riunificare il Paese e il partito, lacerati dalla stessa ferita: la Brexit.

Una delle accuse più forti rivolte a Corbyn, che nel 2016 gli costò anche una mozione di sfiducia mossa dal suo stesso partito, è l’inefficace gestione della Brexit.

I laburisti viaggiano spaccati sul tema del rapporto con l’Europa, esattamente come il popolo britannico e riconciliare queste due fazioni di ultras è l’impresa a cui è chiamato a rispondere Corbyn che, ironia della sorte, è egli stesso espressione di questa divisione.

Nato come profondo anti europeista, il capo dei laburisti non ha mai detto una parola chiara su quale sarà la sua posizione qualora, come promesso in caso di vittoria, in tre mesi sottoscriverà un nuovo accordo con l’Europa che verrà sottoposto a nuovo referendum. Cosa voterà lui non è dato sapere, scelta questa che lascia gioco facile alle critiche  degli avversari.

Ma facciamo un passo indietro. Alla fine degli anni Settanta i Laburisti erano già divisi sull’Europa giudicata da alcuni una sorta di “cospirazione capitalista”.

Naturalmente Corbyn stava dalla parte degli anti europeisti guidato e ispirato da Tony Benn, il suo grande maestro. Quest’ultimo, dacché la Gran Bretagna entrò nell’Unione, nel 1973, tentò di tutto per riportarla fuori.

A scardinare le posizioni dei partiti mainstream inglesi, ribaltando i campi di gioco, ci ha poi pensato Margaret Thatcher, inizialmente grande sostenitrice del progetto europeo poi diventata famosa per il suo “no, no, no” all’Ue espresso nel 1990 nella House of Commons.

Il ribaltamento delle posizioni è frutto della rivalità tra la Lady di Ferro e l’allora presidente della Commissione europea, il socialista francese, Jaques Delors.

Quest’ultimo, in un famoso discorso a Bruges, nel 1988, presentò il manifesto di intenti per centralizzare il potere dell’Unione, come mai si era visto prima. Alla sola idea di perdere la sovranità del Regno, la Thatcher e i Conservatori si riscoprirono immediatamente euroscettici, cambiando così gli equilibri storici e lasciando il posto ai laburisti; tutti tranne Corbyn, rimasto fermo alle sue posizioni iniziali.

“Tutti sanno che Corbyn è rimasto un anti europeista per questo la sua posizione neutrale sulla Brexit risulta poco credibile”, spiega il professor Iain Begg, della London School of Economics and Political Science e Co-Director del Dahrendorf Forum European Institute. Da questo “peccato originale”, secondo Begg, deriverebbe il messaggio appannato e poco persuasivo di Corbyn, che con scarsa intelligenza politica, sarebbe incapace di generare alcuna seduzione: “È lui il primo a non essere convinto”.

Il guaio, oggi, per Corbyn è che, nonostante tutto, la Brexit è e rimane il tema più determinante per la campagna elettorale e un messaggio appannato difficilmente è garanzia di successo.

Dopo nove anni consecutivi di governo conservatore, il partito non sembra uscirne affatto consumato. “I Tories hanno bruciato i loro leader, prima David Cameron poi Theresa May, ma non il partito”, spiega il Professor Gianfranco Pasquino della John’s Hopkins University.

Corbyn si propone come colui che metterà fine alla tanto odiata austerità generata in questi anni; in tutta risposta, Johnson si trincera dietro al fatto di aver governato solo 120 giorni, declinando ogni responsabilità e chi finisce al palo è la leader dei Liberal Democratici, Jo Swinson, rea di essere stata parte del governo Cameron. Risultato? Il sasso lanciato da Corbyn finisce nel vuoto o peggio, danneggia quello che potrebbe essere il suo alleato qualora i Conservatori non ottenessero la maggioranza.

Il capo dell’opposizione, consapevole della sua debolezza sull’Europa, ha tentato di puntare tutto sui temi di politica interna, da sempre forza dei Laburisti.

Ingenti nazionalizzazioni, la protezione del Sistema Sanitario Nazionale dall’assalto dell’alleato americano, politiche per il lavoro e per l’ambiente.

Contro le élite che vogliono affamare il Paese, promette Corbyn, nessuno resterà indietro. Peccato che Johnson in versione populista-demagogo lo abbia già scavalcato rubandogli la scena, mentre gli slogan adottati per la lotta alla povertà e in favore di bambini e formazione sappiano di déjà vu.

“Jeremy Corbyn – chiarisce il professor Pasquino – manca assolutamente di capacità narrativa e, in particolare, questo messaggio sa di passato. Leave no child behind, ‘Nessun bambino resti indietro’ lo diceva George W. Bush già nel 2004”.

Insomma, niente a che vedere con lo storytelling di Tony Blair, l’ex leader  ideatore del New Labour in versione centrista che, da europeista convinto e grande critico della linea del partito di oggi, a pochi giorni dal voto è arrivato a chiedere apertamente di non sostenere Corbyn.

Non solo. Al di là della comunicazione in sé, ci sono da considerare il contenuto e soprattutto il pubblico al quale ci si rivolge.

La geografia politica della Gran Bretagna è cambiata, le cosiddette “Red Wall”, le aree post industriali dove le classi operaie hanno finora garantito le roccaforti alla sinistra, oggi, all’ex sindacalista Corbyn preferiscono Johnson il “semplificatore-populista”.

In un’altra capriola ideologica, i conservatori delle classi medio alte si sono trasformati nei migliori ambasciatori delle classi deboli, mentre i laburisti nel frattempo spinti verso la sinistra più estrema dal loro leader, sono diventati la voce degli intellettuali e di certe élite.

Hugh Grant, l’attore, fa campagna porta-a-porta per i Labour e i Lib Dems terrorizzato all’idea di una Brexit “dura”, così come Naomi Klein, autrice del famoso libro “No logo” insieme ad altri scrittori ed intellettuali britannici ha sottoscritto un cartello a sostegno di Corbyn che, tra gli altri, potrà contare sul voto delle città universitarie come Oxford e Cambridge.

Ciò nonostante, nei suoi discorsi e nel manifesto elettorale, giudicato troppo pieno di informazioni per risultare persuasivo e comprensibile, Corbyn continua a rivolgersi ai minatori, alle classi operaie, ai lavoratori dell’acciaio e alle maestre.

Loro, per contro, come spiega John Curtice, esperto di sondaggi e Professore di Scienze Politiche presso l’Università di Strathclyde (Scozia), hanno una sola idea in testa: “vogliono la Brexit” e per questo, complice l’incapacità di Corbyn di costruire uno storytelling convincente sul profilo che avrà la Gran Bretagna nei prossimi anni, voteranno Boris Johnson.

Allo stesso modo, i super ricchi, che quel manifesto lo hanno letto attentamente, hanno annunciato che sono pronti a fare le valige all’indomani del voto se Corbyn, pronto a tartassarli, vincerà le elezioni.

Probabilmente, il più grande fallimento di Jeremy Corbyn è rappresentato  dall’incapacità di rispondere efficacemente alle accuse di antisemitismo rivolte a lui, in primis, e al suo partito.

Solo qualche giorno fa, incalzato durante una intervista su ITV ha pronunciato le tanto attese scuse ufficiali per quella situazione che ha spinto il rabbino capo, la stampa israeliana e le comunità ebraiche inglesi a schierarsi compatti contro la ‘minaccia antisemita’ che sarebbe da lui rappresentata.

A onor del vero, il capo dei Laburisti aveva già cercato di chiudere la questione con un video pubblicato nell’agosto del 2018 e attraverso l’istituzione di regole più stringenti nel partito che, dalla scorsa estate, si è sottoposto all’inchiesta della Commissione per l’Uguaglianza e i Diritti Umani (EHRC).

Ciò nonostante, a quattro giorni dal voto, l’Observer ha pubblicato l’intervista del portavoce del Movimento degli Ebrei Laburisti che ha fatto sapere che dopo cento anni non voteranno Corbyn perché giudicato incapace di reprimere la pericolosa deriva antisemita del partito.

“La Gran Bretagna è una terra social-democratica non di estrema sinistra” spiega il professor Begg chiarendo il motivo per il quale la cifra di Corbyn e della sua area non è mai stata molto popolare e la ragione per cui, in particolare l’Inghilterra, difficilmente sceglierà il socialismo che lui ostinatamente propugna.

Gli inglesi, o almeno molti di loro, il giorno di Natale accendono la tv per ascoltare il discorso della Regina; interpellato sul tema, Corbyn ha fatto sapere che quel giorno, a quell’ora, lui avrà molte altre cose da fare.

Quali saranno, queste cose, dipenderà anche da quello che accadrà il 12 dicembre perché se i Conservatori hanno bisogno di almeno 321 seggi per vincere nettamente, a lui ne basterebbero 270.

Come sottolineato dal Professor Pasquino, le speranze di vittoria sono tutte appese ormai al voto tattico, unico che può fare la differenza.

Nelle ultime due settimane le probabilità di vittoria netta per Boris Johnson si sarebbero dimezzate: i trend dimostrerebbero come l’ipotesi di ottenere la maggioranza per i Conservatori in parlamento sarebbe scesa dall’82% al 40%. (Dati forniti dal gruppo europeista Best for Britain su un campione di 30.000 elettori)

A Corbyn basterebbe confermare e accrescere questa caduta per approdare ad un nuovo “hung parliament”, un parlamento sospeso, bloccato e così realizzare la coalizione necessaria per riscrivere l’accordo con l’Europa per la Brexit e indire su questo il secondo referendum promesso.

Un’alleanza interpartitica in realtà è già stata formata ed è quella che, secondo il Guardian, avrebbe lanciato l’ultimo accorato appello per  spingere gli elettori al voto tattico nei seggi più traballanti, sarebbero sufficienti 36 seggi chiave per circa 40.700 elettori a bloccare l’avanzata di BoJo.

I Tories a quel punto si fermerebbero a 309 seggi e i Labour (255) sommati agli SNP scozzesi (49), ai Liberal Democratici (14), ai Plaid Cymru (3) e ai Verdi (1) formerebbero una maggioranza di 325 deputati.

Così, l’ultima speranza per Corbyn di battere l’avversario la chiarisce Naomi Smith, CEO di Best For Britain, in forza dell’auspicio di fermare Boris Johnson e la sua Brexit: “Tappatevi il naso e votate il candidato che ha più speranza di vincere e fermare i Conservatori”.

Tappatevi il naso e se serve votate Corbyn.


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