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Chi è Jens Stoltenberg, il Segretario della Nato

Da giovane ecologista a esponente di punta dell’Alleanza Atlantica; da giovane attivista laburista in contatto con i diplomatici sovietici in Norvegia a “falco” antirusso per eccellenza; da premier sotto choc per l’orribile strage di Oslo del 2011 a primo fautore del sostegno atlantico all’Ucraina nel 2022: la parabola politica di Jens Stoltenberg, attuale Segretario generale della Nato, è stata complessa e tutt’altro che banale. E lo ha portato a guidare la Nato nel corso del periodo più complesso della sua storia nel periodo post-Guerra Fredda.

Stoltenberg ha alle sue spalle una storia famigliare consolidata. Nato nel 1959 a Oslo, Stoltenberg può vantare tra i suoi avi un rappresentante dell’Assemblea Nazionale Norvegese che nel 1814 sancì il distacco dalla plurisecolare unione con la Danimarca, Carl Peter Stoltenberg (1770-1830), e uno dei suoi figli, Mathias Stoltenberg (1799-1871), il più celebre pittore del Paese. Il padre, Thorvald Stoltenberg (1931-2018) è stato titolare del ministero della Difesa e degli Esteri in diversi governi laburisti, ha presieduto la Croce Rossa Norvegese e dal 1990 al 1991 è stato Alto Commissario Onu per i Rifugiati, mentre la madre Karin Heiberg (1931-2012) dopo una lunga carriera da funzionario ha in più occasioni ricoperto, da tecnica, incarichi di sottosegretario al Ministero del Commercio di Oslo.

Sul solco della tradizione famigliare Stoltenberg si è interessato apertamente alla politica fin dalla gioventù e ha sempre militato nei ranghi del Partito Laburista. Influenzato dalla sorella maggiore Camilla, oggi direttore generale dell’Istituto Norvegese di Salute Pubblica, a inizio Anni Settanta iniziò una militanza in gruppi della sinistra radicale del partito, contestatari e critici dell’alleanza di Oslo con gli Stati Uniti. Stoltenberg ha ammesso di aver cantato slogan favorevoli all’uscita della Norvegia dalla Nato in gioventù e di aver avuto contatti con diplomatici sovietici e dei Paesi del Patto di Varsavia, salvo interromperli dopo aver scoperto dalla polizia di Oslo che uno dei suoi interlocutori era un agente del Kgb.

Nel frattempo, Stoltenberg non mancava di promuovere la sua carriera personale e politica che lo avrebbe portato a spostarsi gradualmente su posizioni più moderate: dal 1979 è entrato nella redazione del quotidiano socialdemocratico Arbeiderbladetin cui rimase fino al 1990; dal 1985 al 1989 è stato presidente dell’ala giovanile dei laburisti norvegesi; nel 1987 si è laureato in Economia all’Università di Oslo con una tesi di carattere macroeconomico e, due anni dopo, è entrato nell’Ufficio Nazionale di Statistica come ricercatore.

Mentre, col passare degli anni, il padre si radicalizzava a sinistra Jens Stoltenberg, in un’inedita inversione dei ruoli, si scopriva, nel proseguimento della sua carriera, sempre più moderato e aperto ai venti nuovi della globalizzazione neoliberista. Anticipando il trend che avrebbe contraddistinto la sinistra occidentale dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del sistema del socialismo reale il Partito Laburista iniziò a accettare le idee dello smantellamento graduale del welfare diffuso e le privatizzazioni degli asset pubblici, energia in testa, di cui Stoltenberg si sarebbe fatto interprete.

Eletto in Parlamento nel 1993, Stoltenberg fu nominato Ministro dell’Industria (1993-1996) nel terzo governo di Gro Harlem Brundtland e fu poi Ministro delle Finanze con il successore Thorbjørn Jagland (1996-1997) e Kjell Magne Bondevik (1997-2000), che lo nominò numero due del partito.

Alla caduta dell’ultimo governo di cui ha fatto parte, Stoltenberg fu chiamato a traghettare il Paese alle urne in vista del voto del 2001 come primo ministro. Lungi dal guidare un esecutivo di transizione, il nuovo premier mise in campo le ricette che aveva appreso studiando il “New Labour” britannico di Tony Blair, portando a una riforma del sistema sanitario, alla ridefinizione in senso meno generoso del welfare e all’avvio della vendita sul mercato di quote pubbliche di società a partecipazione statale. Le iniziative costarono alla sinistra norvegese una dura sconfitta alle elezioni del 2001, in cui dal 35 scesero al 24%, ma consolidarono Stoltenberg come guida di un partito ormai pienamente socialdemocratico.

Nel 2005 Stoltenberg è tornato al governo in coalizione coi Verdi, venendo poi riconfermato al voto del 2009. Il Partito Laburista norvegese, sotto la sua guida e i suoi governi, si è distinto per avere al suo interno più progressismo e meno sinistra classica. Meno welfare, meno diritti sociali, più diritti civili sul fronte Lgbt e, soprattutto, ambientalista: tra il 27 e il 29 marzo 2009 fu protagonista di una riunione dell’Internazionale Socialista ospitata in Cile da Michelle Bachelet e presenziata anche dal leader brasiliano Lula in cui invocò la lotta ai cambiamenti climatici come chiave per una risposta economica sostenibile alla Grande Recessione. Più avanti, nello stesso anno, presenziò al Cop16 di Copenaghen spingendo al fianco di Barack Obama per la ricerca di un accordo quadro sulle emissioni. Sostenitore dell’accesso globale alle cure mediche, tra i due mandati di governo ha diretto Gavi Alliance, la fondazione per la diffusione dei vaccini fondata da Bill Gates.

Nel luglio 2011 Stoltenberg dovette confortare il Paese dopo la strage di Utoya compiuta da Anders Breivik a un raduno della gioventù laburista che aveva presieduto. Parlando ai funerali delle 77 vittime nella cattedrale di Oslo, il 25 luglio 2011 il premier dichiarò: “al male reagiremo con più democrazia e più umanità”. Nel dicembre successivo, per celebrare il centenario della spedizione al Polo Sud di Roald Amundsen, è diventato il primo capo di governo in carica al mondo a visitare l’Antartide.

Nel 2013 i Laburisti furono primo partito in parlamento alle elezioni, ma a formare il governo furono i Conservatori di Erna Solberg. Stoltenberg tornò all’opposizione dopo otto anni, salvo essere chiamato nel gennaio 2014 al ruolo di Inviato Speciale per il Clima dalle Nazioni Unite e, poco dopo, scelto come Segretario della Nato.

Stoltenberg divenne Segretario della Nato su proposta di Angela Merkel, cancelliera tedesca, che voleva un leader dell’Alleanza Atlantica capace di tenere aperto un canale di dialogo con Mosca dopo i fatti della Crimea e l’inizio della guerra civile ucraina. Stoltenberg da premier aveva risolto diverse dispute di confine con la Russia e veniva considerato un sostenitore della Nato non desideroso di avanzare conflittualità con il vicino orientale.

I due mandati di Stoltenberg alla Nato hanno visto però diversi confronti messi in campo: il Segretario generale si è intestato la manovra di governance del processo che avrebbe portato i Paesi membri a spendere il 2% del Pil in Difesa, rivendicando la crescita della spesa militare di 190 miliardi di dollari nei primi cinque anni del suo mandato. Ha dichiarato che la Nato non avrebbe mai voluto isolare la Russia, aprendo però nella retorica alla possibilità di un’adesione di Ucraina e Georgia.

Dopo l’ascesa di Donald Trump alla presidenza Usa a gennaio 2017 il contrasto alla Russia è diventato un movente utile con cui Stoltenberg ha consolidato l’unità della Nato. E in nome dell’unità nel contrasto a Mosca ha provato anche a mediare tra dispute interne come quella riguardante Turchia e Grecia a Cipro.

Tra il 2021 e il 2022 Stoltenberg ha avvertito più volte Vladimir Putin circa la risposta dell’Alleanza a un possibile attacco all’Ucraina. Quando l’offensiva è stata scatenata nel febbraio 2022, infine, Stoltenberg è diventato uno strenuo sostenitore della difesa di Kiev. Pur rifiutando l’idea di un confronto diretto con Mosca, Stoltenberg ha sostenuto il riarmo ucraino. “Non facciamo parte di questo conflitto”, ha dichiarato il 4 marzo 2022, “e abbiamo la responsabilità di garantire che non si intensifichi e si diffonda oltre l’Ucraina, perché sarebbe ancora più devastante e pericoloso”. Stoltenberg ha presieduto, inoltre, il sesto e più importante processo di allargamento della Nato dalla fine della Guerra Fredda a oggi: quello che potrebbe condurre Finlandia e Svezia nella Nato. Un lungo giro politico per l’ex manifestante anti-americano degli Anni Settanta. Prossimo, dopo che il suo mandato è stato prolungato di un anno fino al 2023, a immaginare, in ogni caso, la sua prossima poltrona: quella della Banca centrale norvegese a cui dovrebbe accasarsi una volta finita la bagarre sul fianco est dell’Alleanza da lui presieduta.

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