Chi è Jake Sullivan, il “Kissinger” di Joe Biden

Si suol dire che dietro ogni trono si celi un potere, ossia che ogni re è influenzato da un consigliere, e la storia insegna che trattasi di un detto veritiero nella stragrande maggioranza dei casi. Il re è la figura, colui che espone il proprio volto, ma alla sua ombra operano forze che, spesso e volentieri, il grande pubblico ignora.

Burattinai. Eminenze grigie. Grandi vecchi. Diversa la forma, uguale il contenuto: i poteri dietro al trono sono dei visionari-ma-pragmatici sceneggiatori. Il loro compito consiste nell’aiutare il re a raggiungere la meta da lui desiderata.

Eminenze grigie, gli statisti più lungimiranti, o più ambiziosi, non possono fare a meno di loro. Luigi XIII ebbe il cardinale Richelieu. Luigi XIV ebbe il cardinale Mazzarino. Vittoria d’Inghilterra ebbe il signore di Palmerston. Richard Nixon ha avuto Henry Kissinger. Giovanni Paolo II ha avuto Agostino Casaroli.

Eminenze grigie, esisteranno sempre. La loro presenza non è oggi meno capillare che in passato. Come dimostrato dal caso di Joe Biden, 46esimo presidente degli Stati Uniti, il cui Richelieu risponde al nome di Jake Sullivan.

Jake Sullivan nasce a Burlington il 28 novembre 1976. Figlio della classe media – il padre un giornalista ed un professore, la madre una consigliera scolastica –, Sullivan cresce nel Minnesota e si distingue per le prestazioni eccellenti tra college e università. A Yale, dove si laurea con lode in scienze politiche, viene insignito del Premio Alpheus Henry Snow. A Oxford, dove studia relazioni internazionali, entra grazie alla Rhodes Scholarship.

Nel 2000, mentre sta terminando gli studi oxfordiani, raggiunge il secondo posto al Campionato mondiale dei dibattiti universitari. Tre anni dopo è il momento del dottorato alla Yale Law School, reso possibile dalla vittoria della Truman Scholarship al momento dell’ingresso.

La sua fama di studente modello, nel 2003, lo precede ampiamente ed è già nota negli ambienti che contano. Sullivan, invero, terminerà l’esperienza di Yale lavorando per conto di Strobe Talbott, l’allora presidente del Centro per lo studio della globalizzazione presso la stessa università e dell’influente Brookings Institution.

Nel dopo-Yale, Sullivan è insicuro sul percorso che vuole intraprendere. Ha terminato il ciclo di studi universitari specializzandosi in due rami distinti, legge e relazioni internazionali, e non sa a cosa dedicarsi. Sceglierà il primo, lavorando inizialmente per i giudici Guido Calabresi e Stephen Brayer e successivamente per la Faegre & Benson. Ma, infine, approderà nel secondo.

Nel 2008, grazie alla conoscenza della senatrice Amy Klobuchar – del quale ha da poco terminato di essere capo consigliere –, viene introdotto a Hillary Clinton, che, colpita dal suo curriculum, lo assume come consigliere. La Clinton, a sua volta, lo raccomanda a Barack Obama: Sullivan diventa il preparatore dei dibattiti per entrambi.

Vinte le elezioni, anche grazie al supporto decisivo di questo abile dialoghista, il duo Obama-Clinton lo assume a tempo determinato. Per conto della Clinton, Sullivan lavora come vicecapo dello staff e direttore della pianificazione delle politiche. Quattro anni per imparare il difficile mestiere del diplomatico, a fianco della donna più potente degli Stati Uniti. Quattro anni durante i quali ha la possibilità di scoprire il mondo, accompagnando la Clinton in ben 112 paesi.

Nel 2012, con l’inizio del secondo mandato, Obama lo riconferma all’interno della Casa Bianca. Molto più importante l’incarico, o meglio gli incarichi: vice-assistente del presidente e consigliere per la sicurezza nazionale del vicepresidente, cioè Joe Biden. Il dialoghista è diventato sceneggiatore, ruolo nel quale si trova a suo agio, anche perché, del resto, è stato preparato alla dura realtà delle relazioni internazionali nelle migliori università del mondo.

Lavora con Biden nei principali teatri di interesse degli Stati Uniti, ma la predilezione è per il Medio Oriente. Figura tra coloro che convincono Obama ad appoggiare la posizione francese sulla Libia – opportunità irripetibile per eliminare un avversario di lunga data: Muammar Gheddafi. Figura tra coloro che convincono Obama ad approfittare dell’arrivo della primavera araba in Siria e che sono più entusiasti che preoccupati per l’ascesa dello Stato Islamico e di Al-Qāʿida nel Siraq. E risalta all’interno del gruppo che vorrebbe risolvere la questione del nucleare iraniano attraverso un accordo, che contribuisce personalmente a scrivere e a trasformare in realtà.

Nel 2016, mentre la presidenza Obama è agli sgoccioli, Sullivan viene chiamato da Hillary Clinton a ricoprire un incarico-chiave: capo consigliere per la politica estera. La Clinton vorrebbe succedere ad Obama, i sondaggi la indicano come favorita contro l’istrionico Donald Trump, ma fortemente sentita è la necessità di qualcosa che trasformi la probabilità in certezza.

Sarà proprio Sullivan, scaltro e diabolico, a proporre alla squadra della Clinton di dare in pasto al pubblico l’ipotesi di una connessione fra Trump e il Cremlino. Sua, di Sullivan, l’idea di promuovere la fraudolenta tesi dell’esistenza di un telefono rosso fra l’aspirante presidente e Vladimir Putin. Tesi che Sullivan promuove personalmente, mettendoci il proprio volto, nonostante i rischi del ritorno di fiamma. Di lì a breve, complice il ruolo determinante di Sullivan, esploderà il cosiddetto Russiagate.

Dopo un triennio dedicato alla consulenza per le grandi corporazioni, tra cui Microsoft, Sullivan viene contattato da Biden all’indomani della vittoria alle urne nel novembre 2020. Il futuro presidente lo desidera al suo fianco nelle vesti di consigliere per la sicurezza nazionale; incarico che Sullivan accetta lo stesso mese.

Dimostrando di essere uno stratega in grado di stare al passo coi tempi, Sullivan rientra alla Casa Bianca con tre obiettivi: rinsaldare il legame tra le due sponde dell’Atlantico, premere l’acceleratore sul rallentamento dell’ascesa della Repubblica Popolare Cinese e accompagnare il percepito declino della Russia.

Sostenitore degli accordi di Abramo, Sullivan ha fatto della loro espansione e della loro permanentizzazione uno dei fini del proprio mandato. Dal 2021, infatti, è al lavoro ad una bozza di accordo di normalizzazione tra Riad e Tel Aviv. Lavoro che, però, la scarsa sintonia fra Biden e MbS ha complicato notevolmente.

D’accordo con l’amministrazione Trump anche per quanto concerne il dossier Cina, pur non condividendone tutti i metodi, Sullivan è stato tra i firmatari della nuova Strategia di sicurezza nazionale e, come già accaduto in passato, ha chiesto a Biden di potersene occupare personalmente, direttamente, senza intermediari. Richiesta che viene accolta e che il 6 ottobre 2021 dà vita alla bilaterale Sullivan-Yang a Zurigo.

Sullivan è colui che ha suggerito a Biden di superare in mondovisione l’ambiguità strategica su Taiwan, palesandone la sino a ieri ufficiosa natura di linea rossa, ma è anche lo stesso che, più volte, ha spiegato agli omologhi cinesi di non essere alla ricerca di un aggravamento ulteriore della competizione tra grandi potenze né di un cambio regime. Giacché Sullivan, in qualità di nostalgico della Guerra fredda, vorrebbe semplicemente un “conflitto controllato” e basato su comuni regole.

Sullivan ha dimostrato di essere uno dei consiglieri più importanti e acuti di Biden nella seconda parte della sua amministrazione, coincidente con la guerra in Ucraina, essendo stato determinante nel plasmare tempi e modalità dell’intervento americano nel conflitto in qualità di grande sostenitore della resistenza ucraina.

A lui si deve la decisione della presidenza Biden di aumentare le pressioni sulla Germania, sponsor riluttante della causa ucraina, attraverso la politicizzazione del Nord Stream 2: progetto da congelare a tempo indefinito qualora la Russia avesse concretizzato le minacce di invasione. Cosa poi avvenuta.

Una volta scoppiata la guerra, oltre ad aver convinto Biden a reagire duramente all’aggressione russa, intravedendo in essa un’opportunità per impantanare Mosca in un teatro simil-vietnamita, Sullivan è stato il capofila delle pressioni su Pechino volte a impedirgli che supportasse gli sforzi bellici del Cremlino. Sostegno che, qualora dimostrato, sarebbe stato suscettibile di sanzioni.

Ma sarebbe sbagliato definire Sullivan un falco − non lo è. Uomo estremamente pragmatico, abituato a fare di sfida opportunità, Sullivan ha portato avanti, in concomitanza coi pressing per un flusso costante di armi all’Ucraina, un dialogo sottobanco con la diplomazia russa. Obiettivo: mantenere aperti i canali di comunicazione per evitare escalation pericolose e per favorire, una volta presenti le premesse, il raggiungimento di una tregua tra i due belligeranti.