Chi è Jacinda Ardern, la “donna delle emergenze”

Jacinda Kate Laurell Ardern è il primo ministro della Nuova Zelanda nonché leader del Partito Laburista neozelandese. È appena stata rieletta alla guida del Paese, ottenendo uno storico secondo mandato da premier con numeri mai visti. Grazie all’eccellente gestione della pandemia di Covid-19, considerata dagli esperti una tra le migliori al mondo, Ardern ha incassato il 49,1% dei voti mentre il suo partito ha portato a casa 64 seggi su 120. Un all-in, insomma, che ha improvvisamente catapultato la giovane donna, appena 40enne, sotto la luce dei riflettori internazionali.

Ardern nasce il 26 luglio 1980 nella città di Hamilton. Nel 2001 si laurea in comunicazione presso l’Università di Waikato, per poi iniziare a lavorare come ricercatrice nel gabinetto dell’allora primo ministro Helen Clark. In seguito aggiunge al suo curriculum un’importante esperienza nel team di consulenti britannici di Tony Blair. Nel 2008 viene eletta presidente dell’Unione Internazionale della Gioventù Socialista.

Dallo stesso anno è membro del Parlamento tra le fila del Partito Laburista, del quale è leader dall’agosto 2017. È forse questo l’anno più importante nella carriera politica di Ardern, visto che, sempre a partire dal 2017, ricopre l’incarico di leader dell’opposizione e si presenta alle elezioni politiche alla guida di una coalizione formata da laburisti, Verdi e populisti del New Zealand First.

Nelle elezioni del 23 settembre 2017 Ardern crea un governo di minoranza, avendo la meglio sul premier uscente Bill English. La donna riesce a trascinare il suo partito alla conquista di 14 seggi consecutivi, fino ad arrivare a 46 seggi alla Camera.

Il 26 ottobre 2017 Ardern si insedia come primo ministro della Nuova Zelanda. Quel giorno aveva 37 anni ed era appena diventata la donna più giovane a capo di un governo del mondo. Il suo programma sposa i principali temi laburisti, come ad esempio lo sviluppo di efficienti misure di welfare, la tutela dei diritti delle minoranza e l’attuazione di politiche sociali anti sessiste.

Alla guida di un governo di minoranza con i Verdi e un altro piccolo partito, la nuova premier è rapidamente diventata un’icona liberal e anti Trump, in un momento storico segnato dall’ascesa di partiti sovranisti. La cosiddetta “Jacindamania” si è diffusa rapidamente, mentre la premier annunciava nel 2018 che sarebbe diventata mamma per la prima volta. A sostenerla, il suo partner, il conduttore televisivo, Clarke Gayford, che ha scelto di rimanere a casa per badare alla figlia. Nell’ottobre 2020, dopo tre anni complicati oltre ogni aspettativa, Ardern è stata confermata.

Chi l’avrebbe mai detto che la premier della Nuova Zelanda, Paese notoriamente non incline a essere al centro del dibattito pubblico globale, sarebbe presto diventata una sorta di esempio da seguire? Prima dell’efficace modello attuato dal governo neozelandese per contenere il coronavirus, Ardern ha dovuto farei conti con due emergenze non da poco.

La prima riguarda l’attentato anti islamico di Christchurch del 15 marzo 2019, in cui morirono 51 musulmani in preghiera (altrettanti furono i feriti). Il primo attacco avvenne alle 13:40 locali presso la moschea di Al Noor mentre il secondo alle 13:51 nel centro islamico di Linwood, due luoghi affollati da persone di religione musulmana che stavano praticando la preghiera del venerdì.

L’autore del folle gesto, il più grande omicidio di massa nella storia della Nuova Zelanda, era un uomo australiano di 28 anni, tale Brenton Harrison Tarrant, condannato all’ergastolo senza condizionale. Ardern seppe mantenere la calma e riuscì a domare una situazione a dir poco complicata. Emblematico il discorso di commemorazione da lei tenuto in Parlamento per commemorare la strage: “Pronunciate forte il nome di chi è rimasto senza vita, non quello di chi gliel’ha tolta, la vita. Forse (l’attentatore ndr) cercava notorietà, ma noi in Nuova Zelanda non gli daremo nulla. Nemmeno il suo nome”.

Un’emergenza, insomma, che Ardern ha saputo affrontare con fermezza ed empatia, unendo il Paese e imponendo una legge per vietare la vendita di armi d’assalto. Ed è sempre con queste doti che in dicembre ha superato la tragedia dell’eruzione del vulcano di White Island che provocò la morte di 21 turisti.

La ciliegina sulla torta della carriera di Ardern, nonché il trampolino di lancio che ha consentito alla premier di essere considerata un esempio da seguire, è stata la battaglia contro la pandemia di Sars-CoV-2.

Il 27 aprile 2020, quando larga parte del mondo è ancora nella fase più acuta dell’emergenza, Ardern dichiarava di aver “vinto la battaglia contro la pandemia di Covid-19” dopo aver registrato un solo contagiato in 24 ore. Il bilancio finale è di poche decine di morti su una popolazione di 5 milioni di abitanti.

Secondo gli esperti, il successo di Wellington, capitale del Paese, sta nel fatto di non aver semplicemente mirato all’appiattimento della curva dei contagi ma all’azzeramento della trasmissione del virus all’interno della comunità. Un risultato reso possibile, oltre che dalla geografia di un Paese che rende semplice il controllo dei confini, dalla tempestività dei provvedimenti di lockdown.

Ardern aveva infatti annunciato severe misure di blocco già a marzo, quando risultavano solo un centinaio di casi e nemmeno un morto. Non sfugge nemmeno uno stile di comunicazione differente da altre nazioni i cui esecutivi dichiarano “guerra al Covid-19”. Il messaggio del governo della Nuova Zelanda è quello di un Paese che si unisce. “Uniti contro Covid-19” è la principale esortazione di  Ardern, che definisce il Paese “la nostra squadra di cinque milioni”.