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Chi è il cardinale Mueller, l’ultimo ratzingeriano

Il cardinale Gherard Ludwig Mueller è un conservatore. L’affermazione può sembrare superflua, ma nell’attuale contesto dell’assemblea cardinalizia non lo è affatto. Se non altro perché i cardinali conservatori, nel prossimo Conclave, dovrebbero rappresentare una conclamata minoranza. Forse si conteranno con le dita di una mano.Il porporato teutonico era stato scelto da papa Francesco per guidare la Congregazione per la Dottrina della Fede. Poi, dopo cinque anni di mandato, Jorge Mario Bergoglio non ha rinnovato l’incarico all’alto-ecclesiastico tedesco, preferendo il gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer: il Papa ha impiegato qualche tempo per procedere con la successione. Comunque sia, dal momento della “cacciata” in poi, Mueller è entrato di diritto in un elenco: quello composto da coloro che qualcuno ha chiamato cardinali “misericordiati”, ossia i porporati che sono stati ridimensionati dalle scelte dell’ex arcivescovo di Buenos Aires. Si pensi al cardinale Raymond Leo Burke o, in misura diversa, al cardinal Antonio Canizares Llovera.

In questa fase, il cardinale Mueller, che è un ratzingeriano, si sta distinguendo per la critica a Traditionis Custodes, il Motu proprio tramite cui il Santo Padre ha limitato le facoltà di celebrare la Messa antica, disponendo che saranno i vescovi a decidere se autorizzarne o meno la celebrazione. Secondo quanto riportato dal blog di Sabino Paciolla, il cardinale, su Traditionis Custodes, ha scritto quanto segue, all’interno di una sua riflessione: “Invece di apprezzare l’odore delle pecore, il pastore qui le colpisce duramente con il suo bastone”. Sono toni di chi non ha paura di diffondere la sua opinione, al netto della gerarchia curiale. Mueller ritiene, come tanti altri, che la Messa antica sia attualissima e magari anche foriera di frutti vocazionali.

Tra i vari episodi di cui è stato protagonista nei confronti del Santo Padre e delle polemiche che hanno riguardato la sua azione, ci si ricorderà del cardinale per un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera. In quella circostanza, Mueller ha segnalato l’esistenza di una “fronda” di curiali disposti ad organizzare un’ opposizione al Papa, creando un “gruppo” ad hoc. Questi ecclesiastici avrebbero voluto proprio il cardinale teutonico come referente, ha rivelato l’interessato. Ma, facendo emergere quel tentativo, che avrebbe portato ad una frattura interna semi-ufficiale, Mueller ha di fatto ribadito la sua assoluta fedeltà al Santo Padre.

 

Il cardinale Gherard Ludwig Mueller è nato nel 1947 ed è originario di Magonza. Come altri suoi colleghi cardinali, Mueller ha una formazione teologico-filosofica. Per un prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sarebbe stato strano il contrario. Il porporato tedesco è un allievo del cardinale Karl Lehmann, che, durante gli anni di San Giovanni Paolo II (ma non solo durante quelli), è stato spesso annoverato tra i critici progressisti dell’operato del Papa polacco. Lehmann è stato considerato uno dei “grandi elettori” dell’odierno pontefice.

Storico presidente della Conferenza episcopale della Germania, Lehmann è noto alle cronache pure per essere stato associato al gruppo della “mafia di San Gallo”. Almeno così è stato definito dal cardinale belga Godrfried Danneels. Si tratterebbe di un gruppo di porporati impegnato a far passare battaglie dottrinali progressiste, in specie tra i vertici della Chiesa cattolica. Poi, certe teorie del complotto o simili, hanno addirittura sparato più in alto, parlando di “mafia di San Gallo” in relazione a strategie elettorali riguardanti il soglio di Pietro. Ma si tratta di suggestioni mai dimostrate. Anche perché non ci si potrebbe mettere d’accordo, magari in modo vincolante, tra gruppi, per eleggere il successore di Pietro, peraltro prima del Conclave. Fatto sta che, considerando le battaglie portate avanti da Mueller in questi anni, viene naturale chiedersi cosa c’entri con gli insegnamenti di Lehman, che ha fatto anche da controcanto a Joseph Ratzinger.

Bene, Mueller è un uomo che ha fatto del dialogo una cifra stilistica. Nessuno può mettere in discussione l’ortodossia dottrinale del cardinale. Ma il porporato di Magonza è spesso stato un “ponte” tra le teorie teologiche progressisti e quelle conservatrici. Per intenderci: Mueller ha avuto modo di apprendere molto anche dal peruviano Gustavo Gutierrez, che ha contribuito alla fondazione della teologia della liberazione. E forse è proprio per questa sua caratteristica che Bergoglio lo aveva selezionato tra tanti “candidati” come traghettatore tra l’impostazione ratzingeriana e quella che poi, nel tempo, sarebbe divenuta l’impronta bergogliana dell’ex Sant’Uffizio. Ma se dovessimo nominare un solo maestro del porporato teutonico, nomineremmo Joseph Ratzinger. Una curiosità: Mueller è stato arcivescovo di Ratisbona, la città da cui Benedetto XVI ha pronunciato la nota “lezione” sull’islam.

La particolarità della “cacciata” di Mueller non riguarda tanto la “rimozione” di in sé, perché capita nelle logiche curiali che un cardinale non venga confermato da un Papa. La “stranezza”, per così dire, è relativa alle tempistiche. In molti, infatti, si stupirono che papa Francesco avesse evitato di assegnare un secondo mandato ad un ecclesiastico cui aveva affidato un incarico centrale per la Chiesa cattolica. Difficile, per la tradizione della Santa Sede, che un prefetto dell’ex Sant’Uffizio svolga quel ruolo per soli cinque anni, senza almeno un secondo mandato. Ma l’esperienza di Mueller nella prefettura che fu di Joseph Ratzinger è stata breve.

Non si è mai ben capito il perché della scelta del Papa, considerando pure come il cardinale tedesco non abbia mai agito attraverso fughe in avanti o critiche feroci rispetto alla linea del pontefice. Qualche ricostruzione giornalistica ha chiamato in causa delle divergenze d’impostazione tra Mueller ed il primo pontefice gesuita della storia: si sarebbe trattato di una disputa sulle modalità di gestire la battaglia contro gli abusi. L’ex Sant’Uffizio ha un ruolo decisivo in quell’ambito. Ma, in specie tra i tradizionalisti, ha prevalso la versione secondo cui il cardinale non sarebbe stato riconfermato per divergenze dottrinali. Certo, Mueller – come abbiamo già ribadito – proviene dalla scuola ratzingeriana. E su alcune questioni dottrinali che sono state aperte durante questo pontificato non ha voluto tacere. Tuttavia il porporato tedesco, ad esempio, non aveva sottoscritto i Dubia su Amoris Laetitia né intrapreso azioni plateali, magari di contrasto, durante la sua permanenza all’ex Sant’Uffizio. Almeno per quello che è emerso al livello pubblico.

Presentare una carrellata delle posizioni espresse dal cardinale Gherard Ludwig Mueller, significa immergersi nel conservatorismo ecclesiastico. Il cardinale sembra temere ad esempio che la Chiesa cattolica si stia trasformando in una Ong. In relazione a questa affermazione, il porporato tedesco non ha esitato nel criticare la possibilità che le benedizioni alle coppie vengano estese pure a quelle omosessuali. Più in generale, Mueller non si è risparmiato nel criticare alcune intenzioni del Sinodo biennale della Conferenza episcopale tedesca. In quadro come quello tedesco, che è sempre più “protestantizzato”, Mueller rappresenta un’eccezione, significativa, ma pure sempre un’eccezione. I critici del Sinodo, come nel caso dei cardinali conservatori presente in assemblea cardinalizia, si contano sulle dita di una mano in Curia. Ma Mueller è arrivato ad etichettare il “Concilio biennale” dei teutonici come privo di “legittimazione”. 

Attenzione, poi, alle idee di Mueller in materia di dialogo con le altre confessioni religiose. Si discute molto di quanto Bergoglio abbia gerarchicamente equiparato il cattolicesimo all’islam attraverso più di una dichiarazione formale. Prescindendo se l’operazione di Francesco corrisponda o no al vero, Mueller ha sostenuto pubblicamente che i cristiani non hanno la facoltà di pregare alla maniera dei musulmani, perché “i fedeli dell’Islam non sono figli adottivi di Dio per mezzo della grazia di Cristo, ma solo suoi sudditi”. L’intervento rientra nel più complesso macro-argomento del multiculturalismo, che l’alto ecclesiastico ha affrontato più volte. Il cardinale è un conservatore pure in bioetica. Infine, nel 2019, il nativo di Magonza ha reso noto un “Manifesto della fede”, che è stato scritto per reagire nei confronti di una “confusione” tanto imperante quanto persistente nei contesti ecclesiastici. Qualcuno ha interpretato quel documento come una mossa diretta a Bergoglio.

Siamo nel febbraio 2020. Lo scontro tra progressisti e conservatori procede, com’è spesso accaduto durante il pontificato dell’argentino, a fasi alterne. Esistono momenti di picco e momenti in cui la battaglia tra “schieramenti” sembra assopirsi. Mueller all’epoca è già un ex prefetto. Papa Francesco compie un passo inaspettato. Con il Sinodo sull’Amazzonia alle spalle, Bergoglio comunica al cardinale, peraltro attraverso una lettera pubblicata pure dalla stampa, di aver letto con interesse un altro documento che Mueller aveva scritto, proprio in funzione dell’appuntamento sinodale che avrebbe potuto discutere pure di abolizione del celibato. Curioso notare come il cardinale non fosse affatto allineato con chi, nel corso del Sinodo, avrebbe voluto approvare tutta una serie di modifiche dottrinali che poi sarebbero state riproposte, in larga parte, con il Sinodo tedesco. In quei mesi, si è discusso abbastanza di come papa Francesco avesse forse perso l’appoggio dei progressisti, cercando di tendere la mano dei confronti del mondo conservatore, che Gherard Ludwig Mueller ben sintetizza.