Il visionario che ha plasmato l’era Putin

Quando si scrive e si parla di strateghi, diplomatici ed eminenze grigie che hanno contribuito in maniera determinante alla rinascita della Federazione russa nel dopo-Eltsin, ovvero durante la lunga e complessa era Putin, spesso e volentieri, almeno qui in Occidente, viene citato quasi esclusivamente Sergej Lavrov.

L’elenco dei Padri fondatori della nuova Russia, però, è di gran lunga più esteso e sfaccettato, perché, Lavrov a parte, include strateghi come Valerij Gerasimov, consiglieri come Vladislav Surkov e Dmitrij Kozak, economisti come Alexei Kudrin, capi militari come Sergej Shoigu, Richelieu ortodossi come i metropoliti Hilarion e Tikhon e pensatori visionari come Igor Panarin.

Igor Nikolaevich Panarin può essere ritenuto uno dei personaggi più caliginosi della Russia contemporanea, perché una coltre di nebbia aleggia sulla prima parte della sua vita. Di lui, ad esempio, si conosce la data di nascita, il 30 ottobre 1958, ma non il luogo. Di lui è noto il percorso di studi – la scuola militare superiore del KGB di Oryol e l’Accademia Lenin di Rostov-sul-Don –, ma scarseggiano date e dati. E di lui si sa che nel 1976, a soli diciotto anni, sarebbe entrato nel KGB.

Appassionato di operazioni psicologiche e psicologia applicata alle arti belliche, Panarin fa carriera nei servizi segreti dell’Unione Sovietica come analista per poi fare un salto nell’ambiente universitario nel 1989, anno dell’ottenimento di una cattedra alla prestigiosa università statale di Mosca.

Nel 1991, mentre l’epopea comunista giunge al termine, Panarin entra a far parte del FAPSI (acronimo di Федеральное агентство правительственной связи и информации), l’equivalente russo della National Security Agency, all’interno del quale raggiungerà il grado di colonnello e proseguirà degli studi nel campo della guerra psicologica.

Nel 1997 consegue un dottorato in scienze politiche presso l’Accademia russa di pubblica amministrazione, difendendo una tesi incentrata sul ruolo dell’informazione e della psicologia nella sicurezza nazionale. Nello stesso periodo, manifestando un’attitudine stacanovistica, lavorerà per Boris Eltsin come analista di scenari, formulando previsioni sull’evoluzione delle relazioni internazionali, e comparirà come professore nelle massime università della nazione, tra le quali la MGIMO di Mosca e l’Accademia diplomatica del Ministero degli Esteri.

Panarin, che è un autore prolifico – ha pubblicato ventidue libri dal 1995 ad oggi –, un volto noto della televisione – viene spesso invitato come opinionista su diversi canali – ed una presenza fissa all’interno dell’Accademia diplomatica del Ministero degli Esteri, è divenuto celebre nel lontano 1998, anno di una previsione riguardante il futuro degli Stati Uniti.

Secondo Panarin, che aveva formulato il pronostico sulla base di documenti riservati del FAPSI relativi allo stato di salute dell’economia e della società statunitensi, l’iperpotenza avrebbe potuto non godere a lungo del momento unipolare. Sarebbe sussistito, secondo lui, un 45–55% di probabilità che pressioni migratorie dal circondario latinoamericano, impazzimento del modello capitalistico, mercato finanziario sregolato, decadenza morale, polarizzazione sociale e tensioni interrazziali potessero condurre ad una violenta implosione nel corso del 2010.

Nel 2008, causa la progressiva estensione globale della crisi finanziaria partita dagli Stati Uniti, il suo nome fu scoperto in Occidente. La breve notorietà oltreconfine, comunque, non sarebbe durata a lungo. Rientrata la crisi, Panarin fu rapidamente dimenticato dalla grande stampa euroamericana. Ma nella Federazione russa, al contrario, l’esplosione della crisi finanziaria fu letta e interpretata in termini radicalmente differenti: Panarin aveva visto giusto, specialmente a proposito di (in)stabilità del dollaro e fragilità del sistema finanziario a stelle e strisce, perciò avrebbe dovuto essere introdotto nelle stanze dei bottoni.

Panarin, che ancora oggi continua a descrivere gli Stati Uniti come un “Titanic finanziario“, negli anni successivi al dopo-crisi globale ha formulato delle idee e delle proposte di politica estera che, con il tempo, sono state implementate e tradotte in realtà dal Cremlino. Il modo in cui il politologo e analista viene ascoltato dalla presidenza è indicativo della sua effettiva influenza e del suo essere, fatti alla mano, una delle eminenze grigie più importanti della Federazione.

Fra le visioni di Panarin più degne di nota (e divenute realtà visibile e tangibile), figurano:

  • L’introduzione del tema delle guerre ibride e delle operazioni psicologiche nel dibattito sulla riforma del modus belli gerendi della Russia – e non, come si crede erroneamente, al celebre Valerij Gerasimov –, essendo l’autore di libri e pubblicazioni sull’argomento sin dai primi anni Novanta.
  • La nascita dell’Unione Economica Eurasiatica, il secondo progetto di integrazione più importante del continente (dopo l’Unione Europea). Ne propose la realizzazione nel 2006, suggerendo di adottare un modello amalgamativo ricalcante quello europeo e di inglobare all’interno gli Stati dello spazio postsovietico.
  • La dedollarizzazione dell’economia e del sistema finanziario della Federazione russa. Nel 2006 propose di sperimentare la vendita di petrolio russo in rubli. La sfida sarebbe stata accolta da Rosneft, il gigante russo dell’oro nero, che tre anni più tardi, nel 2009, vendette 7,6 tonnellate di prodotti petroliferi in rubli; una prima storica che, con il tempo, sarebbe divenuta lo standard anche per Gazprom.
  • L’asse adamantino con la Repubblica Popolare Cinese. Nel 1998, cioè l’anno della previsione sulla disgregazione degli Stati Uniti, Panarin lanciò un altro avvertimento in direzione del Cremlino: venuto meno il momento unipolare, il mondo avrebbe assistito all’alba del secolo asiatico. Trainate dall’ascesa irrefrenabile e ineluttabile della Cina, le relazioni internazionali sarebbero state bruscamente ribaricentrate dall’East Coast nordamericana all’East Coast dell’Impero celeste. La Russia, avvertiva Panarin, avrebbe dovuto prepararsi al cambio di paradigma siglando un’intesa con la Cina per la spartizione dell’Eurasia e sganciandosi dal dollaro.

In sintesi, Panarin, che in Occidente viene ricordato – da quei pochi ne hanno memoria – come un mancato Nostradamus, andrebbe fatto oggetto di una profonda rivalutazione. Perché Panarin, più che essere un indovino che non indovina, è un novello Richelieu la cui fervida immaginativa lo ha trasportato dalle aule delle università alle stanze del Cremlino e le cui visioni andrebbero interpretate per ciò che sono realmente: delle utopie che a Mosca, presto o tardi, qualcuno potrebbe cercare di realizzare.