Chi è George Soros

George Soros è uno dei personaggi più discussi dell’ultimo decennio. Idolatrato e presentato da alcuni come paladino del liberal-progressismo e filantropo, accusato da altri di essere l’architetto di una moltitudine di colpi di stato e rivoluzioni colorate in tutto il mondo. La verità, come accade frequentemente, giace nel mezzo: Soros è, al tempo stesso, un benefattore, uno speculatore finanziario ed uno dei tanti agenti al servizio del complesso militare-industriale degli Stati Uniti.

George Soros nasce a Budapest il 12 agosto 1930 con il nome di Gyorgy Schwartz. Figlio di due ebrei facoltosi appartenenti all’alta società – il padre era un avvocato, investitore ed esperantista, la madre proveniva da una famiglia di imprenditori tessili –, acquisisce l’attuale cognome all’età di sei anni su iniziativa dei genitori.

Theodor, il padre, per permettere alla famiglia di mimetizzarsi nel contesto politico-culturale giudeofobico che stava progressivamente creandosi su influenza del nazismo tedesco, nel 1936 decise di adottare un nuovo gentilizio: Soros. Il cognome palindromo, che in ungherese significa “erede” e in esperanto equivale al futuro dei verbi “ascendere”, “salire” e “sollevarsi”, sarebbe stato poi mantenuto a vita dal futuro investitore.

Dal padre, Soros apprende la lingua esperanto ed eredita la passione per l’internazionalismo ed una concezione secolare dell’ebraismo, iniziando a sviluppare precocemente una visione del mondo chiara e netta. Sopravvissuto, insieme alla famiglia, all’occupazione nazista dell’Ungheria, nel 1947 si trasferisce in Inghilterra per studiare filosofia alla London School of Economics.

L’esperienza londinese lo avrebbe cambiato per sempre: in quegli anni conosce Karl Popper, suo professore di filosofia, restando totalmente ammaliato dal concetto di società aperta e dall’idea che l’Occidente, il mondo libero, fosse destinato messianicamente a combattere ogni forma di autoritarismo e totalitarismo. Soros, nato nell’internazionalismo esperantista e introdotto al pensiero popperiano, decide che avrebbe trasformato la difesa della società aperta nell’obiettivo della sua esistenza.

 

L’esperienza alla London School of Economics termina nel 1954 con il conseguimento di una laurea magistrale in filosofia. Quello stesso anno, il giovane ungherese riesce ad ottenere il primo di lavoro di spessore della sua carriera: impiegato presso la banca d’affari Singer & Friedlander. L’intraprendenza e l’acume di Soros non passano inosservati all’interno dell’ente, ed un collega, Robert Mayer, gli procura un lavoro a New York nella casa di intermediazione di famiglia, la F. M. Mayer.

La nuova avventura, che ha inizio nel 1956, consentirà a Soros di specializzarsi in due settori: mercati europei ed investimenti. Applicando coraggiosamente la teoria della riflessività di Popper all’analisi delle tendenze nei mercati finanziari, Soros riesce a costruirsi in breve tempo la fama di analista impareggiabile di titoli, in particolar modo europei.

Negli anni ’60 decide di fare ritorno in Inghilterra per approfondire gli studi in filosofia, ed è qui che inizia ad interessarsi di politica, a causa dell’incedere della guerra fredda, e ad avviare i primi passi nel mondo della finanza speculativa. Nel 1966 ha luogo il suo primo esperimento finanziario indipendente, l’apertura di un fondo di 100mila dollari, il cui successo, tre anni dopo, lo introduce nelle grazie dell’investitore Jim Rogers, con il quale istituisce il fondo di copertura Double Eagle, avviato con un capitale iniziale di quattro milioni di dollari.

Il denaro accumulato per mezzo del Double Eagle verrà investito per l’apertura del Soros Fund Management, inaugurato nel 1969 ed ancora oggi operante, che nel corso del tempo è diventato uno dei fondi di investimento più remunerativi della storia. L’interesse per la politica, accresciuto negli anni, si trasforma in attivismo grazie al capitale prodotto dal fondo: nei Settanta avvengono le prime donazioni a favore del movimento anti-apartheid in Sud Africa, alle quali fa seguito una movimentazione di liquidità indefinita per supportare la dissidenza anticomunista e la democratizzazione nell’Europa del Patto di Varsavia.

Fino al 2017, anno in cui ha donato una parte consistente della propria ricchezza alla Open Society una rete di fondazioni e organizzazioni nongovernative da lui costituita nel 1993 per promuovere l’idea della società aperta in tutto il mondo –, Soros era al diciannovesimo posto nella classifica dei primi venti miliardari del pianeta, con un patrimonio netto stimato di 25 miliardi e 200 milioni di dollari. Oggi, per via di quella straordinaria auto-donazione, Soros è sceso al 318esimo posto, risultando titolare di un patrimonio di 7 miliardi e 600 milioni di dollari.

L’incredibile ricchezza, unita all’acutezza per gli affari, ha permesso a Soros di trasformarsi in uno dei maggiori e più pericolosi speculatori finanziari del pianeta. Tale è l’impatto che il magnate ungherese sarebbe, ed è, in grado di esercitare sui mercati finanziari, che il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha parlato di un “effetto Soros” per denunciare il fenomeno degli “investitori che non spostano soltanto denaro in previsione di una crisi monetaria, ma fanno del loro meglio per innescare tale crisi per divertimento e profitto”.

Italia e Regno Unito hanno sperimentato la letalità dell’effetto Soros nel lontano 1992. Il 16 settembre di quell’anno, passato alla storia come il “mercoledì nero”, lo speculatore vendette miliardi di lire e sterline allo scoperto innescando una crisi che avrebbe determinato l’uscita dei due Paesi dal Sistema Monetario Europeo. L’opera di speculazione, che a Soros permise di guadagnare più di un miliardo di dollari nella sola giornata del 16 e di entrare nella storia come “l’uomo che sbancò la Banca di Inghilterra”, fu particolarmente destabilizzante per Londra: 3 miliardi e 300 milioni di sterline di danni.

Soros è un convinto sostenitore della società aperta di Karl Popper, suo professore e mentore giovanile, dalla quale deriva il nome della propria rete di fondazioni e organizzazioni nongovernative. Fra il 1984 e il 2017, Soros ha destinato 34 miliardi di dollari al finanziamento delle operazioni della Open Society nel mondo.

La rete della società aperta ha all’attivo programmi ed iniziative in 120 Paesi, nei quali promuove gli ideali di Popper, ma anche la diffusione di sentimenti anti-autoritari e valori liberal-progressisti, fra i quali spiccano l’accettazione di aborto, eutanasia ed omosessualità, la demonizzazione della pena capitale e la legalizzazione delle droghe leggere.

Coerentemente con il proprio credo politico, più liberal che liberale, Soros è un sostenitore di lunga data del Partito Democratico degli Stati Uniti, del quale sovvenziona le iniziative sociali e civili, che aiuta attraverso istituti e think tank, e che supporta incondizionatamente in occasione degli appuntamenti presidenziali. La mobilitazione del magnate a favore dei democratici ha avuto due picchi: il primo nel 2004 e il secondo nel 2020. 27 milioni di dollari per evitare la rielezione di George Bush Jr nel primo caso, 28 milioni e 300mila dollari per impedire un Trump bis nel secondo.

Morton Abramowitz, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Thailandia e Turchia, è noto per aver definito Soros “l’unico privato cittadino con una propria politica estera”. Quell’agenda internazionale, però, molto curiosamente, combacia in maniera perfetta con gli interessi della Casa Bianca sin dall’epoca della guerra fredda.

Per mezzo della rete della società aperta, Soros ha svolto un ruolo determinante nella caduta del comunismo nell’Europa centro-orientale, avendo finanziato Solidarnosc in Polonia, Carta 77 in Cecoslovacchia, la dissidenza antigovernativa in Ungheria e le attività di Andrei Sakharov nell’Unione Sovietica.

Nel dopo-guerra fredda, le attività della Open Society si sono estese nell’intero spazio postsovietico, dal Caucaso meridionale all’Asia centrale, venendo bandite in Kazakistan e Turkmenistan dopo le rivoluzioni colorate di Georgia (2003) e Ucraina (2004-05), che sarebbero state alimentate dalle fondazioni di Soros.

La tesi di Abramowitz non regge per un’altra ragione: la rete della società aperta, oltre a vivere del denaro stanziato dal fondatore, è ampiamente sostenuta dal Dipartimento di Stato e dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), una circostanza sulla quale alcuni senatori avevano tentato di indagare nel 2017. I fondi governativi, nel caso in questione, erano stati messi a disposizione dalla seconda amministrazione Obama per potenziare la presenza della Open Society in Macedonia del Nord, preda di instabilità sociale e politica dal 2015 e presumibilmente oggetto di attenzione speciale da parte di Soros per via del consolidamento della destra conservatrice.

Come la Macedonia del Nord, anche Albania, Israele, Turchia ed altri Paesi hanno denunciato le attività della rete della “Open Society”, anche se lo scontro ha raggiunto dimensioni realmente uniche soltanto in un contesto: l’Ungheria di Fidesz. Viktor Orban è stato l’unico politico europeo che, dopo aver esposto al pubblico la presunta pericolosità di Soros, ha iniziato a cautelarsi attraverso leggi tese a restringere e controllare l’operato delle organizzazioni nongovernative e la chiusura della Central European University, fondata e finanziata dal magnate-speculatore.

Lotta all’euroscetticismo e alla destra conservatrice a parte, Soros è anche un noto avversario di Russia e Cina, che, non casualmente, figurano fra gli obiettivi principali della Casa Bianca. La rete della Open Society, a questo proposito, “ha giocato una parte importante negli eventi” di Euromaidan su stessa ammissione di Soros e con la complicità dell’amministrazione Obama.

Infine, come ha osservato Andrea Muratore su InsideOver, sebbene Soros venga dipinto come “il nemico” da una parte della destra americana, la sua weltanschaaung non si distanzia eccessivamente dal pensiero dell’ideologo del sovranismo, Steve Bannon, risultando praticamente identica per quanto concerne la Cina.

Non un privato cittadino con una propria agenda politica, dunque, ma un miliardario che ha trovato il modo di coniugare arricchimento personale e perseguimento globale degli interessi dello stato profondo degli Stati Uniti; non un burattinaio, ma un burattino (uno dei tanti).