La geopolitica della corsa allo spazio
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Chi è Dmitrij Medvedev

Non si può capire a fondo la complessità della Russia, e non soltanto di quella contemporanea, se non in un modo: scrivendo e parlando dei personaggi-chiave che la compongono, che hanno contribuito a riportarla nell’alveo delle grandi potenze, che in una maniera o nell’altra hanno partecipato alla costruzione del dopo-Eltsin e cioè dell’era Putin. Dal lungo elenco dei sceneggiatori e degli attori dell’era putiniana, nel quale si inseriscono eminenze grigie, chierici e uomini delle istituzioni, non può essere escluso colui che, per molto tempo, è stato il delfino di Putin: Dmitrij Medvedev.

 

Dmitrij Anatolyevič Medvedev nasce in quel di Leningrado, odierna San Pietroburgo, il 14 settembre 1965. Nato in un contesto relativamente agiato per l’epoca – il padre era un professore di ingegneria chimica, la madre una professoressa di lingua russa –, Medvedev cresce come figlio unico di una famiglia ritenuta parte dell’intelligentsia leningradese.

Intellettualmente curioso, con una passione per i libri ereditata dai genitori, Medvedev termina gli studi di scuola superiore nel 1982 e lo stesso anno si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università statale di Leningrado. Qui dentro, nonostante il carattere timido e l’atteggiamento introverso, Medvedev non riuscirà a passare inosservato: il suo è un cognome noto e i suoi gusti, per di più, sono alquanto bizzarri per i coetaeni, in quanto assiduo ascoltatore di musica occidentale – dai Black Sabbath ai Led Zeppelin. Medvedev si fa la nomea, in breve, di liberale.



Dopo la laurea, conseguita nel 1987, Medvedev opta per un proseguimento ulteriore degli studi in legge, con una specializzazione in diritto civile e privato, che lo terrà impegnato fino al 1990. Sullo sfondo degli studi, però, Medvedev tesse una tela di amicizie, sfruttando sia il proprio cognome sia il proprio bagaglio di competenze, che si rivelerà utile negli anni successivi.

Il rapporto costruito con Anatolij Sobchak, suo professore e cacciatore di talenti, si dimostrerà particolarmente importante. Perché Sobchak, futuro sindaco di San Pietroburgo, aprirà il proprio portafoglio di contatti al giovane e ambizioso Medvedev, presentandolo ad un securocrate appena giunto da Berlino Est: Vladimir Putin.



Il primo incontro tra Medvedev e Putin sembra che abbia avuto luogo nel 1990, nel pre-intronizzazione di Sobchak alla guida di San Pietroburgo – all’epoca ancora nota come Leningrado –, nel contesto della campagna elettorale del loro mentore. Entrambi, una volta eletto Sobchak, avrebbero rivestito un ruolo nella giunta cittadina: Putin come direttore del Comitato per gli affari esteri, Medvedev come consulente all’interno dello stesso. Una relazione di subalternità destinata a durare nel tempo.

Medvedev, grande coltivatore di contatti, sarebbe riuscito a mantenersi in ottimi rapporti con Putin anche dopo il suo divenire capo del Cremlino. E, proprio come in passato, Medvedev avrebbe continuato ad affiancare l’amico in qualità di socio di minoranza, nel quadro di una relazione a metà tra cervello-braccio e maestro-studente.

Direttore della campagna presidenziale di Putin nel 2000, Medvedev, aiutando l’allora sconosciuto silovik a magnetizzare più del 52% dei suffragi, ne avrebbe ottenuto la fiducia smodata, entrando definitivamente nelle sue grazie. Le implicazioni dell’idillio non tardano a manifestarsi: Medvedev viene prima inserito nella dirigenza di Gazprom e poi investito di incarichi sempre più prestigiosi all’interno del governo.

Il crescendo di mansioni affidategli, spazianti dall’amministrazione all’agricoltura, viene interpretato dagli osservatori politici russi come il segnale di qualcosa: Medvedev sarebbe diventato il delfino di Putin, il factotum al quale tutto viene affidato per questioni di amicizia e, non meno importante, di fiducia. Un delfino e, dunque, un potenziale successore. E così fu.

Alla vigilia delle attesissime presidenziali del 2008, mentre gli osservatori esterni si aspettavano un candidato proveniente dai ranghi dei siloviki, in Russia chiunque, dagli esperti ai laici, sapeva cosa attendersi: la candidatura di Medvedev. Una scelta rispondente anche alla necessità di andare incontro ai desideri dell’opinione pubblica, che, secondo i sondaggi, vedeva Medvedev più di buon grado rispetto agli altri papabili.



Medvedev non avrebbe avuto difficoltà a ottenere lo scettro del Cremlino, in quanto forte dell’endorsement ufficiale di Putin, e, una volta eletto, avrebbe – di nuovo – sorpreso gli osservatori occidentali e agito come da copione per quelli russi. Medvedev, infatti, avrebbe proceduto a nominare Putin primo ministro. Era l’inizio della cosiddetta tandemocrazia.

La tandemocrazia, cioè la democrazia in squadra di Putin e Medvedev, avrebbe avuto la seguente forma per quattro anni: stragrande maggioranza dei decisori nelle stanze dei bottoni rimasta immutata, a Putin il comando, a Medvedev la parvenza del comando. Con il tempo, però, Medvedev avrebbe tentato di prevaricare il mentore, reale regista-sceneggiatore della scena, gettando le basi della sua futura caduta in disgrazia.

Siloviki sostituiti da civiliki, in molti casi amici di infanzia ed ex compagni di studi di Medvedev. Dissidi con gli oligarchi guinzagliati da Putin. Poca attenzione al bilancio pubblico. Scarso acume per gli affari internazionali. La guerra in Georgia, nello specifico, avrebbe funto da motivo conduttore del dirompente rientro in scena di Putin. Perché Medvedev, alla prova della storia, aveva fallito: nessuna autonomia né iniziativa, ma mosse a comando su suggerimento di Putin e dell’allora ministro della difesa Anatolij Serdyukov. Imperdonabile: il futuro capo del Cremlino avrebbe dovuto essere sia impavido sia capace di reagire con prontezza e sagacia ad ogni crisi.



Tra la guerra in Georgia e la crisi finanziaria globale la perdita di autonomia di Medvedev avrebbe subito una brusca accelerata. Putin, invero, avrebbe cominciato a mal tollerare le pressioni di Medvedev sugli oligarchi fedeli al Cremlino, accogliendo con diffidenza la linea diplomatica del Riavvio tentata con la prima amministrazione Obama e dando impulso a una politica economica meno liberista.

Tra la guerra in Georgia e la crisi finanziaria globale, in sintesi, sarebbero morti il sogno di Medvedev di succedere a Putin e la speranza di Putin di aver trovato in lui un degno erede.

 

Nel 2011, al termine di un anno di indiscrezioni sul suo futuro politico e di frecciatine a Putin, Medvedev avrebbe deciso di fare un passo indietro e di non ricandidarsi. Non lui, ma Putin avrebbe dovuto competere per la presidenza. Quello stesso Putin che, un anno prima, Medvedev aveva definito maldestro nella gestione delle relazioni con l’Occidente e non in grado di liberalizzare la società russa.



Degradato in maniera dolce, coerentemente con la più tipica delle tradizioni russe – il mascheramento del dissenso –, Medvedev sarebbe stato inizialmente nominato primo ministro. Un’apparente tandemocrazia volta a nascondere all’esterno, e dunque a rivali veri e presunti, il rimescolamento di carte e poteri in corso.

Medvedev, diversamente dal passato, non avrebbe espresso alcuna iniziativa autonoma nell’esercizio delle sue funzioni. Otto anni, dal 2012 al 2020, trascorsi nella più totale sudditanza. Il delfino era diventato automa.

Il momento della verità giunge nel 2020, più precisamente nella giornata del 15, quando Medvedev e l’intero governo rassegnano le dimissioni nelle mani di Putin. Preludio del referendum costituzionale avvenuto alcuni mesi dopo ed evidenza dell’avvenuta “caduta in disgrazia”.

Di nuovo, allo scopo di mascherare la rottura, Medvedev viene inserito nella dirigenza del Consiglio di sicurezza nazionale, presieduto da Putin, in qualità di numero due. Un ruolo apparentemente importante, ma de facto irrilevante – nessun potere decisivo ed esecutivo.



Allo scoppio della guerra in Ucraina, cogliendone pienamente l’epocalità e intravedendo nelle purghe agli alti livelli l’opportunità imperdibile di (ri)entrare nelle grazie di Putin, Medvedev comincia una campagna elettorale informale a base di dichiarazioni roboanti e di proposte radicali: dalla reintroduzione della pena capitale alla rottura di ogni relazione diplomatica con l’Occidente. Uno sforzo al quale soltanto la storia potrà dare torto o ragione.

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