Chi è Bernie Sanders

Politico navigato con alle spalle una lunga esperienza al Congresso statunitense, il quasi 79enne Bernie Sanders sta facendo in questi mesi parlare di se per aver ripreso, con notevole grinta ed energia, la corsa verso la nomination presidenziale del Partito Democratico sfiorata nel 2016 contro Hillary Clinton.

Rispetto al 2016 Sanders ha ulteriormente accentuato i tratti salienti del suo profilo politico: egli rappresenta infatti l’ala più a sinistra del campo democratico e il suo posizionamento a favore della lotta alle disuguaglianze, della critica al libero scambio e della sanità universale lo pongono in controtendenza con buona parte dei suoi sfidanti, da Joe Biden a Pete Buttigieg.

La storia politica di Sanders è quella di un uomo controcorrente. Un leader politico che non considera anatema la possibilità di definirsi socialist, ovviamente declinato in inglese, perchè quello di Sanders è il socialismo adattato allo spirito americano: sulla scia dei grandi pensatori americani del suo campo politico, da Charles Wright Mills Noam Chomsky,Sanders declina all’interno di uno dei grandi partiti di massa statunitensi una visione controcorrente. Fondata, in nuce, sul rilancio della contrapposizione centro-periferia che l’elezione di Donald Trump nel 2016 e l’exploit dello stesso Sanders nella corsa alla nomination dell’Asinello avevano fatto evidenziare negli Usa.

Nato nel 1941 a Brooklyn da due coniugi ebrei di origine esteuropea (madre russa, padre polacco) e laureato all’Università di Chicago,Sanders dal 1968 si è radicato nel Vermont, suo Stato di adozione, perchè affasinato “dalla vita rurale” e ivi ha svolto una serie eterogenea di professioni (dal carpentiere al giornalista) affiancandola all’impegno contro la guerra in Vietnam e all’attivismo politico. Salvo gli esordi nella Liberty Union (dal 1971 al 1979), partito socialista rivoluzionario, e una breve parentesi di iscrizione personale al Partito Democratico (2015-2016) Sanders è rimasto in tutto e per tutto un indipendente. E da tale ha costruito buona parte delle sue fortune politiche.

Sanders è uomo profondamente radicato nel suo Stato di elezione, il Vermont. In Vermont il giovane socialista Sanders riuscì, appena 38enne, a conquistare a sorpresa la poltrona di sindaco della città di Burlington nel 1980, puntando su un’agenda fortemente progressista, inclusiva e fondata sulla spesa sociale.

Una serie di programmi di spesa per la riqualificazione urbana, i servizi ai cittadini (sanità, istruzione, sicurezza) e l’inclusione delle fasce più povere della popolazione garantirono a Sanders un consenso trasversale tra la popolazione, tre riconferme consecutive per otto anni complessivi di mandato e un aumento della sua popolarità su scala nazionale.

La Burlington di Sanders, che da indipendente si appoggiava soprattutto sul localista Partito Progressista del Vermont, ospitava filosofi del calibro di Noam Chomsky,approvava risoluzioni contro la politica estera avventurosa dell’amministrazione Reagan (specie in riferimento alla condotta della Cia in America Latina e al sostegno alle dittature militari).

Due corse concluse senza successo alla carica di Governatore del Vermont (1986) e a un seggio congressuale (1988) sarebbero state solo un intermezzo temporaneo. Nel 1990 Sanders vinse il seggio della Camera dei Rappresentanti del Vermont, divenendo il primo politico dichiaratamente socialist a conquistare un posto al suo interno e il primo concorrente indipendente a riuscirvi da circa quarant’anni.

Come scriveva nel 1990 il Washington Post, Sanders nei suoi discorsi d’esordio faceva suoi temi che avrebbero acquisito drammatica immanenza al termine della Grande Recessione ma che al termine dell’era dell’edonismo reaganiano e della vittoria statunitense nella Guerra Fredda apparivano anatema. “In Vermont”, diceva Sanders, “riteniamo ci sia qualcosa di sbagliato nel fatto che l’1% più ricco della popolazione statunitense ha raddoppiato il suo reddito negli ultimi dieci anni, mentre la classe media ha perso terreno”. La denuncia della disuguaglianza economica e della scarsa convinzione del Partito Democratico nel combatterla sarebbero rimasti una costante nella carriera di Sanders.

Democratici e repubblicani, in misura bipartisan, furono criticati da Sanders nel corso della sua esperienza da deputato. Ai repubblicani Sanders non perdonava l’aver imboccato, con Reagan, la strada della liberalizzazione e della destrutturazione del compromesso fondato sul New Deal. Ai democratici, soprattutto nell’era Clinton, Sanders rinfacciava l’abbraccio convinto della globalizzazione, l’abbandono della lotta alle disuguaglianze e la scelta di cavalcare la finanziarizzazione dell’economia.

Tra la fine degli Anni Novanta e l’inizio degli Anni Duemila Sanders si posizionò contro determinate riforme e iniziative che, col senno di poi, si sarebbero rivelate, rovinose per gli Stati Uniti e controproducenti per la popolazione e l’economia, sfidando la convergenza bipartisan tra Democratici e Repubblicani alla guida di un caucus progressista, il Congressional Progressive Caucus, in cui agglomerava la fronda di sinistra dei democratici critici della svolta impressa da Clinton.

In questa sede maturarono l’opposizione all’abolizione del Glass-Steagall Actla riforma di Franklin Delano Roosevelt che divideva banche commerciali e banche d’affari, la cui cancellazione aprì la strada alla slavina economica del 2007-2008, il rifiuto delle riforme fiscali e dei tagli ai servizi sociali operati dal governo di George W. Bush, le critiche al Patriot Act approvato dopo l’11 settembre e la sua condanna dell’attacco all’Iraq iniziato nel 2003.

Una vera e propria presa di posizione da “coscienza critica” dell’America, che non impedì a Sanders di portare all’incasso diversi provvedimenti sulla limitazione all’uso delle armi, la difesa dei programmi di assistenza sociale e la lotta alla violenza sulel donne. Nel 2006, con l’amministrazione Bush in crisi, la vittoria di Sanders alla corsa al posto di Senatore del Vermont lo proiettò in una posizione decisiva: i democratici iniziarono a ritenere necessario l’appoggio del suo voto indipendente per tenere sotto i repubblicani (che controllavano 49 seggi contro i 50 democratici).

Nei primi sei anni da senatore Sanders vide venire al pettine numerosi nodi: la crisi americana in Iraq e Afghanistan si manifestava come sempre più grave, mentre il crac finanziario del 2008 rischiò di precipitare nel panico il Paese.

E nemmeno l’amministrazione di Barack Obama avrebbe ricevuto sconti: nel 2010 Sanders parlò per 8 ore e 34 minuti in Senato per tentare di imporre l’ostruzionismo contro una riforma fiscale da lui ritenuta in continuità con le manovre dell’era Bush. Nel corso degli anni a Capitol Hill, Sanders amplificò i toni anti-establishment, polarizzando il dibattito attorno a fenomeni come la rapacità del sistema finanziario e le conseguenze della crisi e divenendo il punto di riferimento di sindacati, associazioni di lavoratori e movimenti come “Occupy Wall Street”.

In questo clima matura l’entusiasmante corsa del 2016 per la nomination democratica. Sanders emerse tra il 2015 e il 2016 come l’unico sfidante capace di contendere seriamente a Hillary Clinton la possibilità di diventare lo sfidante di Donald J. Trump. La Clinton riuscì a sorpavanzare l’agenda progressista, radicale e statalista di Sanders anche in virtù del sostegno dell’establishment del partito, che WikiLeaks ha accusato essersi trasformato in una vera e propria “combine” contro Sanders.

Il duro ko della Clinton contro Trump, in un certo senso, ha riscattato Sanders: la via per conquistare l’America passava dagli Stati del Paese profondo, colpiti dalla deindustrializzazione, dal calo delle aspettative economiche e, soprattutto, dalla sfiducia: i forgotten men che hanno premiato Sanders alle primarie democratiche nel 2016 in Stati come Pennsylvania e Michigan hanno votato Trump o si sono astenuti al momento della sfida tra il tycoon e l’ex First Lady.

Nel 2020 Sanders si presenta come l’anti-Trump capace di riportare i democratici al successo in una terra lasciata libera alle scorribande dei repubblicani, quella dei flyover States lontani dalle metropoli rivierasche. Potrà la lunga storia di coerenza ideologica di Bernie Sanders garantirgli una rivincita contro l’establishment politico del partito oggi diviso tra Buttigieg, Biden e Bloomberg? Saprà Sanders ampliare il suo consenso oltre le fasce giovani della popolazione e le categorie più deboli, su cui pende la spada di Damocle della scarsa partecipazione al voto? Certamente, il vecchio leone del Vermont rimane un ottimo comunicatore e un leader capace di suscitare forti passioni, ma la sfida all’establishment democratico si preannuncia tutta in salita. Su Sanders grava poi l’incognita salute (è reduce da un intervento per un infarto occorsogli nel 2019), ma quel che è certo è che la campagna elettoralerimane il suo terreno di esibizione preferito. E che il navigato politico del Vermont non potrà più essere rubricato a un outsider come nel 2016, ma come un credibile candidato alla sfida per la Casa Bianca.