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Chi è Aung San Suu Kyi

 

Aung San Suu Kyi è una delle figure politiche più importanti del Myanmar contemporaneo ed il suo impegno in favore della democrazia le è valso il Premio Nobel per la Pace, assegnatole nel 1991. La vita della San Suu Kyi è stata segnata dalla contrapposizione con l’esercito birmano, che è al potere, seppur in varie forme, sin dal 1962 e che ancora oggi riveste un ruolo chiave negli equilibri della nazione. Le Forze Armate hanno cercato di osteggiare le iniziative politiche della San Suu Kyi, costringendola per molti anni agli arresti domiciliari ed allontanandola dalla popolazione. La svolta riformista intrapresa dall’esercito ha portato ad un riavvicinamento ed all’ascesa al potere dell’ex eroina per la democrazia. Le cose, però, non sono andate sempre per il verso giusto e la strana convivenza con i generali si è conclusa con un golpe nel primo giorno di febbraio del 2021.

 

Aung San Suu Kyi è nata il 19 giugno del 1945 a Rangoon (oggi Yangon), allora capitale del Myanmar. Suo padre, Aung San, è considerato il Padre della Patria del Myanmar  nonché fondatore delle Forze Armate del paese. Aung San fu ministro della Difesa, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, nel governo di occupazione giapponese per poi passare dalla parte degli Alleati nell’ultima parte del conflitto. L’uomo fu uno degli artefici dell’indipendenza del Myanmar e prese parte, nel 1947, alle trattative con le autorità britanniche che si conclusero con la fine del governo coloniale. Mori nello stesso anno, ucciso da rivali politici. Aung San Suu Kyi crebbe così orfana di padre ed in compagnia della madre e due fratelli. Una di loro, Aung San Lin, morì annegata all’età di otto anni. La futura eroina per la democrazia fu educata presso la Scuola Inglese Metodista, dove sviluppò un certa abilità nello studio delle lingue. La madre, Kin Khyi, entrò a far parte del nuovo governo birmano e nel 1960 venne nominata Ambasciatrice in India e Nepal, dove si trasferì seguita dalla figlia. Aung San Suu Kyi proseguì gli studi a Nuova Delhi, dove si laureò in Scienze Politiche nel 1964 e poi si trasferì ad Oxford. Nel Regno Unito ottenne altri due importanti diplomi di specializzazione in ambito politico e poi decise di spostarsi negli Stati Uniti, dove visse a New York. Qui lavorò tre anni presso le Nazioni Unite e conobbe il futuro marito, il Dottor Michael Aris, che sposò nel 1972 e da cui ebbe due figli, nati nel 1973 e nel 1977.

Aung San Suu Kyi fece ritorno in Myanmar nel 1988 per prendersi cura della madre morente e la sua strada si intrecciò con quella del paese natio in un momento molto difficile. Nell’estate di quell’anno, come ricordato da Npr.Org, gli studenti del Paese scesero in piazza per chiedere maggiori libertà e la fine della dittatura militare al potere dal 1962. L’8 agosto del 1988, una data scelta anche per la sua rilevanza dal punto di vista numerologico, migliaia di persone si unirono ad uno sciopero già organizzato e marciarono nelle strade di alcune città del paese. L’esercito reagì con violenza, sparando sulla folla ma la miccia era ormai stata accesa ed i moti non si interruppero e proseguirono sino a settembre. In un primo momento sembrarono aver avuto successo dato che, nel corso dei mesi, anche diversi funzionari pubblici e membri dell’esercito si unirono alle proteste. Il Generale Ne Win, al potere dal 1962, si era dimesso a luglio (ma continuava ad esercitare un’influenza considerevole da dietro le quinte) ma l’esercito, dopo una fase iniziale di confusione, iniziò ad organizzarsi ed a reagire. Nel mese di settembre venne annunciato un nuovo esecutivo, proclamata la legge marziale ed iniziò una violenta repressione degli oppositori. Tremila di loro persero la vita. Aung San Suu Kyi fu convinta dagli studenti ad aderire al movimento di protesta e dopo il suo primo discorso, il 26 agosto del 1988, divenne la nuova leader del movimento democratico birmano.

Le posizioni politiche di Aung San Suu Kyi furono chiare sin da subito. Democrazia multipartitica e la creazione di un’unione federale in grado di soddisfare le esigenze delle tante minoranze etniche birmane. Lo SLORC, la sigla dietro cui si cela l’esercito, non la pensava però allo stesso modo. Nel 1989 le carceri si riempirono di prigionieri politici ed il 20 luglio la stessa Aung San Suu Kyi venne messa agli arresti domiciliari. Si trattò di una mossa tattica dato che, messa fuori gioco la rivale più forte, l’esercito si decise a convocare nuove elezioni nel 1990. Elezioni a cui l’oppositrice non potè partecipare. Le consultazioni si rivelarono un boomerang pericoloso per le Forze Armate. La Lega Nazionale per la Democrazia, fondata nel settembre del 1988, ottenne l’80 per cento dei voti, umiliando lo SLORC. Si trattò di un affronto inaccettabile e la giunta scelse di non riconoscere il risultato delle urne e di arrestare buona parte dei neoeletti. La diaspora birmana nel mondo si rafforzò, grazie all’impulso dato dagli esuli e la causa democratica del Paese trovò nuova linfa vitale all’estero. Aung San Suu Kyi ricevette il Premio Nobel per la Pace ed il Premio Sakharov nel 1991 ma non poté ritirarli. La sua liberazione dagli arresti domiciliari avverrà solamente nel 1995. Nel 1997 le sanzioni americane spinsero i militari birmani a manifestare una certa apertura politica. Aung San Suu Kyi scelse di adottare una linea più conciliante con l’esercito ma senza riscuotere particolare successo e continuando ad essere ai margini delle scene.

La crudeltà dei militari segnò la vita di Aung San Suu Kyi nel 1999. Il marito Michael Aris morì di cancro alla prostata, ad Oxford, il giorno del suo cinquantatreesimo compleanno. L’esercito gli rifiutò un visto di ingresso in Myanmar per poter incontrare la moglie per l’ultima volta mentre la Suu Kyi scelse di non lasciare il proprio paese nel timore che i militari non l’avrebbero più fatta tornare.

Nel settembre del 2000 Aung San Suu Kyi venne posta agli arresti domiciliari per aver visitato la città di Mandalay malgrado le restrizioni sui movimenti a cui era sottoposta. Il provvedimento venne revocato nel maggio del 2002 ma la sua libertà durerà ben poco. Nel 2003 ebbe luogo un grave episodio di violenza che la vide protagonista. Un migliaio di uomini circondò un suo corteo e dozzine di persone persero la vita in seguito agli scontri che ne scaturirono. La San Suu Kyi venne nuovamente arrestata ed a questo punto la sua esperienza politica sembrava cessata per sempre. Un evento tragico ed inaspettato modificò, però, le prospettive del Myanmar.

Nel 2008 il Ciclone Nargis uccise decine di migliaia di persone e rese palesi le tante problematiche del paese, in primis l’isolamento a cui era sottoposto sullo scenario internazionale. L’esempio di Singapore e del Vietnam sembrò suggerire che connettersi con il resto del mondo era cosa buona. Nel novembre del 2010, con un gesto simbolico, i militari scelsero di liberare Aung San Suu Kyi. Negli anni successivi l’esecutivo birmano, guidato dal presidente Thein Sein, diede il via ad un rapido programma di liberalizzazione. All’inizio del 2012 erano stati liberati molti prigionieri politici, gli esiliati stavano tornando a casa e l’esecutivo iniziava a rispettare le libertà più basilari. Le trattative di pace con le minoranze etniche avevano dato vita a diversi cessate il fuoco e la situazione iniziava, finalmente, a volgere in favore della San Suu Kyi.

Il 13 novembre del 2015, esattamente cinque anni dopo il rilascio di Aung San Suu Kyi dagli arresti domiciliari, si svolsero le elezioni in Myanmar. La Lega Nazionale per la Democrazia si piazzò al primo posto, con almeno 378 seggi sui 664 della legislatura, e conseguì una vittoria storica. Il Partito dell’Unione della Solidarietà e dello Sviluppo, considerato vicino ai militari, ottenne appena 40 scranni mentre altri 50 furono vinti da partiti politici legati alle minoranze etniche. Aung San Suu Kyi compì una vera e propria metamorfosi e l’ex icona democratica, considerata una traditrice, si trasformò in una figura politica con responsabilità di governo. Il Myanmar non si era però trasformato in una democrazia ed i militari continuavano ad avere poteri consistenti. Un quarto dei seggi della legislatura ed un certo numero di ministeri chiave venne riservato ad esponenti dell’esercito non eletti. Le Forze Armate conservarono il potere di veto su qualsivoglia riforma della Costituzione del 2008 che non fosse loro gradita e ciò limitò (e di molto) l’azione politica della Lega Nazionale per la Democrazia.

Aung San Suu Kyi venne nominata Consigliere di Stato (de facto primo ministro) e scelse la strada della cooperazione con la Forze Armate, evitando di limitare le loro enormi prerogative e chiudendo un occhio di fronte alle gravi violenze perpetrate dalle campagne militari dell’esercito nello stato del Rakhine. Qui la minoranza etnica musulmana dei Rohingya, sin dal 2016, è stata oggetto di persecuzioni, definite pulizia etnica con intenti di genocidio dalle Nazioni Unite, che hanno spinto centinaia di migliaia di persone a scegliere la via della fuga nel vicino Bangladesh. L’esecutivo di Aung San Suu Kyi, che non ha reagito come avrebbe dovuto, è finito nell’occhio del ciclone ed è stato oggetto di pesanti critiche in Occidente. Negli ultimi anni non si sono inoltre registrati passi in avanti significativi dal punto di vista del dialogo con le minoranze del paese. Le simpatie di Aung San Suu Kyi per la libertà di stampa sono state messe in discussione da una serie di episodi controversi. Dal 2015 al 2018 ben quarantaquattro giornalisti sono stati oggetto di azioni legali, in ambito civile e penale, per il contenuto dei loro articoli ed alcuni di loro sono finiti dietro le sbarre. Si è trattato di un clamoroso passo indietro per il Myanmar che, anche prima del colpo di stato del primo febbraio del 2021, continuava ad essere considerato una nazione parzialmente libera dal punto di vista dei diritti politici e civili.

 

 

La Lega Nazionale per la Democrazia ha ottenuto una vittoria netta alle elezioni del novembre del 2020. Il partito ha ottenuto 396 seggi, più dei 322 necessari per formare un governo e la grande affluenza alle urne, pari al 70 per cento degli aventi diritto, sembrava aver legittimato le consultazioni. Il voto, pur dichiarato legittimo dalla Commissione Elettorale del Myanmar, è stato contestato dall’esercito. Il primo febbraio del 2021 le Forze Armate hanno assunto il potere per almeno un anno, arrestato Aung San Suu Kyi e dichiarato lo stato di emergenza. L’esercito, certo della frode durante il voto, ha trovato legittimità nel suo intervento grazie alla Costituzione del 2008. La transizione democratica del Myanmar ha subito un’importante battuta di arresto e la stessa Aung San Suu Kyi è venuta a trovarsi in una posizione molto difficile e complessa. Il sostegno della comunità internazionale sarà probabilmente fondamentale per consentirle di sopravvivere dal punto di vista politico e per consentirle di tentare, nei mesi o negli anni che verranno, una scalata al potere che si preannuncia quasi impossibile.