Chi è Alberto Fernandez

Domenica 27 ottobre Alberto Fernández, avvocato 60enne che ha passato buona parte della vita in mezzo alla contesa politica ma sempre dietro le quinte, ha vinto le elezioni ed è diventato il decimo presidente dell’Argentina dopo la dittatura. Con lui, la controversa Cristina Fernández de Kirchner torna al potere come vicepresidente.

Fernández nacque il 2 aprile 1959 a Buenos Aires. Dell’infanzia e del quartiere in cui è cresciuto, Villa del Parque, gli è rimasta la passione per la squadra di calcio locale, la Asociación Atlética Argentinos Juniors, il cui stadio si trovava a pochi metri da casa sua.

Sposato e divorziato, la sua partner oggi è Fabiola Yañez, una trentottenne giornalista e attrice, che conobbe durante un’intervista per la tesi di laurea. 

Dal precedente matrimonio ha un figlio ventiquattrenne, Estanislao, che lavora come illustratore ed è salito alla ribalta in campagna elettorale perché si esibisce come cosplayer e drag queen.

Dietro ai suoi abiti formali da legislatore e professore, Fernández nasconde un’anima rock che afferra la chitarra appena ha un minuto di tempo libero.

Quando, in una intervista radiofonica, gli venne domandato quali fossero le sue influenze ideologiche, Fernández ha ovviamente menzionato Juan Peron, padre ideologico di quella corrente unicamente argentina che è il Peronismo, ma anche musicisti come “Nebbia, Bob Dylan, Joan Báez ed El Flaco Spinetta.”

Più di tutti, è fan del compositore argentino Litto Nebbia. I baffi che porta dall’adolescenza, secondo la giornalista Lucrecia Bullrich de La Nación, sono infatti un tentativo di emulare il musicista. Oltretutto fu proprio Nebbia a dargli le prime lezioni di chitarra negli anni Settanta.

Secondo El Clarín, Fernández iniziò la sua militanza politica molto presto, nel Colegio Mariana Moreno, diventando delegato studentesco dell’Unione degli studenti di scuola secondaria, di tendenza peronista.

Il Peronismo è un’ideologia elaborata da Juan Domingo Peron, generale e politico, presidente dal 1946 al 1955, quando un colpo di stato militare rovesciò il suo governo.

Si tratta di una corrente peculiare, basata sui principi guida di una politica sovrana, dell’indipendenza economica e della giustizia sociale. Ma nel corso della storia contemporanea ha fatto da cappello ai governi più disparati, dal neoliberismo di Carlos Menem al nazionalismo di sinistra in onore di autarchia dei recenti governi di Cristina Fernández de Kirchner.

All’inizio degli anni ‘80, dopo “l’apertura” parziale del generale Roberto Viola alla partecipazione dei politici di carriera alla gestione della cosa pubblica, Fernández formò, insieme ad altri militanti, il Frente de Orientacion Nacional, che poi si fuse nel Frepu. Lì conobbe Eduardo Valdés, l’ex ambasciatore che, anni dopo, fu tra gli artefici della sua riconciliazione con Cristina Fernández de Kirchner. 

 Alla fine della dittatura dei generali, con il ritorno della democrazia e mentre studiava Diritto all’Università di Buenos Aires, decise di affiliarsi al peronista Partito Giustizialista.

Secondo Bbc Mundo, il suo primo incarico pubblico fu come giudice supplente. In seguito, divenne funzionario e assessore giuridico per vari servizi statali, collaborando con rappresentanti da un capo all’altro dello spettro politico, dal radicale  Raúl Alfonsin al peronista Eduardo Duhalde.

Nel corso della sua carriera, fu, tra le altre cose, vicedirettore per i temi giuridici del Ministero dell’economia, sovrintendente dell’ente che regola l’attività assicurativa e vicepresidente del Banco di Buenos Aires.

Intervistato dalla Bbc, il politologo Facundo Cruz ha sottolineato come la cifra fondante di Fernández sia la capacità di unire persone con idee diverse. “È un costruttore della politica,” spiega, “e si è eretto politicamente su tre pilastri: la creazione di consenso, il pragmatismo e la conoscenza della politica dello Stato, che capisce come nessun altro, visto che ci ha lavorato per più di 30 anni in posti diversi.”

Nonostante i vari anni di esperienza politica, la campagna elettorale di quest’anno è solo la seconda vissuto da candidato.

La prima volta fu nel 1999, quando si presentò – e venne eletto – come legislatore alle elezioni municipali della città di Buenos Aires.

Fedele alla sua fama di camaleonte, in quell’occasione Fernández si presentò con la formazione Alleanza Incontro per la Città, una coalizione guidata dal neoliberale Domingo Cavallo, ex ministro dell’economia di Carlos Menem.

Fu nel 1998, all’interno del Grupo Calafate, che Fernández strinse con il futuro presidente Néstor Kirchner l’alleanza di ferro che, cinque anni dopo, gli avrebbe consentito di arrivare al potere.

Secondo quanto riporta La Nación, il gruppo, nato come think tank di Eduardo Duhalde, si distanziò successivamente dal suo candidato di riferimento e diventò un vero e proprio laboratorio politico con l’obiettivo di creare un “polo oppositore progressista” all’interno dello stesso Partito Giustizialista, opponendosi alla direzione neoliberista dell’ex presidente Carlos Menem.

Da lì sorse l’idea della candidatura di Néstor Kirchner, e Fernández fu a capo della sua campagna elettorale. Oggi ricorda che “inizialmente eravamo da soli. Poi poco a poco iniziarono a sommarsi le persone,” come riporta il giornalista Gabriel Pandolfo nella sua biografia su Kirchner.

Alle elezioni del 2003 si presentò una di quelle stranezze tipicamente argentine: tre contendenti diversi, tutti provenienti dal peronismo, si contendevano la Casa rosada, con altri tre candidati provenienti dal radicalismo.

Menem ottenne una maggioranza di misura su Kirchner, con il 24.45% dei voti. Ma, dato che  al ballottaggio praticamente tutti gli altri candidati gli avrebbero votato contro, decise di ritirarsi dalla contesa elettorale.

Il 25 maggio Néstor Kirchner diventò così presidente, e  Fernández suo capo di gabinetto.

“Fu il volto più visibile, la voce dei governi kirchneristi.” Così Lucrecia Bullrich, giornalista del quotidiano La Nación, descrive Fernández.

Gli anni di Kirchner sono ricordati per misure come aver permesso l’estradizione di ufficiali militari accusati di violazione dei diritti umani durante la dittatura, attaccato istituzione impopolari come la Corte Suprema e, soprattutto, aver negoziato con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) una ristrutturazione del debito che permise al paese di risollevarsi dal default.  

In quegli anni, Fernández mise la faccia su tutti i provvedimenti dell’esecutivo.

Alla fine della sua presidenza, Kirchner scelse di non correre per un secondo mandato, e annunciò il supporto per la candidatura di sua moglie, Cristina Fernández de Kirchner, alle elezioni presidenziali del 2007.

Vincendo con un margine significativo, Fernández de Kirchner diventò così la prima presidente donna eletta dell’Argentina.

Aiutati dagli anni della bonanza dei prezzi delle materie prime, i 12 anni dei governi Kirchner ottennero vari successi economici e sociali. Come riporta Mark Weisbrot, codirettore del Centro per la ricerca economica e politca di Washington, la povertà cadde del 71%, la disoccupazione si dimezzò e il PIL crebbe del 42%, portando a un aumento della qualità della vita di molti argentini.

Il loro modello economico entrò però in crisi quando i controlli dei prezzi e delle esportazioni non si rivelarono sufficienti a frenare l’aumento dell’inflazione.

Nel 2014, inoltre, dopo che una corte statunitense obbligò l’Argentina al pagamento di 15 miliardi di dollari a quei fondi di investimenti che avevano rifiutato la ristrutturazione del debito, il paese dovette entrare in default tecnico.

I critici – tra cui l’attuale presidente, Mauricio Macri – accusano poi Fernández de Kirchner di aver immerso il paese nella corruzione, falsificando i dati economici e offrendo sussidi insostenibili alla popolazione in cambio del sostegno politico.

Anche se condividono lo stesso cognome, con Fernández de Kirchner, presidente dal 2008 al 2015, le cose non furono rose e fiori. Alberto Fernández fu a capo della sua campagna elettorale, e, dopo la vittoria, venne rinnovato come capo di gabinetto. Rimase al suo fianco per sette turbolenti mesi, in cui la spalleggiò nello scontro con il gruppo mediatico del Clarín e anche quando approvò la risoluzione 125, che prevedeva un aumento delle tasse sulle esportazioni di prodotti come la soia, il mais, il grano e i girasole.

La risoluzione scatenò però un conflitto con le imprese agricole che portò a quattro mesi di scioperi, proteste e blocchi stradali. Per tutto il periodo, Fernández fu incaricato di mandare avanti i negoziati con gli agricoltori.

La legge fu ritirata dopo che anche il presidente del senato e vicepresidente del governo, Julio Cobos, si rifiutò di votarla. E fu di nuovo Fernández a doverne annunciare il ritiro. 

In seguito a questa vicenda, scelse di rinunciare all’incarico, e divenne uno dei più acuti critici del movimento che lui stesso aveva contribuito a fondare.

“È certamente un mal governo, in cui è difficile incontrare qualcosa di ragionevole,” disse nel 2015 a proposito del secondo esecutivo di Fernández de Kirchner.

Le critiche si concentrarono soprattutto sulle riforme e sull’ingerenza nei confronti del potere giudiziario, definite come “deplorevoli,” e sulla politica economica del governo. In particolare, Fernández criticò il meccanismo delle restrizioni sul cambio tra il peso e il dollaro, e il fatto che “la povertà aumenta, ma se ne nega l’esistenza.”

In un editoriale per il quotidiano La Nación, scrisse che il governo si avvaleva continuamente della logica della magia, nascondendo la realtà. “Per Cristina Kirchner, la politica è l’arte di presentare in parole la realtà che a lei conviene,” scrisse. E la accusò di “coprire la corruzione del suo vicepresidente,” Amado Boudou, che è stato successivamente condannato a cinque anni di carcere.

In una seconda colonna per lo stesso giornale, arrivò a dire che la presidente aveva cercato di nascondere gli autori del peggior attentato della storia argentina, l’attacco alla Associazione Mutualistica Israelo Argentina (Amia) del 18 luglio 1994. “Cristina sa di aver mentito e che il memorandum firmato con l’Iran cercò solo di coprire gli imputati,” scrisse.

Ma non prese mai però le distanze dal kirchnerismo in quanto tale, e ha sempre avuto solo parole di ammirazione per il marito, che morì nel 2010, tanto che alcuni critici lo etichettarono come una delle “vedove di Néstor”.

Quando lo scorso maggio Cristina Fernández de Kirchner ha quindi annunciato che Alberto Fernández sarebbe stato il candidato della coalizione peronista-kirchnerista Frente de Todos, l’Argentina rimase senza parole. Si trattava di fatto della riabilitazione di uno dei suoi più acerrimi critici, dopo un gelo durato dieci anni.

In una conferenza stampa quasi improvvisata di fronte alla sua casa di Porto Madero, Fernández ha mantenuto la sua immagine di uomo pragmatico: “le circostanze mi hanno portato qui. Ora a lavorare. L’Argentina ha bisogno di uno sforzo congiunto per uscire da una crisi incommensurabile.”

Per Bloomberg, in realtà la lunga marcia verso la Casa Rosada era cominciata a febbraio 2018, quando Fernández riunì il suo think tank, Grupo Callao, in un bar a Buenos Aires. Mangiando “picadas”, i presenti discussero delle chance di riunire il movimento peronista. Anche se questo significava riappacificarsi con Cristina Fernández de Kirchner.

Sui suoi aspri dissidi con lei, si è in seguito limitato a dire che “Cristina a volte ha posizione inflessibili. Ma con la persona che ho reincontrato mantengo molte più cose in comune che differenze.”

E si è spinto fino a difenderla dai diversi processi in cui è imputata, sostenendo che “Cristina è vittima del sistema giudiziario,” secondo quanto raccontato da La Nación.

Al momento, sulla testa dell’ex presidente pendono infatti sei richieste di misure cautelari e 12 processi, la maggior parte dei quali per associazione illecita, frodi e corruzione, e altre tre richieste di processo in attesa di autorizzazione presso la Camera Federale, sull’utilizzo improprio di aerei presidenziali e irregolarità nell’aggiudicazione di alcuni appalti.

Fernando Manuel Suárez, professore di storia all’Università di Mar del Plata, ha scritto sulla rivista Nacla che la nomina serve, soprattutto, ad attenuare il rifiuto di parte degli argentini verso una figura così polarizzante come Cristina Fernández de Kirchner, mostrando come, dopo due mandati, sia disposta a lasciar andare il potere e dare spazio a una certa apertura. 

In aggiunta, a differenza di diversi alleati e membri dei suoi governi, Fernández non è mai stato coinvolto in alcun caso di corruzione.

Diego Genoud ha però notato che questa scelta si può anche leggere come il fallimento della ex presidente nel trovare un suo successore politico.

Ora che è diventato presidente, Fernández deve affrontare lunghe e complesse discussioni con i creditori del paese, tra cui l’Fmi, che ha prestato 56 miliardi di dollari a seguito del crollo del peso nel 2018.

Una scelta vista di mal occhio da molti argentini, che incolpano proprio le politiche di aggiustamento strutturale dell’FMI per il collasso economico del 2001.

Finora, Fernández ha sicuramente avuto il merito non facile di riunire dietro la sua candidatura una opposizione peronista frammentata che sembrava ormai completamente all’angolo.

“Alberto è il miglior candidato, ha mantenuto l’unità del Partito Giustizialista Peronista (PJ) e di tutti i progressisti del paese,” ha dichiarato a Reuters José Luis Gioja, leader del Pj.

Tra le priorità del futuro governo, Fernández ha indicato:

  • una politica che favorisca il credito alle piccole e medie imprese;
  • un aumento del 20% delle pensioni;
  • una modulazione delle fatture per le spese energetiche sul reddito;
  • il ritorno del Ministero della salute e la creazione di un Ministero della Donna; si è inoltre detto favorevole alla legalizzazione dell’aborto;
  • la creazione di un Ministero della Casa per far fronte all’emergenza delle persone che dormono per strada;
  • la diminuzione delle tasse per l’industria, le economie regionali, i servizi informatici e l’industria della conoscenza;
  • un sistema tributario che incentivi gli investimenti e l’occupazione.

 

In parole povere, vuole smontare una a una le riforme portate avanti negli ultimi quattro anni dal governo di Mauricio Macri, colpevoli, secondo Fernández, di aver “distrutto l’economia”, generando una recessione di cui non si vede la fine e una inflazione superiore al 50% annuale, così come lo ha accusato durante il primo dibattito della campagna elettorale.

“Dal primo giorno,” ha dichiarato di fronte alla moltitudine di sostenitori durante l’ultimo comizio elettorale a Mar del Plata, “ci occuperemo di togliere dalla loro situazione i cinque milioni di nuovi poveri che ha creato Macri.”

Secondo dati aggiornati a giugno, 14 milioni gli argentini vivono infatti in condizioni di povertà.

Tutto questo non solo mantenendo l’equilibrio fiscale del paese e della bilancia commerciale, ma accumulando riserve e riducendo il debito del paese. Per ottenere questi ambiziosi obiettivi, Fernández ha già detto che non dichiarerà il default, ma ha comunque intenzione di rinegoziare il debito con i debitori privati e con l’FMI separatamente.

Alle Primarie dello scorso 11 agosto, i due ex rivali hanno colto nuovamente il Paese di sorpresa, ottenendo una vittoria insperata, con il 49.5% dei voti. Mauricio Macri, il presidente uscente, arrivò appena al 33%.

Il giorno dopo le primarie, tutti gli indici economici sono crollati: la borsa valori è caduta del 78%, il peso ha sofferto una svalutazione del 38% e l’inflazione ha iniziato a galoppare.

Macri ha puntato il dito sul terrore degli investitori per un possibile ritorno della Fernández  de Kirchner. Sotto il suo governo, aveva infatti avuto violente polemiche sui mercati internazionali, con molti critici che la hanno accusata di falsificare e distorcere a propria vantaggio i dati economici ufficiali.

Per evitare che un simile disastro si ripeta, Fernández ha passato l’ultima settimana a rassicurare gli investitori: “spero che lunedì i mercati rimangano tranquilli,” ha dichiarato, “faremo attenzione ai vostri risparmi”. Un doppio messaggio, secondo El Clarín, che lascia intendere che Macri non avrebbe preso le necessarie misure per evitare la caduta di agosto.

Domenica 27 ottobre, la formula peronista Alberto Fernández-Cristina Kirchner si è imposta al primo turno delle elezioni presidenziali argentine.

Il Frente de Todos (Fronte di tutti) ha infatti superato il 48 % dei voti, mentre l’ex presidente Mauricio Macri si è fermato 8 punti indietro.

Il regolamento elettorale stabilisce che chi ottiene più del 45% al primo turno vince automaticamente le elezioni senza andare al ballottaggio, e Fernández è quindi il nuovo presidente dell’Argentina.

Già prima delle elezioni, aveva però assicurato che la sua presidenza il suo non sarà un ritorno al passato. Non ha infatti intenzione di ripristinare misure polemiche come il “cepo”, ovvero il controllo sull’acquisto di dollari, e nemmeno lo stile autoritario e gli scontri con la stampa che hanno caratterizzato il governo di Fernández de Kirchner.

I suoi detrattori sostengono però che non sia altro che una marionetta nella mani di Cristina. Dopotutto, non era mai successo che una candidata alla vicepresidenza annunciasse il suo presidente.

Vari analisti ritengono però questo scenario poco probabile.

“L’Argentina è un paese presidenzialista. Il Presidente possiede risorse istituzionali che il vicepresidente semplicemente non ha a disposizione,” ha rassicurato Gustavo Dufour, professore della Facoltà di Scienze Sociali dell’Unviersità di Buenos Aires alla Bbc

“Anche se Fernández non ha capitale politico proprio, l’organizzazione tra i diversi organismi dello stato farà sì che possa lavorare in autonomia.”

Un alto collaboratore di Fernández avrebbe rivelato a Bloomberg che, finora, Fernández de Kirchner non avrebbe chiesto di scegliere nemmeno un ministro del futuro gabinetto di governo.

Le promesse della campagna elettorale sono state abbastanza chiare: aumentare i salari, abbassare i tassi di interessi e cercare di ottenere surplus sia fiscali che commerciali grazie alla crescita economica. E gli argentini ne sono stati convinti.