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Chi è Alaattin Cakici, l’eminenza grigia della politica turca

Non è soltanto l’abile stratega e diplomatico Mevlut Cavusoglu a sussurrare all’orecchio di Recep Tayyip Erdogan, guidandone i passi e orientandone lo sguardo nel mondo. Vi è un’altra figura, molto meno conosciuta e indubbiamente più controversa, che esercita un’influenza rilevante nella sfera politica turca e nella galassia ruotante attorno al Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP): è Alaattin Cakici, ex capo dei Lupi grigi e storico padrino del crimine organizzato turco.

Cakici nasce ad Arsin, città costiera della Turchia nordorientale, il 20 gennaio 1953. Coinvolto nel sottobosco criminale locale sin dalla giovinezza, nel suo percorso verso la maturità si mescolano in maniera inestricabile la carriera nel crimine organizzato e la passione per la politica.

Il sostegno alle cause del nazionalismo di destra lo conduce ad entrare nei Lupi grigi, la più nota organizzazione di destra radicale del panorama turco, e a finire nel mirino del Fronte Rivoluzionario di Liberazione Popolare (Devrimci Halk Kurtuluş Partisi-Cephesi), un gruppo terroristico di ispirazione marxista-leninista che dal 1994 ad oggi ha commesso una serie di crimini gravi ed attentati e che il 19 marzo 2020 è tornato sotto la luce dei riflettori per via delle attività condotte ad Atene.

Cakici, però, godendo del supporto del crimine organizzato e delle amicizie altolocate nella politica e vantando contatti nell’Organizzazione Nazionale di Intelligence (MIT), riesce a scalare rapidamente e in maniera indisturbata i vertici dei Lupi grigi senza subire alcuna ripercussione da parte della sinistra radicale.

La sua storia, ancora prima di divenire di dominio pubblico, è costellata di misteri e crimini atroci, come ad esempio la morte della seconda moglie, Nuriye Ugur Kilic, figlia del più celebre Dundar Kilic, il “capo dei capi” (Babaların Babası) e storico padrino della mafia turca. I due si sposarono nel 1991 ma divorziarono tre anni dopo a causa dei dissapori tra Cakici e Kilic. 

Ripercorrere la storia del secondo matrimonio di Cakici è fondamentale per una semplice ragione: è a partire da qui, da questo periodo della sua vita, che inizia la scalata ai vertici della mafia turca. Cakici, infatti, decise di risolvere la disputa con l’ex suocero nel modo più impensabile: commissionare l’omicidio di sua figlia, uccisa il 20 gennaio 1995 con sette colpi di pistola. Oltre a lei, Cakici riuscì a ottenere l’eliminazione di Nurullah Tevfik Agansoy, fedelissimo di Kilic e uno dei protagonisti dello scandalo Susurluk, termine con cui il giornalismo si riferisce ad una sequela di eventi che nel 1996 espose i legami tra la mafia turca, i Lupi grigi e il Mit.

Cakici, in breve, ordinando l’assassinio dell’ex moglie e di Agansoy, pose fine all’era Kilic e divenne il nuovo tramite fra criminalità organizzata, Lupi grigi e stato profondo. Cakici, contrariamente a Kilic, era il trait d’union perfetto fra le tre forze perché, come è emerso dai processi, non era mai stato un semplice mafioso: era un uomo del Mit. Dall’agenzia di intelligence, infatti, Cakici ricevette formazione specialistica sin dagli anni ’80 con l’obiettivo di condurre operazioni sotto copertura all’estero.

Gli omicidi della ex moglie e di Agansoy furono commissionati dall’estero. Cakici, infatti, si diede alla macchia nel 1992, consapevole che la fine prematura e burrascosa del matrimonio con la figlia del capo dei capi della mafia turca e che le sue ambizioni di potere avrebbero potuto esporlo alla morte.

Arrestato a Nizza il 17 agosto 1998 grazie ad una soffiata, gli inquirenti hanno appurato che nel corso della latitanza, resa possibile dalla grande disponibilità di denaro e dal possesso di documenti diplomatici fasulli, abbia viaggiato e soggiornato in ogni continente, trascorrendo periodi in Belgio, Italia, Brasile, Stati Uniti, Sud Africa, Singapore e Giappone.

Estradato in Turchia l’anno seguente, il suo processo travolse il mondo politico. Le intercettazioni che portarono alla sua cattura, infatti, provarono in maniera inequivocabile come la sua latitanza fosse stata supportata da personaggi del calibro di Eyup Asik, parlamentare del Partito della Madrepatria, Meral Aksener, ministro degli interni durante il breve governo Erbakan, e Yavuz Atac, agente operativo del Mit.

Nonostante la quantità di prove nei suoi confronti, teoricamente dimostranti il suo ruolo direttivo nella mafia turca e nell’esecuzione di quarantuno omicidi, il processo a Cakici ebbe una fine tragicomica: il tribunale lo condannò, nel giugno 2000, a scontare cinque anni di detenzione in carcere per un’unica accusa: essere a capo di un’organizzazione criminale. Ad ogni modo, fu liberato il primo dicembre 2002, dopo aver scontato meno della metà della pena, e a patto di non uscire dalla Turchia.

Fu arrestato nuovamente nel luglio 2004 per aver infranto il divieto di lasciare il Paese. Grazie ad un passaporto falso, infatti, l’uomo riuscì a superare i confini e a recarsi in Russia, Germania, Francia, Italia e Austria, venendo arrestato in quest’ultima, nei pressi di Graz. Estradato in Turchia, questa volta Cakici fu condannato a trentacinque anni una serie di crimini gravi, tra i quali l’omicidio su commissione della ex moglie, le minacce di morte al giornalista Hincal Uluc e alcuni assalti a mano armata.

La lunga incarcerazione non ha fatto cadere Cakici nel dimenticatoio: l’uomo, infatti, ha continuato a dirigere il crimine organizzato da remoto, ossia dal carcere, e ad esercitare un astro sulla politica, come dimostrato dalle visite ricevute da Devlet Bahceli, presidente del Movimento Nazionalista, il partito di estrema destra da cui dipendono i Lupi grigi e che negli anni recenti si è legato all’Akp.

Bahceli, nel 2018, all’indomani della trasformazione in senso presidenzialista del sistema politico turco, aveva presentato una lista di prigionieri meritevoli di amnistia, all’interno della quale era presente Cakici. La sua richiesta fu rigettata all’epoca, ma la permanenza di Cakici in carcere non è durata a lungo: è stato liberato il 16 aprile 2020 grazie ad un’amnistia generale in chiave anti-pandemia elaborata in maniera congiunta da Akp e Movimento Nazionalista.

Il ritorno in libertà ha significato un ritorno alla politica. Cakici, infatti, ha iniziato a rilasciare interviste, a discutere di affari interni e di politica estera, manifestando il proprio appoggio incondizionato a Erdogan per quanto riguarda il muscolarismo nel Mediterrano orientale, l’intervento nel Nagorno Karabakh e lo scontro con Emmanuel Macron per le vignette di Charlie Hebdo.

Cakici, inoltre, è stato ricevuto da una serie di personalità di rilievo nazionale, a dimostrazione dell’influenza perdurante e sempreverde di cui gode, tra le quali Bahceli, l’ex terrorista Mehmet Ali Agca e il sindaco di Edirne, Recep Gurkan.

Il supporto al governo di Cakici, ossia della mafia turca, interviste a parte, ha assunto delle forme anche meno ortodosse. L’uomo, infatti, ha iniziato ad utilizzare lo spazio e la visibilità sui media per lanciare invettive e minacce ai partiti dell’opposizione, contribuendo a deteriorare ulteriormente il clima del dialogo e la qualità della libertà di espressione nel Paese.

Le accuse all’opposizione sono state condensate in una lettera minatoria di quattro pagine nella giornata del 17 novembre, scritta da Cakici in persona e indirizzata a Kemal Kilicdaroglu, capo del Partito Repubblicano. Quest’ultimo ha reagito per vie legali, sporgendo denuncia per minacce, e ha ricevuto supporto dall’Unione Europea, rappresentata da Nacho Sanchez Amor.

L’apertura delle indagini a carico di Cakici e l’intervento di Bruxelles, però, non hanno sortito gli effetti sperati: il re della mafia turca ha continuato ad attaccare Kilicdaroglu, ricevendo il supporto esplicito del Movimento Nazionalista e dimostrando ai rivali – propri e di Erdogan – che continua ad essere uno dei poteri dietro al trono di quella realtà complessa e ricca di zone grigie che è la Turchia.