Che Guevara tra storia e mito

In ogni importante mobilitazione dell’era contemporanea, ispirata alla giustizia sociale, viene sventolata una bandiera con il volto del comandante Ernesto “Che” Guevara, ritratto da Alberto Korda nel 1960, in occasione dei funerali di stato dei morti in un attentato a opera di esuli anticastristi, orchestrato dalla Cia. L’immagine, regalata da Korda all’editore Giangiacomo Feltrinelli, è la più celebre del XX secolo, secondo l’istituto d’arte del Maryland.

Questa è divenuta lo stendardo della ribellione, dalle black panthers all’intifada, passando per il movimento contro l’apartheid e il maggio francese, fino alle proteste di occupy Wall Street e degli studenti giapponesi. In un processo di ri-significazione permanente, la figura del Che condensa rivendicazioni e speranze collettive e galvanizza le masse.

Se nelle parole del filosofo politico, José Carlos Mariátegui, il mito colloca l’umanità nella storia, e senza di questo l’esistenza non ha alcun senso storico, Ernesto Guevara rappresenta un linguaggio pervasivo che allude alla possibilità di affermazione delle aspirazioni di settori e identità sociali alla ricerca di un nuovo paradigma di convivenza. Pur in un contesto dove le ideologie sono decadute, la sua connotazione di eroe popolare mantiene vitalità e capacità di alimentare fenomeni transazionali.

Jean-Paul Sartre incontrò il Che a Cuba nel 1960, a un anno dal rovesciamento del dittatore Fulgencio Batista, e i due si intrattennero in lunghe conversazioni. Alla notizia della sua scomparsa, Sartre lo definì “l’essere umano più completo del nostro tempo”. Forse a causa di ciò, la sua vicenda è stata sottoposta a molteplici interpretazioni, dispute e manipolazioni, come è toccato in sorte a pochi personaggi pubblici.

Dal suo assassinato, nell’ottobre del 1967, il corpo di Ernesto Guevara fu oggetto di esposizione universale. Era alle redini dell’esercito di liberazione nazionale, sostenuto dall’Unione sovietica, contro il tiranno René Barrientos Ortuño, supportato dagli Stati Uniti. In piena guerra fredda, grazie a una delazione, venne catturato con altri combattenti, in un’imboscata sul Rio Grande, e fucilato, nel villaggio La Higuera.

La sua caccia fu soprintesa da Félix Rodríguez, un agente della Cia, infiltrato a Cuba prima dell’invasione della Baia dei Porci, ed evacuato dopo il suo fallimento. Nonostante il parere contrario di Rodríguez, Barrientos, che dall’esordio del conflitto civile aveva annunciato che avrebbe affisso testa del Che su una picca nel centro di Laz Paz, informato degli eventi, ne ordinò l’eliminazione extragiudiziale e diffuse un comunicato in cui dichiarava che questi era caduto in battaglia.

Il cadavere, che aveva gli occhi aperti, venne dato in pasto alla stampa sul piano di lavaggio dell’ospedale di Vallegrande, dove era stato trasportato in elicottero. Le fotografie fecero il giro del pianeta. Rodríguez sottrasse i suoi effetti, che negli anni avrebbe spesso mostrato come cimeli a giornalisti e curiosi. Il fatto che guardasse come fosse ancora vivo fece nascere leggende, come quelle di San Ernesto de La Higuera e El Cristo de Vallegrande, e persino un culto religioso intorno alla sua persona.

Il corpo, mutilato delle mani per il riconoscimento delle impronte, e sepolto in segreto, venne rivenuto, nel 1997, da una missione di antropologia forense, composta da esperti argentini e cubani. I resti furono tumulati, con gli onori militari, in un mausoleo a Santa Clara, la città cubana la cui capitolazione nel dicembre del 1958, sotto il fuoco della colonna guidata dal Che, diede il via alla marcia sull’Avana, e fu decisiva per la vittoria finale della rivoluzione.

Da quella data, la sua immagine è stata usata a fini commerciali per manifesti, adesivi, magliette, portachiavi, accendini, e qualsiasi cosa possa essere venduta su una bancarella. Un’esplosione di gadget ha luogo in occasione di ogni anniversario. Un paradosso ironico per qualcuno che poteva citare dai tre tomi de Il Capitale di Karl Marx.

Nato nel 1928, a Rosario in Argentina, in un’abbiente e colta famiglia borghese, assorbe amore per la letteratura, con una speciale passione per la poesia, eccletticismo intellettuale, e spirito d’avventura. Si imbarca come infermiere su mercantili e petroliere in Brasile, Trinidad e Tobago e Venezuela. Nel 1950, intraprende un viaggio con un amico attraverso il Sudamerica, con la borsa del dottore, dal cui diario, si apprendono le riflessioni suscitate dallo schiavismo imposto ai minatori cileni, il maltrattamento inflitto agli indigeni peruviani, e il drammatico contrasto venezuelano fra ricchezza e miseria.

Seguiranno trasferte in paesi della regione che attraversano cambiamenti sociali e politici. In Costa Rica e Guatemala si avvicina a circoli avversi al colonialismo economico della statunitense United Fruit Company e si presta come medico dei sindacati agricoli. Incontra gli esuli cubani che erano stati protagonisti dell’assalto alla Caserma di Moncada del 1953, organizzato da Fidel e Raúl Castro, che aveva portato all’incarcerazione di Fidel, dopo la celebre autodifesa in tribunale, ricordata con la frase “La storia mi assolverà”.

É in Messico, che conosce i Castro – Fidel era stato amnistiato nel 1955 – e decide di aderire al progetto di abbattere il regime di Batista. Nel 1956, con 82 uomini, salpa sullo Granma, alla volta di Cuba. Attaccati allo sbarco, i 12 sopravvissuti riparano sulla Sierra Maestra per allestire l’offensiva. Sebbene avesse ricevuto addestramento militare, all’inizio si occupa di assistenza sanitaria e dentistica, il giornale El cubano libre e Radio rebelde, e compiti di collegamento e coordinazione. Si dedica a insegnare a leggere e scrivere ai giovani contadini che venivano ingrossando le truppe.

L’animo inquieto, l’eccentricità delle scelte per un rampollo benestante, e l’impegno da medico degli oppressi, gli hanno conferito un’aria bohémien. Questa lettura ha condotto alla canonizzazione del Che in un idealista che lottò contro la disuguaglianza e l’esclusione, vittima della propria ingenuità o eccesso di zelo. Il tentativo è stato quello di depotenziarlo, spogliandolo di ogni contenuto rivoluzionario, che potesse essere incendiario. Alcuni, soprattutto nel suo paese natale, lo hanno catalogato come un ben intenzionato che poco comprendeva di politica.

 

Un racconto divergente lo dipinge come un omicida sanguinario e privo di scrupoli. Distintosi per l’audacia nel combattimento, gli viene attribuita l’uccisione diretta di oltre 500 persone. Ci sono biografi che lo dipingono alla stregua di uno squilibrato mentale, aggressivo e dispotico, con un profilo psicologico dominante, che non ammetteva essere contraddetto, e a cui solo Fidel Castro teneva testa. É certo che quando entrò a pieno nel teatro bellico fu a capo delle azioni più pericolose e di squadre suicide.

Questa linea enfatizza il ruolo istituzionale, ricoperto dal Che negli anni sessanta, i più duri nella Cuba post rivoluzionaria, in arresti, confische di beni materiali, esili forzati, e fucilazioni, di oppositori politici; così come l’incarico di direzione del primo campo di lavoro per la correzione di quanti avevano deviato dalla “morale rivoluzionaria”. La sua ideologia viene, inoltre, appianata, sull’articolo, pubblicato dall’organizzazione della solidarietà dei popoli d’Africa, Asia e America Latina, che si riferisce all’“odio come fattore di lotta” e al rivoluzionario come “un’efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere”.

Il suo eclissamento dalla vita pubblica nel 1965, dopo una prominente agenda internazionale, è stato divulgato come la risultante di un ostracismo dettato dal presunto fiasco dei suoi incarichi nell’istituto per la riforma agraria e il ministero dell’industria, la sua preferenza per il comunismo cinese in un momento in cui si acutizzava la frattura tra Mosca e Pechino, e le polemiche contro l’Unione Sovietica, che dirigenti del Cremlino avrebbero discusso in forma confidenziale con Castro. Associata a questa teoria è anche la supposizione che il Che sia stato persuaso, o addirittura indotto, ad appoggiare la sollevazione marxista, prima in Congo e dopo in Bolivia, forse con la promessa di un colpo di stato in Argentina, per allontanarlo dagli affari interni.

Le stesse semplificazioni si lanciano nella tessitura di un complotto ai danni del Che in Bolivia, concretato da mappe false proporzionate dall’intelligence cubana e il mancato invio dall’Avana delle armi e gli approvvigionamenti necessari per gli operativi. Il discredito coinvolge Fidel Castro, come mandante dell’esecuzione, per liberarsi di un rivale sul piano del consenso popolare, e un collaboratore scomodo agli occhi di un alleato imprescindibile, da cui l’economia di Cuba era diventata dipendente. Per tale narrativa, il Che non fu mai d’accordo con la posizione sovietica di “coesistenza pacifica”, per evitare provocazioni durante la guerra fredda, e sarebbe stato a favore di uno scontro nucleare, nella crisi dei missili del 1962.

Non v’è dubbio che Guevara fosse un simpatizzante della strategia maoista dell’America Latina e guardasse alla campagna cinese del “grande balzo in avanti” come un modello plausibile per l’industrializzazione di Cuba. É altrettanto vero che percepì come un tradimento la decisione di Nikita Chruščёv, presa senza consultare Castro, di ritirare i missili da Cuba. Tuttavia, entrambi sostenevano e lavoravano all’idea di un fronte unico fra Unione Sovietica e Cina, dato che, sul lungo termine, l’incerto futuro dell’isola sarebbe stato meglio garantito da una coesione delle due principali potenze comuniste. Il Che aveva visitato sia l’Asia, per l’apertura di mercati, sia la Jugoslavia, per capire il sistema aziendale dell’autogestione delle fabbriche da parte degli operai.

L’attualità di Ernesto Guevara non risiede nell’iconografia, ma nell’asse centrale del suo pensiero sul potere e la rivoluzione. Le sue analisi erano avanzate rispetto alla realpolitik dell’epoca. Aveva, infatti, cominciato a vedere l’emisfero settentrionale, pilotato a ovest dagli Stati Uniti e a est dall’Unione Sovietica, come unica entità prevalicatrice dell’emisfero meridionale ed era convinto che i paesi socialisti avessero il dovere etico di dare un taglio netto alla loro tacita complicità con i paesi occidentali. Guevara rimane il politico radicale e visionario più autorevole dell’America Latina.

Ogni generazione dialoga con la sua eredità, ricreandola da problemi, dubbi, mancanze, sfide e sogni diversi: gli insorti colombiani, i piqueteros argentini, gli zapatisti del Chiapas, il bolivarismo in Venezuela, i contadini senza terra brasiliani, il movimento indigeno boliviano. Il suo solo nome racchiude concetti complessi, come la coscienza di classe, la lotta contro l’alienazione e lo sfruttamento, la disamina dei grandi poteri, il confronto e la critica delle istituzioni e la burocrazia; ed evoca una rinnovata cultura della partecipazione, la democrazia e la cittadinanza, e un genuino internazionalismo.