Che cos’è lo Spygate

“Lo Spygate potrebbe essere uno degli scandali politici più grandi della storia”. Con questo tweet del maggio 2018, il presidente Donald Trump lanciava una nuova campagna per screditare l’inchiesta sul “Russiagate“, puntando il dito contro l’ amministrazione Obama, il dipartimento alla Giustizia e soprattutto l’Fbi. In pochi presero sul serio l’affermazione del presidente: l’accusa verteva sul fatto che la sua campagna del 2016 fu “spiata” allo scopo di comprometterla. Rimasero illazioni almeno fino all’audizione al Congresso dell’ex procuratore speciale Robert Mueller e alla chiusura delle indagini sul Russiagate: da lì siamo passati a una fase successiva e tutta l’attenzione si focalizza proprio sull’opaca condotta dell’Fbi e del Dipartimento di Giustizia e sul sospetto che le agenzie federali abbiano abusato dei loro poteri e agito in maniera illegittima nei confronti della campagna di Trump del 2016 allo scopo di “sabotare” l’elezione del tycoon in collaborazione con i servizi segreti stranieri (Australia, Italia, Regno Unito). Una teoria del complotto? Dopo il flop del Russiagate e, in generale, della narrativa della collusione fra Trump e gli emissari del Cremlino, si è fatta strada l’idea che i i punti oscuri di questa vicenda siano molti e controversi.

Da questa convinzione è nata l’indagine chiamata “Spygate”, e precisamente dallo scorso aprile, mese nel quale il procuratore generale William Barr ha costituito un team investigativo guidato dal procuratore John Durham per indagare sulle origini delle indagini dell’Fbi sul Russiagate nel 2016 e determinare se la raccolta di informazioni sulla campagna di Trump fosse “lecita e appropriata”. L’indagine ha lo scopo di accertare se funzionari di alto rango in varie agenzie governative americane hanno abusato del loro potere al fine di condurre una raccolta di informazioni illecita su una campagna presidenziale a fini politici, nonché di chiarire il ruolo dei servizi segreti dei Paesi alleati degli Stati Uniti sopra citati.

Figura chiave di questa storia è il professor Joseph Mifsud della Link University, l’università privata fondata dall’ex ministro degli Esteri Vincenzo Scotti. Secondo la ricostruzione ufficiale, il docente affermò in un incontro dell’aprile 2016 a George Papadopoulos, consigliere della campagna di Trump, di aver appreso che il governo russo possedeva “materiale compromettente” (dirt) su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. Papadopoulos avrebbe ripetuto tali informazioni all’Alto Commissario australiano a Londra, Alexander Downer, che a sua volte riferì tutto alle autorità americane. Da qui, il 31 luglio 2016, partirono le indagini dell’Fbi sui presunti collegamenti fra Trump e la Russia, accuse che in seguito si sono dimostrate false. Ma, allora, chi ha architettato e confezionato tutto con l’obiettivo di “incastrare” Trump?

Il nome del docente maltese – che in un’intervista rilasciata Repubblica dichiarò di essere “di sinistra” e membro della Clinton Foundation – è emerso in più occasioni ufficiali ed è stato più volte citato durante l’audizione alle Commissioni Giustizia e Intelligente dell’ex procuratore speciale sul Russiagate Robert Mueller dal deputato Jim Jordan. Come riporta Il Foglio, che pubblica una fotografia del docente, l’ultimo avvistamento di Mifsud risale al 21 maggio 2018, ormai un anno e mezzo fa, presso lo studio dei suoi avvocati a Zurigo. Da allora Mifsud sembra essere scomparso nel nulla.

Come anticipato da IlGiornale.it, Joseph Mifsud ha fornito in estate una deposizione audio al procuratore John Durham. Secondo quanto riportato dal giornalista investigativo John Solomon su The Hill, “Mifsud era un collaboratore di vecchia data dei servizi di intelligence occidentali cui venne richiesto specificatamente dai suoi contatti alla Link University di Roma e London Center of International Law Practice (Lcilp) – due gruppi accademici legati alle diplomazie e servizi di intelligence occidentali – di incontrare Papadopoulos a pranzo a Roma a metà marzo 2016″. Solomon ha ottenuto queste informazioni direttamente dall’avvocato del professor Mifsud, Stephan Roh. Quest’ultimo spiega che l’idea di presentare il consigliere di Trump ai russi non è venuta da Papadopoulos o dalla Russia, ma dai contatti di Mifsud alla Link e al London Center of International Law Practice.

In una lettera datata 3 maggio e inviata a inviata a Fbi, Cia, al Segretario di Stato Mike Pompeo e al Direttore dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale, il deputato repubblicano Davin Nunes osserva: “Se Mifsud ha contatti estesi e sospetti tra i funzionari russi, come illustrato nella relazione del Procuratore Speciale Robert Mueller, allora una ventaglio incredibilmente ampio di istituzioni e individui occidentali potrebbe essere stato compromesso, incluso il nostro Dipartimento di Stato”. In alternativa, prosegue Nunes che cita la Link University più volte nel suo rapporto, “se Mifsud non è una minaccia in fatto di controspionaggio, ciò metterebbe in dubbio la rappresentazione centrale del Consigliere Speciale circa le sue attività e solleverebbe domande sulla veridicità delle sue dichiarazioni e affermazioni”.

“Tutto quello che posso dire è che a mio avviso, il rapporto dell’Italia (con gli Stati Uniti) non progredirà a meno che tutte le informazioni sulle attività di Joseph Mifsud e la Link Campus riguardanti lo spionaggio e il lavoro con le agenzie di intelligence americane contro di me e Trump nel 2016-2017 venga rivelato”. A rilasciare questa dichiarazione a InsideOver l’11 agosto scorso è George Papadopoulos, ex membro del comitato consultivo per la politica estera nella campagna elettorale di Donald Trump durante le elezioni presidenziali del 2016. Condannato nel settembre 2018 a 14 giorni di carcere per aver mentito all’Fbi durante le indagini sulle presunte ingerenze russe, Papadopoulos ha pubblicato il libro Deep State Target, un “resoconto di prima mano che dimostra il tentato sabotaggio della campagna presidenziale di Donald Trump da parte di servizi di intelligence americani e internazionali”. Un “complotto” in piena regola, secondo Papadopoulos, che prende il nome di “Spygate”.

Come ha sempre sostenuto Papadopoulos, il nostro Paese è “l’epicentro della cospirazione”. L’ex consigliere di Donald Trump ci racconta perché è stato, a suo dire, vittima di questa grande cospirazione che coinvolge l’intelligence americana e i servizi segreti occidentali: “Il mio lavoro nel settore dell’energia nel fornire consulenza ai governi e alle compagnie energetiche americane e israeliane è la ragione per cui questa tremenda vicenda di spionaggio mi ha investito” spiega. Ed è qui che il consulente politico statunitense tira in ballo l’Italia nel periodo in cui al governo c’erano Matteo Renzi e Paolo Gentiloni: “Ora tutto ciò si è rivoltato contro le agenzie di intelligence americane e italiane nel 2016 e molte altre”.

Su Twitter, l’ex consulente di The Donald spiegava lo scorso 19 agosto di essere “in attesa di testimoniare”, anticipando i contenuti delle sue dichiarazioni. Il governo italiano dell’epoca (Renzi-Gentiloni) sarebbe pienamente coinvolto e le accuse sono pesantissime: “Voglio che gli americani vedano cosa è successo. Essere spiati da Fbi/Cia, dal Regno Unito, dall’Australia e dall’Italia non è uno scherzo, specialmente quando lo scopo era tentare un colpo di stato e interferire nel processo democratico in America. Lo dirò per la prima volta”.

Ospite lo scorso 9 agosto di Sean Hannity su Fox News, dove era stato chiamato a commentare gli ultimi sviluppi dell’inchiesta Spygate, Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e ora avvocato del presidente Donald Trump, ha confermato che le indagini del procuratore Durham sulla condotta opaca dell’agenzia si stanno concentrando anche sull’Italia e sul ruolo del nostro Paese nel 2016. “Non puoi credere a ciò che verrà fuori” ha sottolineato l’ex sindaco della Grande Mela. “Questi sono crimini che colpiscono al cuore la nostra repubblica”, ha aggiunto. “Queste persone avevano un progetto per impedire che il candidato repubblicano venisse eletto e poi hanno messo in atto un piano per rimuoverlo dalla carica basandosi su false prove e false testimonianze. Il tutto è stato inventato sin dall’inizio e l’hanno venduto ai nostri media. È una tragedia!”, ha commentato Giuliani.

Secondo Giuliani ci sarebbe stata una cospirazione internazionale contro il presidente Usa: “Ci sono molte prove di ciò che è accaduto in Ucraina. Numerose prove di ciò che è accaduto nel Regno Unito. In Italia. Questa è stata una cospirazione globale che ha cercato di privare il popolo americano della persona che ha eletto presidente”. “Sembra che il Procuratore John Durham stia spendendo molto del suo tempo in Europa”, ha annotato Hannity. “So perché sta trascorrendo molto tempo in Europa – ha replicato l’avvocato di Trump – Passa molto tempo a indagare su Ucraina, Italia, Regno Unito e Australia”.

Donald Trump e il suo staff sono stati dunque “spiati” nel 2016? Secondo il presidente americano sì, e l’Italia è stata complice. Lo ha confermato lui stesso in un’intervista rilasciata lo scorso 19 giugno a Fox News. L’anchorman Sean Hannity chiede al presidente se i “gruppi di intelligence ai massimi livelli” di “Italia, Gran Bretagna e Australia” sono stati coinvolti nell’aver spiato “cittadini americani e violato leggi americane”. Il tycoon non smentisce e aggiunge: “E l’Ucraina. Attenzione all’Ucraina”.

Il giornalista investigativo John Solomon ha pubblicato su The Hill un articolo in cui cita dieci documenti classificati che il presidente Usa potrebbe presto divulgare e che potrebbero causare un terremoto politico a Washington, confermando la tesi della cospirazione contro il tycoon della Casa Bianca ad opera dei democratici, dell’Fbi, del Dipartimento della Giustizia e dei servizi segreti occidentali, italiani e inglesi in testa.

Tra i dieci documenti classificati citati dal giornalista di The Hill ce n’è uno, il più interessante, che riguarda proprio il nostro Paese e il presunto ruolo svolto dai governi Renzi e Gentiloni nella possibile cospirazione contro Donald Trump: si tratta dei documenti che proverebbero che gli alleati degli Usa nel 2016 avrebbero contribuito agli sforzi dell’Fbi per verificare i collegamenti di Trump con la Russia. In particolare, parliamo dei servizi di Gran Bretagna, Australia, e Italia. Una vicenda di controspionaggio ai danni di cittadini americani che se confermata avrebbe conseguenze molto gravi. “Le mie fonti – scrive Solomon – dicono che questi documenti potrebbero aiutare a spiegare le recenti dichiarazioni del procuratore generale William Barr” circa “l’uso delle capacità di intelligence straniera e di controspionaggio contro una campagna politica americana, per me, è senza precedenti ed è una linea rossa che è stata superata”.

Tra i documenti che potrebbero essere divulgati in autunno, inoltre, ci sono i verbali degli incontri tra Christopher Steele – l’ex spia britannica autore del dossier sulla Russia – e l’Fbi. Questi documenti, noti come “rapporti 1023”, mostrano esattamente cosa è successo ogni volta che Steele e i suoi interlocutori dell’Fbi si sono incontrati nell’estate e nell’autunno del 2016 per discutere del dossier anti Trump. “La grande rivelazione – afferma Solomon – potrebbe essere la prova che l’Fbi ha condiviso informazioni sensibili con Steele, come l’esistenza di “Crossfire Hurricane”, cioè l’operazione di contro-intelligence sulle connessioni tra Trump e il governo russo”. Sarebbe una scoperta niente male apprendere che l’Fbi ha dato a Steele informazioni di intelligence su Trump nel bel mezzo di un’elezione, considerando che l’ex spia era a libro paga dei democratici. Ci sono poi le 53 interviste del comitato per i servizi segreti, che conterebbero le prove che un avvocato legato al Comitato nazionale democratico avrebbe avuto contatti con la Russia tramite la Cia.

Secondo quanto riferito da Solomon, tra i documenti classificati che potrebbero essere divulgati in autunno dal presidente Usa ci sarebbero inoltre quelli che testimonierebbero la cattiva condotta dell’Fbi e del Dipartimento di Giustizia nei confronti degli ex consulenti della campagna elettorale del tycoon, George Papadopoulos e Carter Page, oltre allo spreadsheet di Steele. “Un documento che ho esaminato di recente dimostra che l’Fbi descriveva le informazioni di Steele come solo confermate in minima parte” scrive Solomon. La domanda è: se l’Fbi sapeva che le informazioni raccolte da Christopher Steele erano del tutto inaffidabili, perché ha deciso di procedere comunque contro Donald Trump e indagare sui presunti rapporti con il Cremlino?

L’indiscrezione lanciata in solitaria da InsideOver il 28 settembre è stata confermata: William Barr, procuratore generale degli Stati Uniti, è stato qualche giorno in Italia, tra il 25 e il 27 settembre, per raccogliere prove sull’inchiesta “Spygate”. Come ci aveva riferito George Papadopoulos, ex membro del comitato consultivo per la politica estera nella campagna elettorale di Donald Trump durante le elezioni presidenziali del 2016, Barr era Roma, a Palazzo Margherita – dove ha sede l’ambasciata americana – in giorni particolarmente convulsi per l’amministrazione Usa con l’avvio della procedura di impeachment nei confronti del presidente annunciata da Nancy Pelosi per via dello scandalo Kievgate.

Come conferma il New York Times, William Barr è arrivato in Italia verso il 25-26 settembre dove ha incontrato i funzionari del governo italiano venerdì 27 settembre. Secondo ex funzionari del Dipartimento di Giustizia, il ministro della giustizia avrebbe chiesto la collaborazione di alcuni Paesi stranieri – tra cui l’Italia – e la consegna di alcuni documenti relativi alle elezioni del 2016. Il viaggio del procuratore generale Barr in Italia è confermato anche dal Washington Post: il ministro della giustizia Usa avrebbe chiesto a funzionari del governo Conte di fornire il massimo supporto al Procuratore John Durham, incaricato di indagare sull’origine torbida del Russiagate. Secondo il Washington Post, non sarebbe peraltro il primo viaggio di Barr nel nostro Paese.

Secondo quanto riportato dal Daily Beast, quando Barr si è presentato all’ambasciata americana di Palazzo Margherita, a Roma, ha chiesto due cose: una sala conferenze per incontrare agenti di sicurezza italiani di alto livello in cui potesse essere sicuro che nessuno avrebbe potuto ascoltarlo e una sedia in più per il procuratore John Durham, incaricato dallo stesso Barr di fare luce sull’origine del Russiagate.

Un funzionario dell’ambasciata americana a Roma avrebbe rivelato al Daily Beast che quella di William Barr è stata una visita inaspettata. Secondo la testata americana, Barr e Durham erano particolarmente interessati da ciò che i servizi segreti italiani sapevano sul conto di Joseph Mifsud, il docente maltese della Link University di Roma al centro del Russiagate americano, colui che per primo – secondo l’inchiesta del procuratore Robert Mueller – avrebbe rivelato a George Papadopoulos l’esistenza delle mail compromettenti su Hillary Clinton. Clamoroso il proseguo dell’articolo del Daily Beast, secondo il quale Joseph Mifsud avrebbe fatto domanda di protezione alla polizia in Italia dopo essere “scomparso” dai radar e dalla Link University di Roma, dove lavorava.

Mifsud avrebbe fornito una deposizione audio nella quale spiegherebbe perché “alcune persone” potrebbero fargli del male. Una fonte del ministero di Giustizia italiano, parlando a condizione di anonimato, avrebbe confermato che Barr e Durham hanno ascoltato il nastro e ci sarebbe stato uno scambio di informazioni fra i procuratori americani e l’intelligence italiana.

“Come precedentemente annunciato dal Dipartimento di Giustizia, un team guidato dal procuratore americano John Durham sta indagando sulle origini della sonda di controspionaggio degli Stati Uniti durante la campagna presidenziale di Trump 2016”, ha dichiarato Kerri Kupec, portavoce del Dipartimento di Giustizia. “Durham sta raccogliendo informazioni da numerose fonti, tra cui un certo numero di Paesi stranieri. Su richiesta del procuratore generale Barr, il presidente Trump ha contattato altri Paesi per chiedere loro di presentare il procuratore generale e Durham ai funzionari appropriati”. Deve esserci quindi stata una telefonata fra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Donald Trump.

Come ha spiegato su Twitter, il deputato repubblicano Jim Jordan: “William Barr sta seguendo i fatti che conducono a come è iniziata la narrativa sulla falsa collusione. Questo sforzo richiede di parlare con le agenzie di intelligence di tutto il mondo. Ecco perché (Barr) sta raccogliendo informazioni dai nostri alleati come Australia, Gran Bretagna e Italia”.