Che cos’è l’Autorità nazionale palestinese

Esiste formalmente dal 1994, quando si diede la funzione di governare i suoi cittadini fino al raggiungimento della totale indipendenza. Oggi rappresenta un organo di auto-governo ad interim che, secondo gli Accordi di Oslo, ha il compito di amministrare la Striscia di Gaza e le aree A e B della Cisgiordania. L’Autorità nazionale palestinese nacque per questo e a seguito dei trattati di pace in Norvegia del 1994, quando l’Organizzazione per la liberazione della Palestina si impegnò a riconoscere il diritto all’esistenza di Israele, è stata la struttura politica più vicina a un esecutivo che i palestinesi abbiano mai avuto. È guidata da Mahmoud Abbas anche se il suo primo “padre” politico, come per tutto quello che riguarda la storia della Palestina contemporanea, è stato Yasser Arafat, che ha ricoperto il ruolo di presidente dal 5 luglio 1994 all’11 novembre 2004.

Dal 3 gennaio 2013, a seguito della risoluzione 67/19 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, l’Anp ha adottato il nome di Stato di Palestina sui documenti ufficiali, ma lo Stato di Palestina (unilateralmente proclamato nel 1988 dall’Olp, ma non ancora effettivamente indipendente e sovrano) e l’Anp (creata in accordo con Israele per governare transitoriamente parte dei territori palestinesi in attesa di un accordi di pace definitivo) continuano a essere due organismi distinti. La sua sede ufficiale si trova nella città di Ramallah, al centro della Cisgiordania, anche se l’aspirazione è quella di spostarla a Gerusalemme Est. Un luogo ritenuto quasi “sacro” per la causa (politica) palestinese.

L’Anp nacque come una sorta di succursale dell’Olp, la creatura politica di Arafat che, in origine, era anche l’unica entità in grado di rappresentare il popolo palestinese a livello internazionale, nei primi decenni di lotta contro Israele, cioè tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta. Sotto il nome di Palestina, l’Olp, già dal 1974, ottenne uno status di osservatore alle Nazioni Unite. Ma fu dopo la dichiarazione d’indipendenza del 1988 che l’organizzazione di Arafat, in rappresentanza all’Onu, venne rinominata Palestina. Con l’apertura di un processo negoziale, in occasione degli accordi di Oslo, l’Olp riconosceva lo Stato d’Israele come possibile interlocutore dei negoziate di pace e in cambio delle concessioni palestinesi (ovvero la rinuncia al terrorismo, l’accettazione dell’esistenza di uno Stato ebraico e della politica del negoziato) da parte israeliana venne concesso alle forze palestinesi di esercitare alcuni poteri sui territori occupati, cioè di amministrare autonomamente la maggior parte delle città in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Alcune donne palestinesi celebrano l’anniversario della fondazione di al-Fatah a Gaza

L’Anp, costituita in applicazione degli Accordi di Oslo, venne suddivisa in tre zone: la Zona A, su cui aveva pieno controllo l’autorità, la Zona B, controllata in parte da Anp e in parte da Israele e la Zona C, sotto la piena giurisdizione israeliana (eccetto che sui civili arabi). Quest’ultima area comprendeva gli insediamenti israeliani e le zone di sicurezza senza una significativa popolazione palestinese. Gerusalemme Est venne esclusa dal trattato. Due anni dopo, nel gennaio del 1996, si svolsero le prime elezioni, presidenziali e legislative, che confermarono Arafat (e il suo partito Fatah) alla guida della neonata istituzione politica. Nonostante la nascita ufficiale dell’organismo, tuttora Israele non riconosce all’Anp lo stesso rilievo del governo di uno Stato vero e proprio, visto che l’istituzione non poteva prendere decisioni in materia di politica estera e non poteva organizzare un suo esercito, avendo solo forze di polizia e di sicurezza interna. Non aveva pieno controllo del territorio, delle sue vie di comunicazione o di quelle di trasporto e ai funzionari di sicurezza dell’organismo, il quantitativo di armamenti era rigorosamente limitato. All’inizio, l’Anp e la sua struttura avevano la possibilità di amministrare gli affari interni delle città, mentre agli israeliani rimaneva il controllo generale del territorio. Tuttavia, la continua instabilità dei rapporti tra le due parti ha contribuito, nel tempo, a modificare anche le caratteristiche che avevano costituito in origine l’Autorità. Che, infatti, si armò più del previsto, si rese un organismo più complesso politicamente e interruppe i rapporti con Israele.

L’Anp possiede oggi organi legislativi con poteri sovrani, in particolare il Consiglio legislativo palestinese (conosciuto anche semplicemente come Parlamento palestinese), i cui membri sono eletti dai cittadini. Tuttavia la diaspora araba, che riguarda i residenti palestinesi al di fuori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza (i quali costituiscono la maggior parte della popolazione), non può votare alle elezioni dei membri dell’Autorità. L’Anp è dotata anche di cariche elettive che lo rendono uno stato de facto, cioè con potere esecutivo e legislativo. Alle dipendenze dei suoi uffici ci sono i ministeri, le agenzie di sicurezza, gli organi di polizia, ai cui vertici risiedono le più importanti personalità politiche della macchina statale. Ha sue forze di polizia che dopo la riforma del 2005 si suddividono in divisioni di polizia civile, un servizio di sicurezza preventiva (una sorta di intelligence), le forze di sicurezza nazionale e la guardia presidenziale (che si occupa proteggere e scortare le autorità statali).

 

Il Consiglio legislativo palestinese è l’organo legislativo istituito dall’Anp. Formalmente è l’istituzione con i più alti poteri politici in Palestina ed è costituito da un’unica camera eletta su base nazionale. La nuova legge elettorale, promulgata nel 2005, ha ampliato il numero dei membri, portandolo dagli originari 88 agli attuali 132, eletti in 16 circoscrizioni elettorali in Cisgiordania e Striscia di Gaza con alcune rappresentanze aggiunte. Metà dei parlamentari viene eletta con un sistema di liste proporzionale, mentre l’altra metà è nominata con meccanismi territoriali associativi diversi. Nel 2005, dopo la morte di Arafat e dopo un breve governo ad interim di Rawhi Fattuh, alla presidenza dell’Anp è succeduto Abbas, che riuscì a battere con il 62,3% dei voti Mustafa Barghuthi, un medico poco conosciuto che si era presentato come candidato indipendente (e aveva raccolto solo il 19,8% delle preferenze). L’assemblea dell’attuale legislatura (cioè la seconda, visto che la prima venne organizzata nel 1996) si è insediata in seguito alla tornata elettorale del 2006. Ma a seguito del conflitto tra Fatah e Hamas, nel 2007, le autorità hanno smesso di organizzare le elezioni e le convocazioni dell’assemblea sono state tutte sospese.

Dal momento della sua nascita, l’Autorità è stata spesso oggetto di critiche. Accadde soprattutto ad Arafat, accusato di non aver saputo contrastare efficacemente alcune organizzazioni che molti, almeno in Europa, consideravano terroristiche (come Hamas) e per il fatto di essere alla guida delle Brigate dei martiri di al-Aqsa. Ma non solo: l’idea di una scarsa trasparenza nella gestione dei fondi internazionali ricevuti e una diffusa corruzione interna macchiarono anche l’immagine dell’Anp. Dopo lo scoppio della seconda intifada, nel 2000, l’esercito israeliano provò a rioccupare diverse città palestinesi e gran parte del territorio. Così, il governo dello Stato ebraico e l’Autorità palestinese iniziarono ad accusarsi pubblicamente e reciprocamente di vari crimini. Israele imputava ad Arafat di non agire contro l’estremismo e, a sua volta, il leader palestinese denunciava gli israeliani di compiere violenze gratuite ai danni della popolazione civile. La destra politica israeliana continuò ad accusare Arafat di essere il mandante morale di diversi attacchi, anche per il fatto che alcuni attentati suicidi erano stati compiuti da membri di organizzazioni giovanili legate a Fatah. Ma la prova di un coinvolgimento concreto del presidente palestinese o di altre personalità legate all’Anp non fu mai individuata. E anzi, la dirigenza palestinese, almeno formalmente, condannava ogni attività terroristica compiuta dai movimenti religiosi (compreso Hamas). Inoltre, come sostenuto storicamente da diversi analisti, la maggior parte degli attacchi compiuti da gruppi estremisti, in particolare gli attentati contro i civili, sembrarono essere più orientati a destabilizzare politicamente l’Anp, piuttosto che a rappresentarne un manifesto di intenzioni. Ma la seconda intifada mise l’Autorità in una posizione di parziale impotenza: il fenomeno della radicalizzazione appariva fuori controllo, probabilmente anche a causa della politica aggressiva del governo israeliano dell’epoca (che comprendeva detenzioni, atti violenti e occupazioni). Inoltre, tra il 2001 e il 2002, gran parte degli strumenti di controllo dell’Anp, come penitenziari e caserme di polizia, vennero distrutti dagli attacchi compiuti da Israele, annullando di fatto i poteri reali dell’Anp.

Un manifestante palestinese

L’Unione europea, storicamente uno dei maggiori sostenitori dell’Anp, in particolare in termini di aiuti economici per fini di pubblica utilità (come istruzione, reti infrastrutturali e amministrazione dello Stato) finì al centro di un’inchiesta giornalistica, accusata di aver aiutato Arafat ad arricchirsi e a sostenere il terrorismo. Nell’articolo, pubblicato sul settimanale tedesco Die Zeit il 7 giugno 2001, i giornalisti Thomas Kleine-Brockhoff e Bruno Shirra esposero questa tesi. All’interno del pezzo, dal titolo “Arafat bombt, Europa zahlt” (cioè !Arafat bombarda, l’Europa paga”), veniva avanzata l’ipotesi che i sostentamenti economici indirizzati alla spesa pubblica palestinese, in realtà, venissero impiegati per implementare un piano di propaganda di guerra anti-israeliana e unilateralmente per fornire denaro alle cellule terroristiche. Ma l’allora commissario europeo Chris Patten smentì le affermazioni comparse sul settimanale, sostenendo che l’Ue non fosse in possesso di prove che accertassero il reale involontario sostegno al terrorismo da parte dell’Autorità palestinese.

Ma per comprendere bene qual è stato il meccanismo che ha fatto inceppare la macchina politica palestinese dell’Anp è necessario conoscere il conflitto che ha interessato i due maggiori partiti, Fatah e Hamas.  Nel giugno del 2007 le due formazioni intrapresero un vero e proprio scontro, durato qualche giorno, che finì con la presa del controllo della Striscia di Gaza da parte di Hamas. Le elezioni legislative del gennaio 2006 vennero vinte dal partito più radicale, che insieme ai suoi alleati politici ottenne il 44% dei voti validi, mentre Fatah, il principale movimento rivale (guidato da Abbas), che fino a quel momento aveva avuto la maggioranza in Palestina, riuscì ad arrivare al 41%. La distribuzione del voto, però, si differenziava in base alle zone: le principali basi elettorali di Hamas erano a Gaza, mentre quelle di Fatah si concentravano più in Cisgiordania. La spaccatura, che fino a quel momento era soltanto politica, si fece territoriale. Perché senza un compromesso tra le due formazioni, la lotta per il controllo dei due territori, nei quali i due partiti erano più radicati, si trasformò in un conflitto. Dopo quel risultato, vista la vittoria, Hamas pretese di prendere la guida del governo a cui, però, Fatah rifiutò di partecipare. Ne conseguì il blocco degli aiuti umanitari nelle aree, il congelamento della consegna del denaro dei dazi e tasse raccolti dagli israeliani per conto dell’Anp, l’impossibilità per i membri del governo palestinese uscito da quelle elezioni di viaggiare al di fuori dei territori occupati e qualche intromissione da parte di Stati Uniti ed Europa, che speravano in nuove elezioni e in un risultato completamente diverso (con Hamas in minoranza). Tuttavia il conflitto tra i due partiti si riaccese e il 10 giugno 2007 iniziò una vera e propria battaglia a Gaza, quando alcuni militanti di Hamas catturarono diversi membri di Fatah e fecero cadere Mohammed Sweyrki, ufficiale d’élite della Guardia presidenziale palestinese, dal piano più alto di un famoso edificio di Gaza. Per rappresaglia, i militanti di Fatah attaccarono e uccisero l’imam della Grande moschea di Gaza, Mohammed al-Rifati, e aprirono il fuoco sulla casa dell’allora primo ministro, Isma’ il Haniyeh. L’11 giugno, anche la residenza di Abbas, leader di Fatah e presidente dell’Anp, fu colpita con proiettili e bombe e il giorno seguente Hamas iniziò ad attaccare altre postazioni di Fatah e anche l’importante base del partito di Abu Mazen nella città settentrionale di Jabaliyya fu presa dai combattenti di Hamas. Il 13 giugno, la formazione radicale si impossessò del quartier generale delle Forze di sicurezza nazionale controllate da Fatah, nel nord della Striscia di Gaza. E nello stesso giorno, un’esplosione a Khan Yunis distrusse un’altra sede strategica di Fatah, uccidendo cinque persone. Il 14 giugno, alcuni membri di Hamas completarono la conquista delle strutture di Fatah a Gaza, prendendo il simbolo più importante dell’Anp nella Striscia, ovvero il campo del Servizio di sicurezza preventiva, che si diceva essere stato armato e rifornito dall’America. In quella data, i miliziani di Hamas entrarono nel perimetro dell’autorità, catturarono un predicatore e issarono una bandiera con il loro simbolo sulla cima di un edificio. Nel pomeriggio del 14 giugno, un’altra grave esplosione colpì Gaza e questa volta i responsabili furono le forze di sicurezza di Fatah, che fecero saltare in aria le proprie postazione per impedire ad Hamas di prenderne il controllo. Il partito radicale si prese Rafah e Abbas annunciò la dissoluzione del governo di unità e la dichiarazione dello stato d’emergenza.

Il risultato più evidente di quel conflitto, oltre a una spaccatura ulteriore dei confini e dei rapporti tra i civili, fu la divisione del territorio controllato dall’Anp in due entità separate. Dalla battaglia di Gaza, la Striscia è interamente sotto il controllo di Hamas e l’Anp ha suddiviso lo Stato di Palestina in 16 governatorati: Betlemme, Dayr al-Balah, Gaza, Hebron, Jenin, Gerico, Gerusalemme, Khan Yunis, Nablus, Gaza Nord, Qalqilya, Rafah, Ramallah, Salfit, Tubas e Tulkarm. Attualmente, quasi tutti i vertici dell’Anp fanno parte di Fatah, a partire da Abu Mazen (che ne è ancora il presidente), fino al primo ministro Mohammad Shtayyeh e al suo ministro dell’Interno, Said Abu-Ali. L’unico esponente “indipendente”, al momento, è il ministro degli Esteri, Riyad al-Maliki, che ricopre anche il ruolo di portavoce dell’Autorità.

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