Che cos’è la Nuova lega anseatica

Otto Paesi del Nord Europa alleati per una visione comune del ruolo dell’Unione europea basato sulla promozione del commercio, del rigore sui conti pubblici e del rifiuto sostanziale di un maggiore trasferimento di competenze compongono oggi la Nuova lega anseatica. Alleanza informale e decentrata che si richiama al precedente storico della Lega anseatica medievale, incentrata sulle città tedesche del Mare del Nord.

Oggi a fare da capofila è l’Olanda, Paese che dal modello liberale e mercantilista dell’Unione ha guadagnato rendite di posizioni fondate sull’inserimento nel commercio internazionale e sullo sfruttamento della competizione fiscale al ribasso tra Paesi del Vecchio Continente. Assieme a L’Aja, la lega è composta da Danimarca, Finlandia, Svezia, Irlanda, Estonia, Lettonia e Lituania. Un gruppo che si riunisce in maniera informale e decentrato attraverso meeting dei ministri delle Finanze e che, attraverso prese di posizioni comuni, ha accresciuto il suo rilievo nel contesto comunitario.

Greg Lewicki, dottore di ricerca e autore per il Polish Economic Institute dello studio “Hansa 2.0. Un ritorno all’Età dell’oro del commercio?”, vede nella Nuova lega anseatica un’alleanza più snella rispetto all’Unione europea, macchinosa e difficilmente in grado di agire, e il capofila di una nuova forma di strutturazione dei legami politici nel Vecchio Continente capace di mediare una crescita della competitività europea nel mondo. Lewicki elogia la “nuova medievalizzazione dell’Europa“, fondata su “strutture a più livelli e multipolari, le corporazioni, e altre reti internazionali che oltrepassano i confini”. I critici della lega, invece, la ritengono un fattore di destabilizzazione, specie per l’eccessiva focalizzazione dei suoi membri sulla difesa dell’austerità e del rigore sui conti.

Ma perché l’Olanda ha aggregato i Paesi nordici e baltici attorno a sé? Quali sono le ragioni politiche che guidano questa convergenza e perché il legame è proprio al precedente anseatico?

Tra il XII e il XVI secolo, dalle Fiandre all’attuale enclave russa di Kaliningrad sul Mar Baltico la Lega Anseatica riunì decine di città mercantili e decise a espandere la propria proiezione sui mercati internazionali. Al contrario delle Repubbliche marinare italiane, che assunsero connotazione statuale indipendente, la Lega anseatica dichiarò sempre, formalmente, il proprio leale vassallaggio al Sacro Romano Impero, salvo de facto rivendicare un regime di effettiva indipendenza.

Importanti città tedesche come Amburgo, Brema e Lubecca, infatti tuttora rivendicano il loro passato di città anseatiche (Hansestadt) a cui le prime aggiungono, significativamente, l’appellativo Freie (“libera”). La principale funzione della Lega Anseatica, ha fatto notare Limes, era “strappare concessioni all’estero – senza ovviamente reciprocarle alle controparti – per garantire mercati e approvvigionamenti di materie prime ai suoi membri”. Un significativo rimando agli obiettivi, in campo commerciale e finanziario, degli attuali alleati.

Tra il 2017 e il 2018 i ministri delle Finanze dei Paesi neo-anseatici hanno iniziato a ritrovarsi e a saldare un’alleanza ai margini dei vertici europei di Bruxelles. All’ombra dei palazzi del potere dell’Unione, i neo-anseatici hanno saldato il loro legame sulla base di precisi interessi comuni.

La filosofia di fondo è quella della vecchia Lega. Approfondire la propria proiezione commerciale e finanziaria senza dover offrire come contropartita concessioni in materia di un superamento delle regole di austerità, di uno sdoganamento di un’Europa più orientata agli investimenti produttivi e alla crescita sostenuta di tutte le sue componenti.

Araldi del liberismo e della competizione di mercato, i neo-anseatici hanno formato una coalizione che si è messa di traverso di fronte ai propositi della Francia di Emmanuel Macron di approfondire le competenze dell’Unione sul piano del bilancio e della strategia internazionale.

L’avvicinamento alla Brexit ha portato la Nuova lega anseatica a considerare la perdita di un alleato prezioso sul fronte del controbilanciamento di un potenziale asse franco-tedesco ma, al tempo stesso, ha aperto la strada alla costituzione di un terzo polo di influenza nell’Unione, fortemente orientato in direzione opposta alle pretese francesi di rafforzare l’influenza nel Vecchio Continente.

La Germania, cuore dell’esperienza storica della Lega, non può non guardare di buon occhio, in linea di principio, il rafforzamento di un asse mercatista che incarna parte delle pulsioni geoeconomiche del Paese e dei desideri delle sue élite. Paese di taglia notevolmente maggiore, tuttavia, Berlino non può al tempo stesso accettare l’estremismo dell’Olanda e dei suoi fedeli alleati nel difendere il rigore e l’austerity. Una durezza esplosa con tutta la sua dirompenza in occasione della crisi del coronavirus.

I Paesi mediterranei dell’Europa, Italia compresa, hanno nella nuova Hansa una minaccia strategica e un avversario politico-economico, in quanto più volte il Sud del continente è stato il bersaglio del fronte dei rigoristi.

La Nuova lega anseatica ha prosperato come proiezione più radicale della sfera geoeconomica tedesca, e ora cerca di andare oltre la tradizionale ricerca di un compromesso dei Paesi medi e minori d’Europa all’interno del triangolo Parigi-Berlino-Londra. Vuole farsi soggetto strategico ed economico compiuto favorendo la conservazione delle regole del rigore e di un’Unione votata unicamente alla concorrenza, non alla cooperazione. Una visione che, oggettivamente, non ha giovato alla salute dell’Unione. E che ora sconta tutti i suoi limiti. Anni di allarme sul populismo e sul sovranismo hanno accecato molti commentatori dall’individuare una minaccia reale per il rafforzamento dell’Europa più nella condotta spericolata degli anseatici che in tante retoriche di singoli partiti

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