Che cos’è il Trattato del Quirinale

Il 26 novembre, a Roma, è arrivata la firma del Trattato del Quirinale che sancisce il rafforzamento della cooperazione a tutto campo tra l’Italia e la Francia. Dopo anni di discussioni, la partnership fortemente voluta da  Sergio Mattarella e Emmanuel Macron ha visto la luce. Ma cos’è e cosa prevede il più discusso e potenzialmente strategico tra i trattati che l’Italia sottoscriverà nei prossimi anni? La partnership va analizzata nei dettagli.

In primo luogo, è bene ricordare che il presidente Sergio Mattarella è il primo a non amare la definizione di “Trattato del Quirinale” con cui giornalisticamente la partnership è chiamata. Secondo fonti quirinalizie, infatti, associare alla sede della Presidenza della Repubblica il trattato bilaterale sarebbe eccessivamente caratterizzante. Come riferito da Repubblica, il nome ufficiale dell’intesa è: “Trattato fra la Repubblica francese e la Repubblica italiana per una cooperazione bilaterale rafforzata”. Nome autoesplicativo che non fa mistero dell’obiettivo dei due governi.

Quando il 27 settembre 2017 in un incontro a Lione tra l’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ed Emmanuel Macron discussero per la prima volta l’idea del Trattato l’inquilino dell’Eliseo propose l’idea di una partnership simile a quella siglata da Charles de Gaulle e Konrad Adenauer tra Francia e Germania nel 1963, che Macron e Angela Merkel avrebbero replicato ad Aquisgrana nel 2019, per definire un’accelerazione dei rapporti italo-francesi. Ai tempi la relazione tra Parigi e Roma era stata segnata dall’improvvisa delusione del governo di centrosinistra delle speranze di un lirico “europeismo” della presidenza Macron, che aveva tra i suoi primi atti frenato la scalata di Fincantieri ai cantieri navali di Saint Nazaire.

Nel corso degli anni Parigi e Roma hanno avviato dialoghi serrati. Sergio Mattarella ha di fatto preso in mano le redini del processo negoziale nel quadro del complesso periodo di complicazione dei rapporti italo-francesi durante l’era del governo Conte I, e nell’era del Conte II e del governo Draghi i confronti si sono approfonditi, coinvolgendo i “saggi” nominati dai due esecutivi.

Pagella Politica ha ricordato i loro nomi: “I “saggi” nominati dall’Italia sono stati Franco Bassanini, più volte ministro e sottosegretario, Marco Piantini, consigliere per gli Affari europei di Gentiloni e Paola Severino, rettore dell’Università Luiss Guido Carli. Quelli della Francia sono stati Sylvie Goulard, ex ministra della Difesa, Gilles Pécout, rettore dell’Académie de Paris, e Pascal Cagni, presidente di Business France, l’agenzia per lo sviluppo internazionale delle imprese francesi. La supervisione dei lavori è stata affidata all’allora sottosegretario alla Affari esteri italiano Sandro Gozi (oggi in Italia viva) e alla ministra degli Esteri francese Nathalie Loiseau”. Gozi, oggigiorno, è tralaltro passato al sostegno attivo a Macron, candidandosi e venendo eletto come eurodeputato oltralpe nel 2019 nelle file de La Republique En Marche.

L’accelerazione segnata dalla fase pandemica ai negoziati segnala quella che nell’ottica dei due governi è la ratio di fondo del Trattato concluso il 26 novembre 2021.

Per la Francia la partita cruciale riguarda la necessità di ribadire una centralità negoziale in Europa mettendo in campo, nel post-Brexit, la possibilità di essere l’unica nazione in grado di vantare due trattati di ulteriore integrazione con le maggiori cancellerie d’Europa. Per Parigi confrontarsi con Roma sul coordinamento e la gestione di dossier come la crescita economica, la lotta alla disoccupazione, la sfida all’austerità, la definizione della politica migratoria, la corsa alla difesa comune europea, la transizione energetica e la rivoluzione tecnologica può garantire spazi di manovra volti a compensare gli spesso ineguali rapporti di forza nel Trattato di Aquisgrana.

Per l’Italia si dovrebbe parlare, in linea di massima, di dare un ordinamento strutturato alla gestione della “sfida francese“, partita chiave della politica estera nazionale nella Seconda Repubblica. Una sfida che fin dal suo insediamento il governo Draghi ha voluto cogliere: per trattare a pieno titolo con Parigi, potenza di rango superiore tesa per natura a puntare a costruire una diplomazia egemonica nei confronti dell’Italia e protagonista di incursioni nel nostro settore economico-finanziario, Roma deve saper ben definire le linee rosse e i punti su cui con la Francia si può costruire una cooperazione proficua, delegando alla gestione contingente i dossier di maggior conflittualità.

Non a caso Draghi ha giocato più volte senza timori reverenziali verso Parigi di sponda con Emmanuel Macron e la Francia su diverse questioni legate alla difesa della risposta al Covid, agli investimenti strategici, alla rottura definitiva della gabbia del rigore in Europa. Questo per dimostrare l’esistenza di un’agenda italiana che può essere complementare, nella sua autonomia, a quella francese.

Anche il leghista Giancarlo Giorgetti da ministro dello Sviluppo Economico ha più volte trovato nell’asse con il collega transalpino Bruno Le Maire e con il Commissario europeo Thierry Breton un terreno di riferimento per risolvere i nodi aperti sulla politica industriale. Senza dimenticare il fatto che, come ha ricordato Tino Oldani su Italia Oggi, la prassi francese è molto chiara e nella sua ottica l’interesse nazionale viene prima di tutto: “Basti ricordare che la Francia, campione mondiale di sovranismo, proprio mentre si discutevano le bozze di questo trattato di amicizia, mandava a monte la fusione tra Fincantieri e i fallimentari Cantieri francesi dell’Atlantico nel settore delle costruzioni navali”.

Nel 1993 da ministro dell’Industria del governo Ciampi l’attuale direttore della Consob Paolo Savona prevedeva che con Parigi un’intesa andasse cercata a tavolino proprio per evitare che il peso crescente della potenza transalpina sbilanciasse i rapporti di forza in ambito industriale, economico, geopolitico. Quanto poi è successo negli ultimi tre decenni ha mostrato la veridicità della previsione di Savona, segnando un’espansione senza precedenti del ruolo delle banche, delle imprese strategiche e delle acquisizioni francesi nel nostro Paese non controbilanciato da analoghe azioni italiane.

Secondo quanto scritto dall’analista Leonardo Palma su Formiche, “una entente cordiale tra i due Paesi può rappresentare la base da cui prefigurare un successivo accordo con la Germania per la nascita di una intesa (Berlino-Parigi-Roma) da porre alla testa di un processo di rilancio del progetto europeo” in modo tale da controbilanciare l’eccessiva focalizzazione dei falchi del rigore e dell’austerità sui vincoli di bilancio e i trattati. Per Dario Fabbri, analista di Limes, invece il Trattato del Quirinale punta a creare un controbilanciamento alla Germania: “obiettivo ultimo è unire il peso di Parigi e Roma per inibire un possibile ritorno all’austerity imposto dalla prossima cancelleria, capace di condurre i due paesi latini nel baratro – peraltro nel 2019 l’Eliseo ha rinnovato un simile patto anche con Berlino”, ha scritto Fabbri in un editoriale ospitato da La Stampa.

Si parla dunque di un’intesa che non potrà non avere un’esposizione strategica di lungo periodo. Un ampio respiro che troppo spesso è mancato nella visione della politica estera italiana e che è ben chiaro invece alla visione francese, troppo spesso velleitaria ma mai priva di un preciso punto di riferimento legato alla proiezione del sistema-Paese. Dunque, il Trattato del Quirinale non sarà di per sé né buono né cattivo: sarà uno strumento di politica estera che dovrà chiamare il Paese a un atto di chiara responsabilità e a una prova di maturità.

“Occorrerà leggere in controluce tutti i passaggi più critici di questo Trattato, soprattutto nella parte della difesa delle frontiere, dell’accoglienza e dei rapporti economici finanziari”, ha scritto un convinto europeista come il direttore di Milano Finanza, Roberto Sommella, attento a ricordare che è necessario far sì che “il Trattato del Quirinale non sia dell’Eliseo”. 

Cosa comporterà di fatto il Trattato? Dopo lunghe incertezze, il testo del 26 novembre 2021 ha chiarito ogni dubbio.

Il testo del Trattato del Quirinale, composto da 12 articoli, dispone la creazione di nuovi meccanismi di cooperazione rafforzata tra Roma e Parigi in politica, economia, difesa, sicurezza e cultura. Inoltre, è stato deciso anche uno scambio di ministri Italia-Francia nei Consigli dei ministri ogni tre mesi, come avviene già con la Germania. Almeno una volta a trimestre un politico del governo italiano parteciperà a un consiglio dei ministri del governo francese e viceversa.

Parigi e Roma si impegnano a confrontarsi su sicurezza, controllo dei confini, cultura, trasporti, politiche comunitarie, ecologia, controllo delle armi, iniziative di sviluppo in Africa e mirano a concentrarsi sugli investimenti congiunti in settori strategici come il cloud, la produzione di batterie e semi-conduttori, lo sviluppo dell’idrogeno, lo spazio. Un programma vasto che di fatto mira a dare una strutturazione al rapporto italo-francese mettendolo al centro del progetto europeo. Un programma da maneggiare con cura in nome dell’interesse nazionale, come del resto il Paese dovrà fare su dossier già avviati come quello di Borsa Italiana, entrata nel consorizo a guida francese Euronext. Cooperativo e conflittuale al tempo stesso, in ogni caso, il rapporto italo-francese si dimostra centrale per entrambe le capitali. E sia per Roma che Parigi sarà importante dare pieno seguito alla volontà di approfondire la relazione senza pensare a sfruttarla strumentalmente. Come spesso, soprattutto dal lato francese, si è tentato di fare.