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Che cos’è il Sahara occidentale

Il Sahara Occidentale è una regione dell’Africa nordoccidentale estesa lì dove fino al 1976 era insediato il territorio del Sahara spagnolo, amministrato da Madrid. Attualmente l’Onu considera ufficialmente questa parte di Sahara nella lista dei “territori non autonomi”, secondo una petizione presentata dal Marocco nel 1963.

Il Sahara Occidentale coincide grossomodo con quello della colonia spagnola insediatasi nel 1884 dopo la conferenza di Berlino per la spartizione dell’Africa, su cui Madrid nel 1924 ha istituito l’amministrazione del Sahara Spagnolo.

Fin dall’VIII secolo, la regione era abitata da tribù arabo-berbere e, dopo aver proclamato l’indipedenza nel 1956, il Marocco ha iniziato a rivendicare davanti all’Onu questi suoi territori rimasti ancora sotto il dominio spagnolo. Attraverso negoziati bilaterali, nel 1958 il Marocco recupera la città Tarfaya e, nel 1965, arriva la risoluzione 2072 dell’Onu che sancisce il riconoscimento dei diritti marocchini e chiama la Spagna ad aprire negoziati con il Marocco sulla sovranità della città di Sidi Ifni e la regione del Sahara occidentale. Quattro anni dopo recupera Terfaya. Per l’ultimo territorio del Sahara occidentale, però, la situazione si complica.

Quando la Spagna scope i giacimenti di fosfati decide bloccare il processo di decolonizzazione previsto dalla risoluzione 2072 dell’Onu. Le motivazioni di questa decisione sono prevalentemente di tipo economico. In questa confusione regionale, il rivale vicino algerino, potente produttore di gas e alleato del blocco sovietico di allora, si inserisce nella partita per tentare di garantirsi il desiderato sbocco sull’atlantico e ridisegnare la geo-economia regionale.

Ma nel 1975 succede di tutto. Il leader spagnolo Francisco Franco si ammala gravemente, la risoluzione dell’Aia stabilisce che quella parte di Sahara non è terra “nullius” ma che esiste un legame di fedeltà tra il Marocco e le tribù del Sahara Occidentale. Vengono così avviate consultazioni con il Marocco e con la Mauritania. A questa decisione Rabat, avvia la  “marcia verde” nel 6 novembre 1975, dove 350mila marocchini disarmati si presentano a ridosso del confine del Sahara. La legione spagnola dà ordine di non sparare.

Pochi giorni dopo, il 14 novembre 1975, il governo spagnolo, quello marocchino e quello mauritano siglano il trattato di Madrid, raggiunto in conformità con l’art.33 della carta delle nazioni unite e registrato presso la SG dell’Onu con la risoluzione 3458/B. Viene approvato anche dall’assemblea di notabili rappresentanti di tutte le tribù Saharawi del territorio liberato. L’accordo prevede il ritiro delle truppe spagnole dai territori occupati.  Due terzi del Sahara vengono restituiti a Rabat, la restante parte passa invece alla Mauritania. Il 26 febbraio 1976 termina ufficialmente il mandato spagnolo della regione, con il passaggio dei poteri amministrativi alle autorità del Marocco e della Mauritania. Il trattato però viene condannato dall’Algeria che decide di chiudere la frontiera con il Marocco e tentare di giocare altre carte.

Alla spartizione tra Marocco e Mauritania del Sahara occidentale si oppone fin da subito il Fronte del Polisario, sostenuto da Algeri. Quest’ultimo è un gruppo costituitosi nel 1973 originariamente da studenti marocchini di origine sahrawi nell’università di Rabat per liberare il territorio del Sahara occidentale e completare l’integrazione territoriale del Marocco.

Il processo di decolonizzazione avviene nel pieno della Guerra fredda e che vede la Libia dell’ex generale Gheddafi e l’Algeria schierati con l’Unione Sovietica mentre il Marocco con l’Occidente. I vicini rivoluzionari convincono, finanziano e armano il movimento Polisario per rivendicare l’indipendenza del Sahara occidentale dal Marocco e per destabilizzare la monarchia marocchina, considerata reazionaria, liberale e filo-occidentale.

Nel 1976 il Polisario decide di annunciare dal territorio algerino di Tindouf la nascita della cosiddetta Repubblica araba democratica saharawi (Rasd), riconosciuta da un’ottantina di Paesi del blocco sovietico che, dopo la caduta del muro di Berlino, si sono ridotti ad una ventina (Cuba, Corea del Nord, Venezuela, Sud Africa, Namibia e altri). Con il supporto algerino, la Rasd entra nell’Unione africana, mentre risulta fuori dall’Onu, dalla Lega Araba e da altre organizzazioni internazionali. Un fatto che causa l’uscita del Marocco dall’Unione, in segno di protesta alla violazione del diritto internazionale. Ci tornerà poi nel 2017. Dopo il ritiro spagnolo, tra il Polisario e il Marocco nasce uno scontro armato destinato a durare per più di un decennio.

Nel 1979 un altro mutamento politico interessa la regione. La Mauritania rinuncia infatti alla propria parte del Sahara, riconoscendo la Rasd e sancendo con il Polisario un cessate il fuoco. Il territorio in mano mauritana passa tuttavia sotto il controllo marocchino.

Il conflitto tra Rabat e il Fronte causa parecchie vittime tra civili e militari. La tattica attuata dal Polisario riguarda soprattutto la guerriglia contro le forze regolari marocchine. Per arginare le azioni offensive avversari, negli anni Ottanta Rabat sovvenziona la costruzione di un muro per dividere le zone controllate dal proprio esercito con quelle dove è attiva la guerriglia del Polisario.

Tra il 1982 e il 1987 la nuova barriera di difesa viene ultimata ed è ancora oggi attiva. Essa si estende per complessivi 2.720 km ed ha l’aspetto di un lungo fossato che taglia il deserto, ai cui lati sono insediati posti di blocco, punti di osservazione, campi minati e bunker. Da una parte vi è il territorio del Sahara amministrato de facto dal Marocco, che rappresenta più dei due terzi della regione e comprende la fascia costiera, dall’altra la zona cuscinetto sotto il controllo dell’Onu e rivendicata dal Polisario come territori liberati.

Nel 1991 tra Rabat e il Fronte stanziato a Tindouf viene raggiunto, sotto la mediazione dell’Onu, un accordo di cessate il fuoco. Da allora il conflitto è congelato e non si sono avuti importanti episodi di carattere militare

Per sorvegliare sul mantenimento del cessate il fuoco, le Nazioni Unite avviano la missione denominata Minurso. L’obiettivo, oltre che evitare il contatto tra le parti, è anche quello di organizzare un referendum entro il 1992 sullo status della regione. E dunque, in particolare, decidere se attuare una vera e propria indipendenza oppure se essere definitivamente inglobati sotto la sovranità marocchina.

Tuttavia il referendum, nel corso di questi trent’anni, non si è mai potuto realizzare. A pesare su questo esito è la difficoltà di applicare i cinque criteri stabiliti dalle Nazioni Unite per identificare gli aventi diritto al voto. Il Polisario ne ha accettate soltanto tre mentre il Marocco tutte. Allo stesso tempo si è posto il problema di come far partecipare le persone originari del Sahara, sparsi tra Marocco Algeria e Mauritania, dovuto al loro carattere nomade.

Dal 1991 al 2000, l’Onu ha identificato appena duemila persone. Un ritmo tecnicamente impossibile per censire tutta la popolazione. L’Onu decide di abbandonare l’opzione referendum, riducendo la missione Minurso al solo controllo del cessate il fuoco, e chiamando le parti a trovare una soluzione politica, negoziata e consensuale. La decisione ha anche carattere politico poiché il risultato avrebbe prodotto vincitori e vinti. E questo, all’interno di una società tribale come quella saharawi, avrebbe rischiato di provocare una guerra civile (vedi Libia, Sudan etc).

In seguito a questo appello, nel 2007 una proposta per un nuovo piano di pace è arrivata direttamente da Rabat. Anche in questo caso, perno del progetto è un’ampia autonomia da accordare al Sahara, in cambio però di un riconoscimento della sovranità del Marocco.

Rabat ha dunque voluto ribadire la propria posizione, volta a veder riconosciuta anche a livello internazionale la regione del Sahara come parte integrante del proprio territorio nazionale. Con il passare degli anni, la proposta marocchina ha ricevuto un crescente riconoscimento internazionale.

Nella seduta del consiglio di sicurezza dell’Onu del 30 ottobre 2020, oltre a rinnovare il mandato della missione Minurso, viene riconosciuta la validità della proposta di Rabat per la risoluzione della vicenda. Nel frattempo venti Stati membri delle Nazioni Unite aprono Consolati Generali nelle città marocchine di Laâyoune e Dakhla, tra cui gli Stati Uniti annunciata poche settimane fa. Rimangono tuttavia sullo sfondo i forti contrasti con il Polisario.

Una svolta importante è arrivata nel dicembre 2020 dagli Stati Uniti. Nell’ambito del processo di normalizzazione dei rapporti tra Marocco ed Israele, mediato proprio da Washington, l’amministrazione Usa mette in chiaro, nero su bianco, la propria posizione sul Sahara, riconoscendo de jure la sovranità di Rabat: “Gli Stati Uniti affermano – si legge nel documento redatto nella Casa Bianca – come dichiarato dalle precedenti amministrazioni, il proprio appoggio alla proposta di autonomia del Marocco come unica base per una giusta e duratura soluzione alla disputa sul territorio del Sahara. Pertanto, ad oggi, gli Stati Uniti riconoscono la sovranità marocchina sull’intero territorio del Sahara e riaffermano il proprio sostegno alla proposta di autonomia seria, credibile e realistica del Marocco come unica base per una soluzione giusta e duratura alla controversia sul territorio del Sahara”.

Si tratta fondamentalmente di una continuità con la linea assunta dagli gli Stati Uniti e che, sia durante l’amministrazione repubblicana che quella democratica, ha sempre sostenuto ufficialmente il piano di autonomia presento del Marocco. D’altronde il Marocco fu la prima nazione a riconoscere il Paese nord americano nel 1777.