Che cos’è il Pivot to Asia e perché è importante

Il Pivot to Asia è una delle principali iniziative di politica estera dell’amministrazione guidata da Barack Obama. Dalla sua proposizione, nel 2011, ad opera dell’ex segretario di Stato, Hillary Clinton, questa strategia ha caratterizzato l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del continente asiatico durante la presidenza obamiana e non solo.

Il “perno” – questa la traduzione in italiano di pivot – rappresenta una sorta di riequilibrio strategico degli interessi americani dall’Europa e dal Medio Oriente verso l’Asia orientale. Complice l’ascesa della Cina, le attività missilistiche della Corea del Nord, le mille questioni irrisolte al largo del Mar Cinese Meridionale, compresa l’indipendenza di Taiwan, Washington ha pensato bene di focalizzare la propria attenzione sull’area Indo-Pacifica.

Prima di analizzare nel dettaglio la dottrina del Pivot to Asia, è importante introdurre lo scenario protagonista della vicenda. Nell’ultimo ventennio, il baricentro globale, tanto quello economico che politico-militare, si è gradualmente spostato verso il continente asiatico. Le motivazioni sono molteplici.

Innanzitutto la Cina non è più un Paese arretrato; Pechino è anzi è diventato il rivale numero uno degli Stati Uniti, contribuendo a erodere il peso specifico di Washington nell’Indo-Pacifico. Nel frattempo, gli altri governi della regione hanno approfittato della crescita delle rispettive economie (provocata dalla globalizzazione), al punto che l’alleanza con questi stessi governi adesso è una contesa a due tra Cina e Stati Uniti, mentre in precedenza era appannaggio quasi esclusivo degli Usa.

La Corea del Nord è un nodo da sciogliere – ma non l’unico – e quindi è meglio farlo controllando da vicino Pyongyang. Last but not least, le più importanti rotte commerciali transitano nel tratto marittimo che va dal Giappone allo Stretto di Malacca. Senza considerare, dal punto di vista statunitense, la necessità di tutelare le proprie basi militari disposte in tutto l’Estremo Oriente. Unendo i punti citati, appare quindi evidente la ragione che ha spinto gli Stati Uniti ad accendere i riflettori sull’Indo-Pacifico, un dossier trascurato per fin troppo tempo.

A detta di molti studiosi, attraverso il Pivot to Asia gli Stati Uniti hanno tentato di fare chiarezza in merito al proprio ruolo nel mondo. Il risultato è chiaro: per continuare a essere sulla cresta dell’onda, Washington doveva ridare una certa priorità strategica alla regione indo-pacifica.

Si apre qui un’ambiguità di fondo insita nel Pivot to Asia, la stessa ambiguità che, per certi versi, ha per il momento limitato le sue potenzialità. Per bilanciare la crescita della Cina, Washington ha dovuto investire in Asia. In che modo? Stringendo accordi commerciali, politici ma soprattutto militari con i partner situati nella regione. Ma anche spostando la propria potenza militare in Asia, dando l’impressione che questa strategia implichi un accumulamento della forza in attesa di un’eventuale testa a testa militare (il contrario della pace).

Il “perno”, inoltre, è una strategia globale calibrata su politiche regionali. Il punto, lo stesso che ha spinto diversi analisti a criticare l’iniziativa Usa, è che, attraverso il Pivot to Asia, gli Stati Uniti vorrebbero incrementare le relazioni diplomatiche con i Paesi dell’Indo-Pacifico, in modo tale da assicurare stabilità nella regione. Ma, per farlo, dovrebbero tutelare solo la loro superiorità e i propri interessi. Non sempre quelli dei partner, i primi ad essere eventualmente travolti dall’ira cinese.

Va da sé che la Cina ha sempre considerato il Pivot to Asia come fumo negli occhi. Pechino ha accusato Washington di voler destabilizzare l’Asia orientale imponendo una massiccia presenza militare. La risposta degli americani? Qualsiasi azione svolta in Estremo oriente – sostengono i funzionari della Casa Bianca – non è rivolta verso la Cina, ma è frutto di una riallocazione naturale delle risorse.

Il comportamento Usa ha più volte infastidito il governo cinese, convinto che determinate questioni non debbano assistere all’interferenza di potenze straniere (vedi Taiwan). Da un lato gli Stati Uniti hanno cercato di rafforzare rapporti di mutuo vantaggio con attori locali; dall’altro il governo statunitense ha più volte, a parole, assicurato loro protezione strategica e militare, oltre che messo sul piatto intese commerciali.

Del resto, l’elezione di Obama ha visto la politica estera dell’America cambiare forma e direzione. Lo stesso Obama riteneva che l’amministrazione del suo predecessore, George W. Bush, fosse poco attenta alle questioni asiatiche.

Fin qui il Pivot to Asia ha visto realizzarsi ben poche mosse concrete, ad eccezione dello spostamento di qualche migliaio di marines e soldati da una base all’altra, e di qualche provocazione ai danni della Cina mediante l’invio di portaerei in acque caldissime. Pochi, al contrario, sono stati i passi di Washington per rendere concreto il perno verso l’Asia.

È anche probabilmente per questo motivo che gli Stati Uniti, assieme a Regno Unito e Australia, hanno dato vita a una nuova alleanza, l’AUKUS, creata per condividere la tecnologia per la difesa navale, arginare la Cina e rafforzare il controllo statunitense e anglosassone in una regione strategica.

Certo è che, indipendentemente dal nome dato a intese e strategie, gli Stati Uniti stanno da tempo cercando di riprendere in mano il timone asiatico. Il Pivot to Asia, che sembrava ormai superato dall’isolazionismo di Donald Trump, ritorna ora con tutta la sua forza, rinnovato e in una fase storica ancora più delicata.

Che cosa accadrà nel lungo periodo? Difficile fare previsioni, visto e considerando la fluidità del palcoscenico indo-pacifico. Il Pivot to Asia dà l’impressione di essere, in ogni caso, un processo irreversibile. D’altronde, il continente asiatico continuerà a svolgere un ruolo sempre più crescente nella politica estera americana, e non solo perché siamo entrati in quello che è stato definito “secolo asiatico“.

L’Asia è diventata un “centro di gravità economico“, come ebbe a spiegare Elizabeth Economy del Council on Foreign Relations, ma anche il fulcro delle nuove relazioni politiche. E se gli Stati Uniti si rifiuteranno di “sporcarsi le mani” in questa regione, allora la Cina avrà la strada spianata per sostituirli come potenza numero uno al mondo. In tutto questo, come detto, Pechino non resterà certo a guardare.