Il piano di pace di Trump

L’ha chiamato “Peace to prosperity” e la proposta, destinata a fare molto rumore, era stata annunciata già nel 2017. È conosciuto come il piano di pace di Donald Trump ed è stato diviso in due parti, una prettamente economica e l’altra più politica. Nel gennaio del 2020, il presidente degli Stati Uniti ha deciso di renderlo completamente pubblico. Si tratta di un progetto di pace che si pone l’ambizioso obiettivo di risolvere un conflitto perpetuo: quello tra israeliani e palestinesi. Percepito nel mondo come una delle contese territoriali più complesse da più di 50 anni, rappresenta una problematica non soltanto per il Medio Oriente, ma in generale anche per gli equilibri politici internazionali.

Secondo quanto riportato da Il Post, il presidente Trump lo aveva denominato “Deal of the century”, ovvero “l’accordo del secolo”, ma in base a quanto osservato (e previsto) da diversi analisti, il piano dell’ex tycoon non avrebbe convinto nessuno (a parte Benjamin Netanyahu), in particolare i negoziatori palestinesi. Accusato anche dalla Lega araba di essere un piano troppo sbilanciato in favore di Israele, le autorità della Palestina, che avevano già interrotto i contatti con l’amministrazione repubblicana di Trump, hanno dichiarato di non volere né esaminare né tenere in considerazione questa risoluzione. Percepita come una minaccia e un’offesa all’identità del popolo palestinese.

La proposta del Capo della Casa Bianca, illustrata in un documento ufficiale di 181 pagine, è stata accusata di aver accolto le richieste ritenute più controverse avanzate nel tempo dalla destra israeliana. Nel programma ideato dall’amministrazione repubblicana guidata da Trump, infatti, Israele annetterebbe al proprio territorio tutte le colonie esistenti e gran parte dell’Area C, la Cisgiordania, luogo che, secondo gli accordi di pace firmati a Oslo nel 1993, veniva assegnato a un futuro Stato palestinese. Eppure, negli anni, la gestione civile e militare di quell’area è rimasta a Israele che, nel tempo, ha allargato la sua presenza nella zona. Inoltre, le colonie non sarebbero state distribuite in maniera omogenea lungo il confine fra Israele e la Cisgiordania. Elemento quest’ultimo che renderebbe la convivenza molto difficile, proprio perché i territori palestinesi sono, di fatto, circondati da aree a sovranità israeliana.

Secondo quanto riportato nel documento della Casa Bianca, anche la parte ovest di Gerusalemme, e in particolare la Città Vecchia, ovvero l’area del capoluogo dove sono ubicati tra i più importanti luoghi di culto delle tre religioni monoteiste (l’islam, l’ebraismo e il cristianesimo), verrebbe assegnata a Israele. Ma non solo. Tra le zone dell’Area C che verrebbero inglobate dagli israeliani ci sarebbe anche la Valle del Giordano, luogo simbolico perché abitato per la maggior parte da coloni ma che, almeno formalmente, apparterrebbe all’Autorità nazionale palestinese (l’organismo politico di autogoverno ad interim, formato nel 1994 dopo gli accordi di Oslo per governare la Striscia di Gaza e le aree A e B della Cisgiordania). Netanyahu, durante la sua ultima campagna elettorale, ai suoi elettori aveva promesso l’annessione in caso di vittoria alle urne. E la risoluzione di Trump favorirebbe, anche in questa circostanza, un allargamento israeliano.

La creazione del futuro Stato palestinese, di fatto, dipenderà soprattutto da forti limitazioni alle sue capacità difensive e dall’impegno di tutti i gruppi militari palestinesi ad abbandonare la lotta armata. Di fatto, quindi, le uniche concessioni che Israele dovrebbe fare alla Palestina, secondo il piano americano, sarebbero la costruzione di un tunnel che colleghi la Striscia di Gaza alla Cisgiordania e il ritiro dei propri civili e militari da Gerusalemme est, zona già assegnata dalla comunità internazionale ai palestinesi e che, invece, Israele occupa dal 1967. Secondo il documento della Casa Bianca, ai palestinesi verrebbe garantito un territorio al confine con l’Egitto, una sorta di “risarcimento” per le concessioni fatte agli israeliani.

Per molti, il piano porrebbe i palestinesi in una sorta di regime di “libertà vigilata“, stabilendo quindi una serie di condizioni che dovranno essere soddisfatte. Oltre alla capitale nella periferia est di Gerusalemme, che però non sarà istituita per i quattro anni successivi all’ipotetica attuazione, il programma obbligherebbe i palestinesi ad alcuni doveri, mantenendo pur sempre una sovranità limitata. Anche perché, secondo quanto riportato dal Times of Israel, Israele controllerebbe anche i confini e lo spazio aereo della Palestina. Ai palestinesi è richiesto il disarmo della Striscia di Gaza, di Hamas e dell’organizzazione del Jihad islamico; il riconoscimento di Israele come “Stato ebraico”; l’astensione da qualsiasi tentativo di aderire a qualsiasi organizzazione internazionale, senza il consenso dello Stato di Israele; il divieto di intraprendere qualsiasi azione (e respingere tutte le azioni pendenti) contro lo Stato d’Israele, l’America e tutti i cittadini di fronte alla Corte penale internazionale, alla Corte internazionale di giustizia e a tutti gli altri tribunali; il divieto di intraprendere qualsiasi azione contro cittadini israeliani o americani prima dell’intervento dell’Interpol o di qualsiasi sistema legale non israeliano o non americano; terminare immediatamente l’erogazione di pagamenti a “prigionieri e martiri”, percepiti come stipendi dati alle famiglie di terroristi che scontano le loro condanne nelle carceri israeliane, ma anche ai parenti di terroristi deceduti.

Secondo quanto analizzato da Giuseppe Dentice, per Ispi, l’impatto politico del piano di Trump risulta molto preciso. In base a quanto scritto, Israele manterrebbe la stragrande maggioranza di Gerusalemme come sua capitale sovrana, lasciando ai palestinesi solo alcune aree periferiche della città santa, come Abu Dis e i suoi dintorni. Verrebbero, inoltre, ridisegnati i confini principalmente tra Israele e Cisgiordania (la valle del Giordano, un’area fertile che rappresenta circa il 30% della Cisgiordania, sarebbe degli israeliani, in cambio di piccole aree desertiche nel Negev, vicino al confine con il Sinai). I cittadini di Palestina, poi, non otterrebbero alcun diritto al ritorno e, una volta sancita la creazione di uno Stato palestinese, questi non avrebbero alcun controllo sui confini. L’intero accordo finale dovrebbe essere negoziato nell’arco temporale di quattro anni, nel quale gli israeliani si sarebbero impegnati in modo formale (senza, però, alcun tipo di vincolo) a fermare qualsiasi nuova costruzione di insediamenti nei territori occupati.

Agli elementi prettamente politici, si aggiungono le disposizioni economiche, che prevedono investimenti per 50 miliardi di dollari nei territori occupati. Il tutto, però, senza dare una spiegazione di come (e in che modo) saranno investiti i fondi o senza affrontare le complessità di tipo umanitario che, da anni, affliggono quella zona. Non sarebbe indicato, infatti, neanche il superamento di tutti quei problemi di spostamento che riguardano i palestinesi in Cisgiordania, che denunciano difficoltà quando devono trasferirsi da una zona a un’altra.

Secondo quanto riportato da Ansa, il 30 gennaio 2020, la Lega araba ha condannato il piano illustrato da Trump sul Medio Oriente, definendolo un’imponente “violazione dei diritti dei palestinesi”. In un comunicato, infatti, il segretario generale, Ahmed Aboul Gheit, aveva dichiarato: “Studieremo minuziosamente la prospettiva americana e siamo aperti a tutti gli sforzi seri a favore della pace. Ma da una lettura preliminare emerge una consistente violazione dei diritti legittimi dei palestinesi”. E, nello stesso giorno, il dissenso era arrivato anche durante il question time alla Camera dei Comuni britannica. L’opposizione laburista, infatti, aveva attaccato apertamente la proposta di Trump, definendola un inganno. In quella sede, infatti, è Stato detto che non si tratta di un piano di pace ed è Stato giudicato inaccettabile per qualunque leader palestinese. Il rifiuto, ovviamente, è arrivato anche da Hamas.

“”Questo non è un accordo di pace, ma una bantustanizzazione della Palestina e del popolo palestinese”, ha dichiarato a Reuters il capo della delegazione palestinese nel Regno Unito, Husam Zomlot, facendo un paragone tra la situazione attuale con quella in Sudafrica durante gli anni dell’apartheid. Al momento, restano pochi gli analisti che ritengono praticabile la proposta americana come accordo di pace tra i due popoli. Secondo quanto riportato anche dal Guardian, quando il genero del presidente Trump e suo senior advisor nel processo di pace in Medio Oriente (Mepp), Jared Kushner, ha descritto la sua personale proposta di Stato palestinese, costituita da varie dozzine di piccole enclave collegate da trafori e sopraelevate, in molti hanno trovato diverse analogie appunto con i bantustan del Sudafrica. I bantustan, infatti, erano stati creati dal regime di apartheid per fornire una forma di (apparente) autodeterminazione delle popolazioni nere oppresse nel Paese. Si trattava di aree che davano l’illusione di libertà a chi era sottomesso al regime “bianco”: questi cittadini, però, continuavano a non avere diritti. Per molti, la mappa di Kushner sarebbe la replica esatta di quella situazione.

“Non passerò alla storia come il leader che ha venduto Gerusalemme”, ha dichiarato il presidente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Abu Mazen, riferendosi alla proposta americana, che ritiene irricevibile. Da lì, la decisione di rompere ogni relazione con Israele e gli Stati Uniti, nonché la sospensione di tutti gli accordi. “Non avremo più rapporti con loro, nemmeno nell’ambito della sicurezza”, ha fatto sapere il leader, annunciando che si recherà al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per spiegare la posizione. “Mi sono anche rifiutato di parlare con Trump”, ha spiegato il presidente palestinese riferendosi al colloquio telefonico chiesto dal capo della Casa Bianca. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, Abu Mazen avrebbe aggiunto: “Non accetterò l’annessione di Gerusalemme. L’Anp non accetterà mai gli Stati Uniti come unico mediatore al tavolo dei negoziati con Israele”. Il leader palestinese, intervenendo alla riunione straordinaria convocata dalla Lega araba al Cairo, in Egitto, proprio per discutere il piano, ha ribadito il suo rifiuto a un accordo che ha definito “senza alcuna logica” e ha aggiunto: “Israele non è la patria solo degli ebrei, ma anche dei musulmani e dei cristiani”. Accusando Trump di aver “dato agli israeliani oltre il 90% delle terre palestinesi”, Abu Mazen ha fatto sapere di continuare a “credere nella pace” sulla base di quanto scritto nell’iniziativa di pace araba e nelle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Per il leader palestinese, dopo questa esposizione, gli americani non godono più della credibilità di ruolo di arbitri e non sono riconosciuti come un popolo amico della Palestina.

Ma, nonostante il programma di Trump appaia sbilanciato non soltanto ai palestinesi, il principio dichiarato (e annunciato) dal piano americano sarebbe quello di confermare l’esistenza (e la convivenza) di due realtà diverse. L’idea dei “due Stati”, però, dura da anni: nata durante gli accordi di pace di Oslo, nel 1993, era fondata sulla convinzione che, nonostante Israele avesse conquistato tutta la Palestina storica nel 1967, non potesse governare in maniera perpetua anche i cittadini arabi. Il principio degli accordi norvegesi prevedeva, quindi, che dovessero coesistere due Paesi democratici ed egualitari e che vivessero (possibilmente pacificamente) uno accanto all’altro.

Dopo la firma degli accordi di Oslo, Yitzhak Rabin, storico primo ministro israeliano, premio Nobel per la Pace nel 1994 e il principale promotore di quei trattati, venne assassinato da un estremista di destra ebreo nel novembre del 1995. Netanyahu, che gli successe in seguito, di fatto dimostrò di non volersi impegnare nell’accordo, abolendo la sua realizzazione (anche se non in via ufficiale) prima che terminasse il suo primo mandato da primo ministro, nel 1999. Secondo quanto sostenuto da Gwynne Dyer su Internazionale, gli accordi di Oslo non si concretizzarono sia perché i nazionalisti palestinesi non volevano accettare uno Stato che includesse soltanto un sesto dell’ex Palestina, sia perché i nazionalisti israeliani non volevano che gli arabi palestinesi ottenessero tanti territori (anche perché, in realtà, nell’area, già controllata dall’esercito israeliano, i coloni ebrei stavano già costruendo delle città in tutta la zona occupata). E a 27 anni dal fallimento di quegli accordi, anche nel piano proposto da Trump, nonostante il programma favorisca chiaramente le operazioni di Israele, si parla ancora della possibilità dei “due Stati”. Perché l’ammissione dell’infattibilità dei due Paesi comporterebbe anche l’ammissione dell’esistenza di un problema reale.

Dopo il tentativo di una pacificazione formale tramite gli accordi di Oslo, negli anni successivi, si è susseguita l’intifada, che in arabo significa “rivolta”, “sollevazione”. Il termine è entrato nell’uso comune come il nome con cui sono conosciute le proteste di massa arabo-palestinesi contro l’occupazione israeliana. Ma oltre ai tumulti popolari, dopo il 1993, si sono alternate anche diverse operazioni militari nei territori a gestione palestinese, l’ultima nel 2014, a Gaza. Inoltre, gli esecutivi israeliani (per la maggior parte guidati dai partiti di destra) hanno permesso e incentivato lo sviluppo delle colonie (percepite come una vera e propria occupazione da parte dei palestinesi). Sempre secondo i dati riportati da Il Post, all’inizio degli anni Novanta, nelle colonie israeliane in Cisgiordania vivevano circa 100mila persone, ma secondo le ultime stime, oggi sarebbero circa 405mila.

Esiste, poi, un problema legato alla leadership palestinese che, negli ultimi anni, ha subito un mutamento in negativo della propria autorità, anche a causa di diversi episodi di corruzione, che hanno logorato l’ipotesi di sviluppare una strategia efficace per risolvere il conflitto con Israele. Il problema di gestione di una situazione politica in bilico, però, non riguarda soltanto i palestinesi. Negli ultimi mesi, infatti, anche l’esecutivo israeliano ha pagato gli effetti di errori e scandali. I cittadini, infatti, dovrebbero tornare alle urne una terza volta il 3 marzo 2020, dato che nelle ultime due tornate non è emersa alcuna maggioranza. Inoltre, Netanyahu è stato incriminato e andrà a processo per tre casi di corruzione e truffa. Per alcuni, l’idea di Trump di diffondere il piano proprio nelle prime settimane del 2020 potrebbe agevolare una vittoria della destra israeliana (e Netanyahu), al momento molto in difficoltà.

La decisione di Trump di schierarsi più esplicitamente dalla parte di Israele arriva anche a causa del progressivo spostamento verso destra dei repubblicani sul tema dell’eterna guerra tra i due popoli. Negli ultimi anni, infatti, l’ex tycoon avrebbe curato il suo personale rapporto con Netanyahu, legittimando diverse sue richieste. La più eclatante, lo spostamento dell’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme (da sempre un territorio di contesa) e stabilendo che l’America, di fatto, non considera più illegali le colonie israeliane in Cisgiordania.

Sempre secondo il giornalista canadese Dyer, una reale soluzione di due stati è difficilmente raggiungibile. E a dimostrarlo c’è il progetto dell’amministrazione Trump. Per la maggior parte degli israeliani, soprattutto per quanto riguarda il tema della sicurezza, è praticamente impossibile pensare a una concessione di più territori (anche perché i coloni stanno occupando zone molto ampie che, se lasciate ai palestinesi, sarebbero percepite come una minaccia). I palestinesi, che sono circa cinque milioni, hanno già vissuto a lungo sotto un’occupazione militare, che ha portato a scontri e un incremento della violenza. E se l’ipotesi dei due stati risulta improbabile, resta, invece, quella di un unico Paese, nel quale Israele annetterebbe tutti i territori (come indicato nel piano di Trump). Tuttavia, se dovesse andare così, cinque milioni di arabi palestinesi dovrebbero votare alle elezioni e Israele smetterebbe di essere soltanto uno “Stato ebraico”. Per evitarlo, Israele dovrebbe impedire il voto al popolo palestinese, trasformando però la sua democrazia in uno Stato d’apartheid a tutti gli effetti. Per Dyer, infatti, starebbe proprio in questo l’essenza del perenne dibattito dei due stati: Israele non ha bisogno dell’assenso palestinese ma deve continuare a parlare della garanzia di uno Stato palestinese per non essere tacciato di discriminazione.

Sempre secondo quanto riportato da Ispi, il piano rappresenterebbe una proposta di accordo ideato dai mediatori statunitensi, privilegiando le aspettative israeliane, anziché tenere conto delle esigenze palestinesi. Israele, poi, avrebbe blindato pubblicamente il programma, definendolo come “l’unico reale passo verso la pace“. Di fatto, pur non avendoli coinvolti nella stesura del programma, l’amministrazione americana lascerebbe ricadere ogni responsabilità alla parte palestinese, definendo questa possibilità come l’ultima opportunità reale per ottenere una pacificazione tra i due popoli.