Che cos’è il conflitto arabo-israeliano

È, per definizione, uno dei conflitti più complessi del mondo contemporaneo. Difficile da comprendere, complicato nelle sue dinamiche storiche e mai risolto per davvero. Ha coinvolto tutti gli attori internazionali possibili nel tempo, ma la guerra arabo israeliana, declinata in forme diverse tra loro, ha origini lontane e non ha mai trovato una soluzione effettiva. Nonostante ci abbiano provato in molti, per interessi economici o coinvolgimenti geopolitici.

L’ultimo, almeno ufficialmente, è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che nel gennaio 2020 ha reso pubblico il piano “Peace to prosperity“, una proposta di pace in un documento di 181 pagine che si pone l’obiettivo di risolvere una guerra iniziata, di fatto, nei primi anni del Novecento e che non ha mai accennato a spegnersi (nonostante qualche isolato momento di tregua) e che vede contrapporsi Israele e Palestina.

Percepita, da sempre, come una delle contese territoriali più difficili da disciplinare, è stata a lungo la questione mediorientale per definizione e, di conseguenza, l’ago della bilancia anche degli equilibri politici internazionali del Novecento. Dall’Europa all’Asia. Alla base del conflitto c’è una controversia che ha a che fare con l’identità, con la spartizione dei territori, una difficile convivenza, l’etnia e la religione. Perché oltre al concetto di diaspora e di ritorno, la questione israelo-palestinese pone al centro la volontà di occupare (o di riprendersi) dei luoghi. Perché, geograficamente, la Palestina, sotto il dominio turco-ottomano, era considerata dal movimento sionista la patria storica del popolo ebraico e dal movimento nazionalista palestinese un territorio appartenente ai suoi abitanti arabi palestinesi.

Del ritorno del popolo ebraico in Palestina (dopo la diaspora storica tra il 70 e il 135 dopo Cristo) si parlò ufficialmente a metà Ottocento circa, quando i primi ebrei tentarono un rientro nella cosiddetta Terra promessa. I fattori che li spinsero a questa iniziativa sono da ricondurre al clima di antisemitismo, al susseguirsi dei pogrom (parola di origine russa che indica forme di sommosse popolari contro minoranze religiose) e alla conseguente emigrazione di ebrei più poveri che dalla Russia si spostava verso l’Europa centro-orientale e occidentale. Tra il 1882 e il 1903, furono circa 25mila quelli che fecero ritorno in Palestina. Quel tipo di fenomeno prese il nome di aliyah (la prima di una serie), parola che significa “salita”, “ascesa” verso un luogo che, per definizione, è ritenuto d’appartenenza. Per la storia dello Stato d’Israele, quel primo avvenimento segnò l’origine di tutto.

Perché quei migranti si unirono agli ebrei che, da secoli, erano rimasti nel Paese. Nel 1889 a Gerusalemme vivevano 25mila ebrei e 14mila arabi e i nuovi arrivati, per concretizzare la loro presenza, costruirono nuovi insediamenti e comunità agricole.

Ma le basi dell’attuale questione sionista e israeliana furono poste al termine dell’Ottocento, quando il popolo ebraico avvertì l’esigenza di avere un proprio Stato a cui appartenere, senza sentirsi minoranza e senza discriminazioni. Nel 1897, a Basilea, in Svizzera, venne organizzato il primo congresso sionista, che aveva l’obiettivo di creare in Palestina una patria nazionale garantita dal diritto pubblico internazionale. Tuttavia, la proposta risultò incomprensibile sia agli ebrei ortodossi, sia agli “assimilazionisti”. I primi avversarono questa iidea perché interpretavano la diaspora e il destino ebraico come una punizione divina contro cui non era permesso andare; gli altri, invece, ritenevano che gli ebrei dovessero lottare politicamente nei rispettivi Paesi di residenza per eliminare le più ingiuste discriminazioni, che spesso li relegavano a minoranza.

Qualche anno dopo quel primo meeting Svizzero, nel 1901, il quinto congresso sionista istituì il Jewish National Fund per comprare altri appezzamenti in Palestina. Con quel fondo e le donazioni distribuite da alcuni ebrei capitalisti, il movimento che si poneva l’obiettivo di ritornare alla Terra promessa cresceva con una certa rapidità. E come il movimento cresceva, si espandeva anche la presenza (fisica) degli ebrei in Palestina, che si concretizzava con la creazione di molte comunità agricole, costituite sul sostegno reciproco, che presero il nome di kibbutz. Nel 1909 venne fondata la prima città israeliana da un territorio acquistato dai turchi: Tel Aviv sorgeva a nord di Jaffa e fu il primo luogo integralmente ebraico. Nei primi 15 anni del Novecento, la seconda aliyah aumentò il numero di ebrei residenti in Palestina, portandoli nel 1913 a 86mila. L’anno dopo, nel 1914, in Palestina vivevano 90mila ebrei, di cui 75mila immigrati, provenienti principalmente da Russia e Romania, contro mezzo milione di arabi.

Mentre le due principali identità di Palestina, quella araba e quella ebraica, si consolidavano sul territorio, nell’estate del 1914, il governo turco (che controllava, di fatto, il Paese) impose delle misure per contenere la migrazione ebraica dall’Europa, perché la popolazione araba dimostrava una certa insofferenza verso questo fenomeno. La Palestina, infatti, apparteneva all’impero Ottomano e la regione, all’epoca, risultava divisa in due distretti amministrativi: Gerusalemme e Beirut. L’arrivo degli ebrei, paradossalmente, contribuì (e coincise) con la rinascita della cultura e del sentimento nazionale arabo. E proprio per questo motivo, il generale turco Ahmed Djemal Pasha vietò a entrambe le comunità slanci nazionalistici. E lo fece con una certa forza, visto che diversi leader arabi vennero impiccati, mentre numerosi ebrei vennero espulsi dal Paese.

Fu proprio in quel periodo che iniziò a consolidarsi un sentimento di contrapposizione destinato a durare nel tempo. Gli arabi, infatti, cominciarono a nutrire un certo sospetto nei confronti del programma sionista, nonostante la tradizione del luogo fosse fondata su principi di tolleranza e di convivenza con le comunità ebraiche sparse per lo Stato. Ma lo scoppio della Prima guerra mondiale spinse gli inglesi (in conflitto con i turchi per il controllo di quel territorio strategico in Medio Oriente) a promettere sia agli arabi, sia agli ebrei impegni irrealizzabili e contraddittori fra loro.

Prima guerra mondiale, il campo di battaglia di Verdun (LaPresse)
Prima guerra mondiale, il campo di battaglia di Verdun (LaPresse)

Dal 1916, Londra appoggiò il nazionalismo arabo in funzione anti-turca e, nello stesso momento, promise la Palestina agli ebrei.

Al termine del primo conflitto mondiale, con il disfacimento dell’impero ottomano, Francia e Gran Bretagna si imposero con concretezza nell’area mediorientale, inserendosi in una dinamica di equilibrismi politici estremamente difficili da mantenere. Le due potenze, infatti, ottennero dalla Società delle nazioni l’assegnazioni di mandati di tipo semi-coloniale, con lo scopo di avviare i vari Stati arabi a forme di indipendenza.

Nel 1920, ai francesi venne attribuito il controllo di Siria e Libano e agli inglesi la Transgiordania e la Palestina. Con il tempo, le potenze occidentali concessero una forma di indipendenza (anche solo formale) che, però, manteneva le popolazioni arabe sotto l’influenza e il controllo occidentali. E fu così che, anche nel primo dopoguerra, migliaia di altri ebrei cercarono di trasferirsi in Palestina (ne arrivarono circa 35mila in soli quattro anni), producendo la terza aliyah. E fu intorno agli anni Venti che gli arabi chiesero ufficialmente agli inglesi di fermare l’afflusso di ebrei, la cui presenza era sempre più contestata sul territorio. E, dopo qualche anno di tranquillità, tra il 1928 e il 1929 si verificarono i primi gesti violenti da parte degli arabi contro gli ebrei. Nell’agosto del 1929, un attacco arabo nella città vecchia di Gerusalemme e un altro a Hebron provocarono il decesso di 60 persone.

Le violenze, i disordini e l’insofferenza degli arabi verso i migranti ebrei non fermarono la loro volontà di spostarsi nella Terra promessa. Gli arrivi aumentarono, così come gli insediamenti di chi già si trovava lì. Nel 1933 l’ascesa di Adolf Hitler e della Germania nazista, con il conseguente propagarsi di varie forme di antisemitismo, aumentarono le migrazioni nella regione mediorientale. Che costituirono la quarta aliyah. Di fronte all’esplodere del fenomeno migratorio, la popolazione araba, il 15 aprile del 1936, organizzò uno sciopero generale di protesta, destinato a diventare la prima vera miccia dello scontro tra arabi ed ebrei.

Secondo l’analisi di storici ed esperti, quella data segnò l’inizio della lotta tra le due comunità che, fino a quel momento, pur con screzi e insofferenze, avevano mantenuto un equilibrio politico complesso. Lo sciopero era stato ideato dagli abitanti arabi della Palestina per ribellarsi contro il mandato locale del Regno Unito, che a loro avviso favoriva troppo i nuovi immigrati ebrei. In quella circostanza furono uccisi tre cittadini israeliani e, come risposta, il gruppo autonomo sionista Irgun Zvai Leumi attaccò alcuni lavoratori arabi a Tel Aviv. Ciò che ne seguì furono fatti molto violenti, che accesero una miccia di fatto mai spenta negli anni. Vennero uccisi altri ebrei e la polizia inglese reagì, ammazzando altri sei arabi. Da maggio e a ottobre di quell’anno morirono 80 israeliani, 40 arabi e 33 militari britannici. Quello fu il primo vero scontro tra arabi e israeliani. E da quel momento, infatti, l’urgenza di due Stati diversi si fece prioritaria.

Nel 1937, la commissione Peel (a opera del governo inglese) ipotizzò la nascita di un piccolo Stato ebraico, che non comprendeva il Negev, la metà orientale del lago di Galilea e Gerusalemme (che rimaneva sotto il proprio controllo). Nel rapporto nacque la prima ipotesi dell’esistenza di due Stati, uno ebraico e uno arabo. E se la maggior parte degli israeliani accettava questa possibilità (contestando però i confini stabiliti dal collegio), gli arabi respingevano anche solo l’idea di una spartizione. Così, alla fine del 1937, proseguirono violenze e rappresaglie. E se una parte di israeliani proponeva metodi più diplomatici per ottenere una propria nazione, dall’altra i gruppi più estremisti, definiti “revisionisti” (che contribuirono a costituire la futura destra israeliana), appoggiarono forme più radicali. Ma lo scenario politico in Palestina e il suo equilibrio cambiarono un’altra volta nel 1938, quando gli inglesi cercarono di migliorare i loro rapporti con gli arabi, in chiave anti-tedesca. Così Londra raffreddò i rapporti con gli israeliani e dal 1939 adottò il Libro bianco Mac Donald, che imponeva una serie di limitazioni agli ebrei: dai visti di ingresso per la Palestina (che si ridussero a 75mila), fino a una riduzione della possibilità di acquistare terre.

Gli israeliani avversarono il Libro bianco, ma la Seconda guerra mondiale portò le gerarchie in Palestina a fronteggiare Hitler e l’antisemitismo. Così Ben Gurion, una delle più importanti personalità ebraiche e futuro primo premier d’Israele, stabilì che la linea da seguire fosse quella di affiancare gli inglesi nel combattere il nazismo come se il Libro bianco non fosse mai esistito e, viceversa, lottare il Libro bianco come se il conflitto non si fosse mai consumato. Fu così che diverse organizzazioni sioniste si adoperarono per aggirare le regole che volevano limitare la presenza degli ebrei nel Paese.

La fanteria di Israele nel deserto del Negev in uno scatto degli anni Quaranta (LaPresse)
La fanteria di Israele nel deserto del Negev in uno scatto degli anni Quaranta (LaPresse)

Nel 1942 in una conferenza straordinaria sionista, a New York, venne deciso di non potere più dipendere da Londra, di dovere cercare altri sostegni e soprattutto di puntare alla costituzione di uno Stato ebraico a tutti gli effetti. Una volta concluso il secondo conflitto mondiale, in Europa, migliaia di sopravvissuti alla shoah riconobbero la propria identità soltanto in quella ebraica, con la volontà di raggiungere la Palestina, percepita come l’unico luogo sicuro dopo gli orrori dell’olocausto. Nel 1946, in occasione del XXII congresso sionista, si impose definitivamente la visione di Ben Gurion, che divenne la più influente personalità d’Israele. Dopo la guerra, l’allora primo ministro inglese, Ernest Bevin, proponeva di avviare uno Stato palestinese unitario, all’interno del quale potessero convivere ebrei e arabi. Tuttavia, nel febbraio del 1947, arrivò l’annuncio ufficiale del governo inglese di rinunciare al mandato assegnato nel 1920 dalla Società delle nazioni. Aprendo un varco (politico e sociale) destinato a non chiudersi.

Dopo l’annuncio inglese, nel 1947, una convergenza sovietica e americana propose la spartizione della Palestina. Il progetto venne sottoposto al giudizio delle Nazioni Unite. L’idea, in particolare, prevedeva la nascita di due Stati: quello arabo, che avrebbe dovuto coprire il 42,8% del territorio (con 800mila abitanti arabi e 10mila ebrei); e quello ebraico che, invece, avrebbe compreso il 56,4% del territorio (con 500mila ebrei e 400mila arabi). Gerusalemme e i luoghi sacri delle tre religioni monoteiste (islam, ebraismo e cristianesimo) sarebbero rimasti sotto l’amministrazione dell’Onu. A opporsi più di tutti gli altri, ovviamente, fu la comunità araba. Ma il 29 novembre del 1947 la proposta ottenne la maggioranza dei voti e l’approvazione finale del progetto da parte dell’Assemblea generale. La decisione, positiva per la comunità ebraica palestinese, non fece altro che acuire le tensioni e il giorno dopo il voto, un bus che trasportava israeliani civili da Netanya a Gerusalemme fu colpito da tre arabi, che lo distrussero lanciando granate e sparando. Il bilancio di quell’episodio fu di cinque passeggeri morti e segnò l’inizio della guerra. Nell’arco di poche settimane, infatti, altri 80 israeliani vennero assassinati nel Paese. E fu proprio in quel momento che iniziò un vero e proprio assedio dei quartieri ebraici della città da parte degli arabi. Nello stesso momento, però, si intensificò anche l’attività eversiva dell’Irgun e della banda Stern, due organizzazioni paramilitari sioniste che avevano come intento l’allontanamento della Gran Bretagna dal territorio palestinese (l’Irgun venne, infatti, giudicato un gruppo terrorista dagli inglesi). I due gruppi estremisti ebraici scelsero di esasperare il clima attraverso la paura e la tensione, rifiutando la linea del dialogo ritenuta troppo debole.

In questo contesto, scoppiò il primo conflitto ufficiale tra i due gruppi. L’Haganah, l’organizzazione paramilitare ebraica che venne poi integrata dalle forze armate dello Stato d’Israele, nel 1948 addestrò migliaia di profughi e organizzò l’occupazione di alcuni punti strategici del territorio, conquistando diverse aree a maggioranza araba. Nel corso della primavera di quell’anno, il conflitto si inasprì, soprattutto nei combattimenti per mantenere il controllo (o conquistarlo) della strada da Tel Aviv a Gerusalemme. Il 9 aprile, l’Irgun, nel corso di una pesante offensiva nei confronti del villaggio arabo di Deir Yassin sterminò gli abitanti. La rappresaglia araba costò la vita a 77 persone, tra medici, infermieri e pazienti ebrei su un mezzo che li trasportava verso un ospedale di Gerusalemme. E settimana dopo settimana, l’Irgun riuscì a imporsi con la forza, controllando le città di Tiberiade, Haifa e Jaffa, mentre gli arabi cercavano di mettersi in salvo in Transgiordania e in Libano. Il 14 maggio del 1948, dopo settimane di violenze inaudite, venne proclamato ufficialmente lo Stato d’Israele. Che si proponeva di essere una nazione laica e che prometteva l’uguaglianza tra tutti i suoi cittadini. Ben Gurion, in quella circostanza, venne indicato come primo presidente del Consiglio e poco dopo la cerimonia solenne a Tel Aviv, gli Stati Uniti e l’Unione sovietica riconobbero la validità della nuova formazione. I Paesi arabi, come l’Egitto, la Siria, la Transgiordania, il Libano e l’Iraq, invece, dichiararono guerra alla nuova nazione israeliana e le loro truppe riuscirono a entrare nel territorio.

David Ben Gurion, primo ministro e ministro della Difesa, parla con Felix Rosenbluty ministro della Giustizia del primo governo di Israele (LaPresse)
David Ben Gurion, primo ministro e ministro della Difesa, parla con Felix Rosenbluty ministro della Giustizia del primo governo di Israele (LaPresse)

Ne seguì un bombardamento aereo egiziano su Tel Aviv, che provocò più di cento vittime. Il giorno seguente, i militari inglesi lasciarono definitivamente lo Stato e l’avanzata araba si compì dalla parte meridionale e orientale del Paese. Se le forze ebraiche e arabe risultavano allo stesso livello, diversi fattori favorirono Israele. Gli ebrei, infatti, che apparvero più motivati a difendere uno Stato finalmente loro, presentavano maggiori capacità militari e conoscevano meglio il territorio rispetto a egiziani, iracheni, giordani e siriani. Inoltre, tra gli arabi esisteva un problema oggettivo di divisioni, diffidenze reciproche e diversi progetti di espansione nel Paese. Gli israeliani risultarono sicuramente più bravi e più organizzati degli arabi e dimostrarono di avere una visione più precisa del futuro, trasformando l’Haganah nell’esercito dello Stato d’Israele. Nel frattempo, migliaia di palestinesi lasciarono le loro abitazioni e i loro villaggi, perché controllati dagli israeliani.

Il primo cessate il fuoco imposto dalle Nazioni Unite arrivò l’11 giugno del 1948: in quel momento, emerse il fatto che Israele possedeva più terreno rispetto a quello che aveva all’inizio. Nelle settimane successive, Folke Bernadotte, mediatore Onu, propose un primo piano di spartizione che, però, venne respinto da entrambe le parti. Ben Gurion riuscì a imporre la sua linea e fermò la guerra parallela portata avanti dall’Irgun (sciolta successivamente), ordinando loro di non agire più. La tregua finì nel luglio dello stesso anno e i combattimenti ripresero nella capitale, nel nord e nel Negev. Nelle settimane successive, gli israeliani riuscirono a conquistare la città araba di Nazareth e in un’ultima fase di combattimento conquistarono tutta la Galilea. Alla fine dell’anno, l’esercito sionista, penetrato nel Sinai, fu costretto al ritiro dalla Gran Bretagna. L’esito del primo conflitto arabo-israeliano portò risultati positivi soltanto a Israele, che ottenne quasi tutto ciò per cui aveva combattuto, tranne la parte antica e orientale di Gerusalemme (che rimase ai giordani). Uno degli ultimi atti di quel primo sanguinoso conflitto fu compiuto dalla banda Stern, che il 17 settembre del 1948 uccise a Gerusalemme Bernadotte.

Il corpo di Folke Bernadotte, dopo esser stato ucciso il 17 settembre 1948 (LaPresse)
Il corpo di Folke Bernadotte, dopo esser stato ucciso il 17 settembre 1948 dalla banda Stern (LaPresse)

L’anno dopo, il sostituto inviato dall’Onu, Ralph Buche, impose la fine delle ostilità e tra il febbraio e l’aprile del 1949 Israele firmò l’armistizio con Egitto, Transgiordania, Libano e la Siria. La guerra trasformò circa 700mila palestinesi arabi in profughi: inoltre, la Transgiordania di re Abdullah si prese la Cisgiordania e l’Egitto esercitò il suo controllo sulla Striscia di Gaza.

Il 25 gennaio del 1949 le prime elezioni in Israele formarono anche il primo parlamento, denominato Knesset. La maggioranza, in quel caso, andò al partito di Ben Gurion e di Golda Meir, il Mapai. Nel 1950, il nuovo esecutivo promulgò la Legge del ritorno, che garantiva a ogni cittadino di madre ebrea il diritto a emigrare in Israele, diventandone automaticamente cittadino. Anche grazie a misure di questo tipo, la popolazione di Israele in poco tempo raddoppiò. Nel 1953 fu approvata la norma che consentiva l’acquisizione delle terre lasciate dai profughi palestinesi arabi e l’esproprio dei loro territori per redistribuirli agli ebrei.

Golda Meir e Richard Nixon. Dietro di loro Henry Kissinger (LaPresse)
Golda Meir e Richard Nixon. Dietro di loro Henry Kissinger (LaPresse)

E come risposta a quella che veniva percepita come un’occupazione vera e propria, arrivavano gli attacchi dei feddayn, combattenti arabi che attraversavano le frontiere per assassinare (spesso con attentati terroristici) altri cittadini israeliani. E a ogni colpo dei militanti palestinesi corrispondeva una rappresaglia da parte degli estremisti ebrei. Parallelamente a questi disordini, in Egitto, un colpo di stato militare deponeva il sovrano, re Faruk, e metteva al potere il generale Gamal Abdul Nasser, che divenne una vera e propria leggenda nel mondo arabo (e non solo).

Fin dal principio, il generale egiziano attuò una politica di distaccamento graduale dalle forze occidentali, che da tempo cercavano di mantenere il controllo della zona. Nel secondo dopoguerra, Nasser decise di non schierarsi politicamente e operò la scelta di non allinearsi ai due blocchi americano e sovietico. E in questo clima, sicuramente incerto, Francia e Inghilterra cercarono più di un pretesto per scatenare un conflitto nell’area, sollecitando il neonato stato d’Israele a colpire l’Egitto. Così, il 29 ottobre del 1956, i paracadutisti israeliani vennero inviati sul Sinai, avviando un’invasione che, in poco tempo, si trasformò in una vera e propria occupazione di tutta la penisola. L’allora presidente americano, Dwight Eisenhower, dichiarò di non essere stato informato dell’attacco e criticò l’azione israeliana. In pochi mesi, quindi, sia l’Unione sovietica, sia gli Stati Uniti, imposero un cessate il fuoco, minacciando un intervento su Israele. Il Capo della Casa Bianca, rieletto, nel marzo 1957 costrinse gli israeliani a ritirarsi dal Sinai, dietro l’assicurazione egiziana che sarebbe stato rispettato il libero passaggio delle navi israeliane attraverso lo stretto di Tiran (snodo fondamentale nell’area).

E se da una parte, nei primi anni Cinquanta, Israele riusciva a passare un periodo relativamente stabile di pace, la questione palestinese si faceva più urgente: i profughi erano tanti ed erano sparsi nelle regioni confinanti con la Palestina, costretti a vivere di fatto un esilio forzato. Da lì, alla fine degli anni Cinquanta, si impose l’idea di lavorare a una causa palestinese senza l’aiuto di altri Paesi arabi (concentrati più sui loro interessi). Nel 1959 nasceva il Movimento per la liberazione della Palestina, per iniziativa di Yasser Arafat, Khalil Wazir e Salah Khalaf. E, successivamente, anche l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (gestita nei fatti dall’Egitto di Nasser). Nel 1964, nella vicina Siria, un colpo di Stato metteva ai vertici del Paese Hafez al Assad, del partito Ba’ath. Nello stesso anno si accese un violento e improvviso conflitto tra i due Paesi confinanti, motivato dalla scelta siriana di deviare un paio di affluenti del Giordano in modo da procurarsi nuove fonti idriche.

(Infografica di Alberto Bellotto)

L’esito di quella contesa non si trasformò in una guerra, ma contribuì a esasperare i rapporti tra Paesi. Nel 1967, Nasser, pronunciandosi contro Israele, chiese e ottenne il ritiro dei contingenti delle Nazioni unite dal Sinai e nel maggio dello stesso anno l’Egitto annunciò la chiusura dello stretto di Tiran e innescò un’altra crisi internazionale. Il preambolo della Guerra dei sei giorni, che confermò la supremazia militare israeliana. Un nuovo governo israeliano di unità nazionale decise di attaccare preventivamente l’Egitto e la Siria e il 5 giugno del 1967 compì una spettacolare operazione militare. La forza aerea israeliana venne impiegata per colpire quella egiziana, siriana, irachena e giordana, mentre l’esercito di terra avanzava nel Sinai. Sfondando le linee egiziane e costringendole alla resa, Israele aveva già imposto la sua forza. Il 7 giugno avanzò in Cisgiordania e prese Gerusalemme Est e la città vecchia. Il giorno seguente, l’esercito israeliano arrivò al canale di Suez e, infine, il 9 giugno il governo siriano abbandonò le alture del Golan. La guerra durò fino al 10 giugno, quando venne imposto il cessate il fuoco dell’Onu. E fu così che, in soli sei giorni, Israele cambiò il proprio aspetto militare, mostrandosi potente come mai prima di quel momento.

(Infografica di Alberto Bellotto)

Lo scontro arabo-israeliano non si fermò nemmeno dopo la fine della Guerra dei sei giorni. Ma, anzi, proseguì. Nel settembre del 1973, uno scontro aereo tra Siria e Israele determinò l’inizio del quarto conflitto che vedeva contrapposte le due forze. Nasser era morto di infarto qualche anno prima e al suo posto, in Egitto, come primo ministro fu nominato Anwar al-Sadat, che doveva imporre la sua figura sul “fantasma” del suo predecessore. Il 5 ottobre di quell’anno, Israele stava celebrando la festa dello Yom-Kippur, la ricorrenza dell’espiazione contraddistinta dal digiuno e dalle lunghe preghiere all’interno delle sinagoghe. In quella circostanza, Egitto e Siria attaccarono improvvisamente Israele: le truppe egiziane passarono il canale e iniziarono ad avanzare nel Sinai, mentre i siriani provavano a riprendersi parti delle alture del Golan.

(Infografica di Alberto Bellotto)

Il governo israeliano, impreparato all’evenienza di un altro conflitto, dovette mettere il massimo sforzo per ripristinare il proprio potere e, soprattutto, per evitare un alto numero di vittime. In due giorni, però, le forze israeliane ripresero ogni controllo, inviando sui due fronti un ingente numero di soldati e di mezzi, fermando gli intenti di Egitto e Siria. Iniziò, poi, il contrattacco, con l’esercito israeliano che a direttamente a Damasco entro con i carri armati. Il 23 ottobre, le Nazioni Unite imposero nuovamente un cessate il fuoco su tutti i fronti e, ancora una volta, Israele vinse la guerra, almeno sul piano militare. Perché, questa volta, sul piano politico le cose andarono diversamente: lo Stato ebraico aveva mostrato agli avversari e agli altri attori internazionali la propria fragilità. Questo elemento travolse il partito laburista israeliano, aprendo la strada ai partiti di destra.

Gif animata con l’offensiva egiziana nel Sinai.

 

Al termine di quel conflitto, che contribuì a cambiare l’assetto politico israeliano, si aprì un altro scenario di guerra. Quello tra Israele e il Libano, dove si erano rifugiati negli anni circa 400mila profughi palestinesi e dove l’Olp aveva spostato il proprio quartier generale. Nel 1975 l’’insofferenza generata dalla convivenza di tanti gruppi diversi e un attacco a Pierre Gemayel, fondatore della Falange (un’organizzazione cristiana di destra), provocarono, per reazione, l’uccisione di alcuni palestinesi. La guerra civile libanese era iniziata così, con ‘’intervento della Siria e il massacro di tantissimi profughi. Nel marzo del 1978, un commando dell’Olp sbarcò sulla costa israeliana, uccise una donna e si impossessò di un autobus, ferendo a morte i 39 passeggeri a bordo. L’azione determinò la scelta di invadere il Libano da parte dell’esercito israeliano, che uccise decine di guerriglieri e distrusse tutti gli insediamenti dell’organizzazione palestinese. Israele, dal Libano, si ritirò tre mesi dopo, quando arrivarono i reparti di zona dell’Onu e nel 1981, la destra israeliana si impose anche al governo, con la vittoria del partito Likud.

Un Mirage vola al confine tra Libano e Siria (LaPresse)
Un Mirage vola al confine tra Libano e Siria (LaPresse)

Menachem Begin divenne primo ministro e Ariel Sharon (futuro premier e figura contraddittoria del Paese) andò a capo della Difesa. Nel 1982, le truppe israeliane attraversarono ancora il confine libanese per rispondere a lanci di missili e quella che fu definita “Pace in Galilea” sancì l’inizio della quinta guerra arabo-israeliana (la prima per la quale non c’era un reale consenso popolare). Sharon assicurò che l’azione militare avrebbe avuto un raggio limitato, ma anche quell’operazione risultò piuttosto vasta. Anche perché avrebbe dovuto distruggere tutti i centri dell’Olp in Libano (che infatti se ne andò) e avrebbe dovuto portare alla presidenza del Paese proprio Gemayel (con il quale Israele avrebbe potuto consolidare un rapporto di pace duraturo). Il leader cristiano libanese, infatti, salì al potere, ma venne assassinato.

La situazione, dopo il trasferimento dell’Olp in Libano e l’uccisione di Gemayel (attribuita a un gruppo di palestinesi) si fece sempre più complicata e difficile. I cristiani maroniti, infatti, attribuirono pubblicamente al movimento di Arafat la responsabilità della morte di decine di migliaia di membri del loro popolo. I palestinesi rimasti in Libano erano tutti concentrati nei campi profughi di Sabra e Shatila e il 17 settembre del 1982, le due aree vennero circondate dall’esercito israeliano, che autorizzò le milizie falangiste a entrare e a compiere, di fatto, un massacro della popolazione palestinese.

Quell’operazione, che provocò la morte di migliaia di persone, sconvolse l’opinione pubblica israeliana e quella internazionale. Il governo fu costretto ad aprire un’inchiesta, che portò poi alle dimissioni di Sharon (percepito come il responsabile di quell’operazione controversa). Dopo varie proteste, Israele si ritirò da tutto il Libano, tranne che dalla fascia meridionale nella zona di confine.

La parola intifada, in arabo, significa “rivolta“, “sollevazione”, “sussulto”. E a quel sostantivo, nell’immaginario collettivo, sono subito collegate le immagini dei tanti volti coperti dalla kefiah, il tradizionale copricapo palestinese. E magari il lancio di qualche sasso. Negli anni Ottanta, dopo il conflitto in Libano, Israele impose la propria presenza nel Paese con l’intensificarsi di altri insediamenti in Cisgiordania. Il fenomeno dei coloni, ebrei residenti in luoghi circondati da villaggi arabi, lamentarono una situazione di sofferenza e di assedio, alimentando episodi di violenza e di razzismo nei confronti degli abitanti arabi. Dal 1983, l’occupazione israeliana in Cisgiordania e a Gaza incontrò diverse forme di resistenza, armata più che altro di pietre e bastoni. Nel dicembre del 1987, in un incidente provocato da un camion militare, morirono quattro lavoratori arabi di Gaza e questo fatto (che non era un atto di guerra) scatenò nuovamente l’ira e il conflitto tra le due parti. I palestinesi cercarono di bloccare l’ingresso ai villaggi e il loro corpo divenne il mezzo per fermare ogni tipo di avanzata israeliana. La prima intifada non fu provocata da un’azione mirata, ma da un evento del tutto accidentale che, però, aveva convogliato la rabbia di chi dal 1948 era stato costretto a un esodo forzato dalla Palestina. L’esercito israeliano reagì con la forza e per fermare le proteste utilizzò lacrimogeni e proiettili (veri e di gomma). E l’anno dopo, nel 1988, da quei disordini nacque anche Hamas, un altro potente movimento di resistenza islamico.

Dal termine della prima intifada all’inizio della seconda, nel settembre del 2000, Israele cambiò più di una volta il proprio aspetto (soprattutto politico). Ci fu la prima guerra del Golfo, i bombardamenti di Saddam Hussein su alcune città israeliane, un’incessante lotta sotto traccia tra israeliani e palestinesi e, infine, un piano di pace, che prese forma con gli accordi di Oslo del 1993. Poi, un susseguirsi di cambi al vertice, tra destra e sinistra. Ma il 28 settembre del 2000, Sharon, diventato il nuovo leader del Likud, fece il suo ingresso alla spianata delle Moschee, uno dei luoghi sacri di Gerusalemme e di tutto l’islam, per provocare una forte reazione musulmana. Che infatti arrivò. Il suo gesto, in effetti, centrò l’obiettivo di innervosire gli arabi che, nello stesso giorno, scesero in piazza e lanciarono pietre contro la polizia israeliana.

Ne seguì un acuirsi delle rivolte, con l’uccisione di quattro arabi palestinesi e il ferimento di persone. Quella fu la seconda intifada, che provocò disordini più gravi, anche sul piano politico. In quella circostanza, i rivoltosi palestinesi scelsero di utilizzare le armi da fuoco e molti cittadini israeliani di etnia araba furono coinvolti nella protesta. Tra le cause di quella nuova crisi ci furono, ancora una volta, la frustrazione dei palestinesi cacciati e la mancanza (ancora una volta) di un loro Stato.

Nell’ottobre del 2015, una nuova ondata di proteste violente venne definita l‘intifada dei coltelli, per il fatto che la maggior parte delle azioni e degli attacchi furono perpetrate con armi da taglio contro i militari israeliani. Sicuramente meno violenta delle prime due, fu una forma di lotta che si concretizzò contro decine di israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme. Diversi militari vennero uccisi a causa delle ferite delle armi da taglio o investiti volontariamente da alcuni veicoli guidati dai terroristi. In quel caso, però, le insurrezioni non ebbero l’appoggio ufficiale delle organizzazioni di resistenza e l’intifada risultò meno efficace delle altre due. Nell’intricato panorama politico arabo-israeliano contemporaneo non esistono però contingenze definite. Esiste un equilibrio precario, alimentato da continui mutamenti, che determinano, a loro volta, altri mutamenti. Ed esiste oggi una convivenza complessa, spesso appesantita e aggravata da interessi politici (e storici) che, nel tempo, hanno motivato la morte o la sopravvivenza di migliaia di individui. Non solo in Palestina.


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