Che cos’è Hamas

Hamas è l’acronimo di Harakat al Muqawama al Islamiyya, che tradotto dall’arabo significa “movimento islamico di resistenza”. Ma la parola stessa, Hamas, indica anche il termine “entusiasmo“. Nel mondo, chiunque si raccolga sotto questo nome, sotto la sua bandiera e ne senta l’appartenenza fa parte di un’organizzazione palestinese di carattere politico e paramilitare che, formalmente, esiste da trent’anni. E che attraversa più di un confine geografico.

Per alcuni, Iran, Russia, Cina, Norvegia, Svizzera, Brasile, Turchia e Qatar, Hamas rappresenta soltanto un partito. Per altri, come Unione europea, Stati Uniti, Israele, Canada, Egitto e Giappone, è a tutti gli effetti un’organizzazione terroristica. Nei fatti si tratta di un movimento politico di ispirazione religiosa che controlla territori, gestisce istituzioni sanitarie e scolastiche e possiede un’ala armata, chiamata brigate al Qassam.

Per una parte di mondo, Hamas è semplicemente un pericolo. Per gran parte dei palestinesi, invece, negli ultimi decenni, il movimento si è fatto portavoce di istanze ritenute fondamentali per la sopravvivenza del concetto stesso di Palestina. Negli anni ha pagato una sorta di pensione alle famiglie dei suoi miliziani morti e ha risarcito diversi cittadini, che avevano perso l’abitazione durante i bombardamenti israeliani. Nel tempo ha schiacciato, in termini di popolarità, persino lo storico movimento di al Fatah, contro cui si è innescato un vero e proprio conflitto. Politico e sociale.

Prima della sua fondazione ufficiale, nel 1987, il gruppo formò la propria identità grazie all’intervento dei Fratelli musulmani. Fino alla Guerra dei sei giorni del 1967, Gaza era controllata dall’Egitto e il presidente Gamal Abdel Nasser contrastava fortemente i gruppi estremisti della fratellanza musulmana. Ma al termine del conflitto, quando Israele si impose sul territorio, paradossalmente, la formazione riuscì ad avere più libertà di movimento a Gaza. Tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, il gruppo venne finanziato (direttamente e indirettamente) da Stati come l’Arabia Saudita e la Siria. All’epoca il gruppo, una sorta di semplice associazione islamica, ritenuta un ramo caritatevole della formazione che stava nascendo, venne registrato e riconosciuto in Israele. E persino Menachem Begin, appena eletto primo ministro per il partito di destra Likud, nel 1977, consentì la registrazione della formazione collegata ai Fratelli musulmani. In quegli anni, infatti, la principale preoccupazione dei politici israeliani nei territori occupati erano principalmente le organizzazioni laiche e nazionaliste (come l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e Fatah).

Anche se sembra impossibile crederlo oggi, almeno all’inizio il gruppo si astenne dalla politica militante durante gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, concentrandosi più su questioni sociali ed etiche, come la lotta alla corruzione, l’amministrazione degli organi di solidarietà e l’organizzazione di progetti comunitari. Il che alimentò la popolarità tra i civili palestinesi. Le cose iniziarono a cambiare verso la metà degli anni Ottanta, quando il movimento vide l’imporsi della personalità dello shaykh Ahmad Yasin, considerato padre fondatore di Hamas e uomo dal temperamento sicuramente più aggressivo e meno disposto alla diplomazia. Fu da quel momento che iniziarono gli attriti più concreti con gli altri gruppi palestinesi di ispirazione più laica. E risale al 1984 la scoperta di un deposito di armi del gruppo di Yasin, dopo una segnalazione di alcuni membri di al Fatah. In quella circostanza, lo stesso Yasin, arrestato e poi interrogato, avrebbe affermato che quelle armi non sarebbero state impiegate contro Israele, bensì contro i gruppi palestinesi antagonisti. Quella confessione accelerò i tempi della sua scarcerazione, che avvenne l’anno successivo. Il movimento, infatti, almeno all’inizio, più che una reale minaccia allo Stato ebraico venne percepito come l’avversario politico perfetto di al Fatah e di Yasser Arafat. Elemento che lo rese leggermente meno ostile a Israele, che lo percepì più come un nemico dei suoi nemici, che una minaccia concreta. Tuttavia le cose cambiarono velocemente.

Ma per comprendere bene l’ideologia che diede origine ad Hamas, è necessario conoscere altrettanto a fondo l’identità di una delle menti che costituì il gruppo. Perché lo sheykh Ahmad Labous Yasin non è stato soltanto il capo spirituale del movimento islamico, né un politico qualunque. Ma è stata l’immagine di un uomo capace di mutare il proprio aspetto politico nel tempo, mimetizzandolo perfettamente alla storia e al suo evolversi. Secondo Israele è stato il diretto responsabile della morte di centinaia di civili, soprattutto israeliani, in numerosi attentati terroristici. Nacque nel 1937 nel villaggio di al Jora, non lontano all’attuale Ashkelon e, secondo quanto riporta un articolo del New Yort Times, a 12 anni divenne tetraplegico a causa di un incidente sportivo. Durante il primo conflitto arabo-israeliano del 1948, si trasferì a Gaza e nonostante la sua disabilità studiò all’università al Azhar del Cairo, in Egitto. E fu proprio in quel periodo si avvicinò e aderì ai Fratelli musulmani. Hamas la fondò nel 1987 e l’organizzazione fu, a tutti gli effetti, l’ala palestinese della fratellanza musulmana. Nel 1989 fu sospettato di aver ordinato l’uccisione di alcuni cittadini palestinesi colpevoli di aver collaborato con lo Stato ebraico e venne fatto arrestare. Fu condannato al carcere a vita da Israele per il rapimento e la morte di due soldati, ma nel 1997 venne rilasciato in cambio della liberazione di due agenti del Mossad, prigionieri in Giordania (i due furono ritenuti i responsabili del tentato assassinio di Khaled Mesh’al, uno degli altri leader storici di Hamas).

Shayk Ahmad Yasin, tra gli ideatori di Hamas

Dopo il suo rilascio, guidò Hamas e invitò il popolo palestinese a una rinnovata resistenza contro l’occupazione di Israele. La guerriglia ammise anche attentati suicidi contro obiettivi civili e militari israeliani. Nel corso della sua vita e nelle varie fasi di trattativa tra le autorità palestinesi e lo Stato ebraico, Yasin fu (più volte) trasferito in carcere, posto agli arresti domiciliari e poi rilasciato (anche grazie alla pressione dei suoi sostenitori). Dichiaratamente nel mirino di Israele (ufficialmente dal giugno del 2003), riuscì  a salvarsi da diversi attacchi. Ma morì, assassinato a Sabra, il 22 marzo del 2004, mentre usciva dalla moschea dove quotidianamente aveva continuato a recarsi per pregare: in quella circostanza, due elicotteri dell’esercito israeliano decollarono da un nascondiglio e con alcuni missili lo colpirono a morte, insieme al figlio e a un gruppo di persone insieme a lui. Come riporta sempre il New York Times, dopo l’uccisione del leader del movimento islamico palestinese, Boaz Ganor, già capo dell’International Policy Institute for Counter-Terrorism in Israele, disse che Hamas, dopo aver perso il proprio padre spirituale, avrebbe avuto “una motivazione tremenda” per sferrare altri attacchi e, di fatto, vendicarlo. Ma sempre Ganor disse anche che nessuno avrebbe potuto prendere il suo posto all’interno del movimento e che nessuno sarebbe stato in grado di influenzarlo come fece lui: “La persona che impostò la politica strategica di Hamas, che li ha incitati e ha aperto la strada non c’è più ed è insostituibile”. L’appellativo “shaykh” glielo diedero i suoi seguaci, nonostante non avesse mai frequentato davvero una madrasa, cioè una scuola coranica che avrebbe potuto conferirgli questo titolo.

Ufficialmente nacque nel 1987, quando l’acronimo “Hamas” apparve per la prima volta in un volantino che accusava i servizi segreti israeliani di “minare la fibra morale dei giovani palestinesi” per poterli reclutare come collaborazionisti. Nel dicembre dello stesso anno, in un incidente provocato da un camion militare, morirono quattro lavoratori arabi di Gaza e questo episodio (che non fu un atto di guerra premeditato) scatenò un nuovo conflitto tra israeliani e palestinesi. Per la prima volta, gli arabi cercarono di bloccare l’ingresso ai villaggi, utilizzando come arma i loro corpi. Quello fu l’inizio della prima intifada, alla quale Israele risposte con la forza. L’anno dopo, nel 1988, da quei disordini e da quella rabbia nacque ufficialmente Hamas. L’uso della forza del movimento si concretizzò con delle “azioni punitive contro i collaborazionisti”, arrivando fino agli obiettivi militari israeliani.

Un sostenitore di Hamas

I metodi di lotta e di resistenza, che all’inizio prevedevano più una battaglia sociale e di solidarietà, mutarono con il tempo. Così come cambiò la sua retorica, anche in base al luogo di appartenenza, che contribuì a differenziare alcune correnti all’interno del gruppo stesso. L’attività di Hamas in Cisgiordania, infatti, ebbe uno sviluppo diverso rispetto a quello di Gaza. Il movimento costituì una parte integrante del movimento islamico giordano, che a lungo restò allineato con il regime hashemita. Un’altra differenza sostanziale, poi, fu che i fratelli musulmani in Cisgiordania appartenevano a una classe socio-economica più elevata, costituita da commercianti, proprietari terrieri, burocrati e professionisti della borghesia.

Alla sua nascita, venne diffuso anche un documento che ne decretò a tutti gli effetti la fondazione. Approvato nell’agosto del 1988, la Carta del movimento di resistenza islamico, non definiva in modo particolare la struttura dell’organizzazione, ma dava alcune precise indicazioni sui motivi della sua esistenza. Come, per esempio, la necessità della conquista dell’intera Palestina e il fatto che all’interno del movimento ci fosse una guida suprema, ruolo di massima autorità politica e religiosa, che poteva prendere le decisioni più importanti. Le più alte istituzioni riconosciute di Hamas sono ancora l’ufficio politico (che funziona da ministero dell’Informazione e degli Esteri) e il Consiglio. Chiamato, in arabo, shura, comprende circa 50 membri ed è composto da figure importanti del mondo religioso islamico presenti nel movimento. Esiste poi il Da’wa, parola che significa “la chiamata”, una rete che gestisce l’attività di reclutamento, di assistenza sociale e di raccolta fondi all’estero.

Da sempre, in particolare all’inizio della sua fondazione, l’organizzazione ha promosso diversi programmi considerati quasi di previdenza sociale e istruzione a favore della popolazione palestinese. Per i suoi oppositori, invece, quegli stessi programmi sono considerati come forme di propaganda e reclutamento. Profondamente radicati nella Striscia di Gaza, includono ancora istituti religiosi, medici e forme di solidarietà verso i ceti sociali meno abbienti. È parere di molti credere che Hamas abbia potuto contare (e conti ancora) sull’aiuto di fedelissimi non riconosciuti come membri effettivi del movimento e che possa ricevere soldi da esuli palestinesi sparsi in giro per il mondo o da benefattori provenienti da diversi Paesi arabi.

Il nome corretto, per intero, è Brigate Ezzedin al Qassam e costituiscono il braccio armato di Hamas. Prendono il nome da ‘Izz al Din al Qassam e furono create nel 1992 sotto la direzione di Yahya Ayyash. Lo scopo principale della formazione era quello di costituire un efficace gruppo militare a sostegno di Hamas. Soprattutto all’inizio, tra i fini del movimento c’era quello di bloccare i negoziati nati dagli accordi di Oslo. Oltre a essere ritenuti i responsabili di diversi attacchi contro i civili, all’inizio della seconda intifada (cioè il 28 settembre del 2000), le brigate divennero uno dei principali obiettivi di Israele. Le brigate al Qassam, il cui comandante generale è Mohammed Deif, sono nella lista delle organizzazioni terroristiche di Unione europea, Stati Uniti, Australia, Regno Unito e Israele. Del capo della formazione esistono poche informazioni: per molto tempo è parso come una figura evanescente, come spesso accade ai leader del Medio Oriente. Di lui non ci sono foto o video recenti che lo ritraggano. In diverse circostanze è stato dato per morto, ma per ora nessuna notizia parla del suo decesso. Una decina di anni fa avrebbe perso gambe e braccia in un tentativo di assassinio da parte di Israele e nessuno può descrivere, con certezza, i tratti del suo volto.

Dal momento della sua formazione a oggi, Hamas ha potuto godere dell’appoggio di diversi alleati nella regione. Il primo, il più vicino, è stato la Siria, che negli anni ha fornito un sostegno più che significativo al movimento, visto che molti leader di Hamas vivevano in esilio a Damasco. Ma la situazione nel Paese, tormentato da anni di guerra, ha cambiato ha cambiato i rapporti con il movimento islamico palestinese. Stessa cosa è accaduta all’Iran, dove la guerra civile non c’è ma i cambiamenti politici degli ultimi anni hanno occupato altri spazi, limitando l’attenzione verso Hamas. A sua volta, il movimento al suo interno si è diviso in altri gruppi, che come riportato da Il Post sarebbero due. La prima, quella più vicina al Qatar, è un gruppo considerato più “moderato”, i cui ideali non sono più espressi in maniera efficace dallo statuto fondativo di Hamas. La fazione, per quanto più “centrista”, non ha mai proposto una pace definitiva con il governo israeliano, ma al massimo una tregua di qualche anno. L’altra fazione è composta dagli “iraniani”, cioè dai membri di Hamas più vicini alla Repubblica islamica, meno inclini al compromesso e più favorevoli ai conflitti (soprattutto con Israele). Tra i leader di questa fazione c’è anche Deif, il capo delle Brigate al Qassem.

Dopo anni di proselitismo, colpi mirati e dottrina diffusa, il 25 gennaio 2006, Hamas vinse con il 44% dei voti validi le elezioni legislative, avviando un nuovo corso nella storia politica palestinese. La maggior parte dei voti arrivati alla formazione islamica arrivò da Gaza, mentre quelli per Fatah (che raccolse il 41% dei consensi) si concentrarono in Cisgiordania. La vittoria del gruppo più radicale, inaspettata all’estero, e la formazione di un governo a esclusiva guida di Hamas allarmò Israele, Stati Uniti, l’Unione europea, diverse nazioni occidentali, ma anche tanti Paesi arabi. Forse consapevole di questi timori e di questa sorta di pregiudizio, come riportato dal Guardian, Hamas dichiarò (ben prima della sua vittoria) una sospensione delle sue azioni. La decisione, però, non venne sempre rispettata dalla parte più militante della formazione. Nell’aprile del 2006 ne seguì una rinuncia agli attacchi terroristici, ritenuti non più compatibili con “la nuova era” in cui era entrata l’organizzazione. La conseguenza, comunque, fu l’imposizione di alcune sanzioni e la sospensione dell’invio di aiuti internazionali diretti all’esecutivo palestinese, dai quali dipendeva il sostentamento della popolazione e che poteva essere sospeso soltanto se Hamas avesse riconosciuto l’esistenza di Israele, se avesse accettato gli accordi già stipulati dallo sconfitto partito Fatah e se avesse fermato gli attacchi terroristici contro i civili. Il movimento non accettò ma, nonostante questo, i suoi leader riuscirono a fare entrare nei territori palestinesi abbastanza finanziamenti e donazioni capaci di mantenere servizi di base, di salute e di educazione. L’azione portò all’acutizzarsi del conflitto tra le due parti, soprattutto tra il 2006 e la prima metà del 2007. Hamas e Fatah non riuscirono a raggiungere un accordo per spartirsi il potere e nel dicembre di quell’anno, Mahmud Abbas (diventato leader di Fatah dopo la morte di Arafat) convocò le elezioni anticipate, anche se il movimento islamista contestò la legalità di tenere un’altra tornata elettorale, ribadendo il proprio diritto a governare per tutto il mandato previsto dalla precedente elezione democratica (che li aveva eletti vincitori). Il conflitto tra le due parti si esasperò e Hamas definì la proposta di Abbas un tentato colpo di stato. Il capo di quell’esecutivo, nel 2006, fu il leader di Hamas Isma’il Haniyeh, rimasto oggi il leader della formazione.

Da marzo a dicembre 2006 le tensioni fra Hamas e Israele si fecero più dure, anche a causa dei numerosi omicidi che coinvolsero i suoi vertici. Il 15 dicembre dello stesso anno scoppiarono i primi combattimenti in Cisgiordania, dopo che le forze di sicurezza palestinesi spararono su un raduno di Hamas a Ramallah. In quella circostanza, 20 persone furono ferite nei combattimenti. L’accusa, quella di provare a uccidere il primo ministro Haniya, venne rivolta a Fatah. La lotta proseguì fino al gennaio successivo nella Striscia di Gaza: molti “cessate il fuoco” fallirono, a causa delle continue battaglie.

Un manifestante palestinese

Nel febbraio del 2007 i gruppi rivali palestinesi si incontrarono in Arabia Saudita, alla Mecca, e provarono a raggiungere un accordo, assicurando la fine delle ostilità. Le battaglie però non cessarono mai per davvero e si riversarono ancora una volta nelle strade di Gaza e in meno di venti giorni, decine di palestinesi persero la vita. Nessuna tregua riuscì a fermare la scia di sangue e Hamas ebbe più successo di Fatah in questa fase di conflitto. Secondo quanto riportato da un articolo della Bbc il motivo della loro forza stava nella disciplina e nell’addestramento migliore. In quel periodo, più di 100 palestinesi rimasero uccisi in quella che venne considerata una vera e propria guerra civile. Al termine di quel conflitto, i membri di Fatah furono definitivamente espulsi da Gaza.

 

Altri combattimenti iniziarono il 10 giugno del 2007: il giorno seguente, sempre come riportato dalla Bbc quattro palestinesi vennero uccisi quando Hamas dichiarò di essere al potere nella città settentrionale di Beit Hanun. Il 12 giugno, alcuni combattenti di Hamas circondarono il quartier generale di Fatah a Gaza, dove 500 militanti si erano asserragliati. I militanti della formazione islamista attaccarono l’edificio e dopo diverse ore di lotta presero il controllo dello stabile. Subito dopo vennero prese molte altre postazioni del movimento laico lungo tutta il territorio della Striscia di Gaza. Il 13 giugno Hamas prese il controllo del nord del territorio, dichiarandola “un’area militare chiusa” e chiedendo che tutti, incluse le forze militari di Fatah, consegnassero le proprie armi in pochi giorni. Presa la parte settentrionale, Hamas iniziò a condurre diversi attacchi anche nel sud di Gaza. Al termine di quei giorni, Khan Yunis, Rafah e la maggior parte di Gaza erano sotto il controllo di Hamas. Il 14 giugno, Hamas conquistò anche gli ultimi avamposti di Fatah del territorio, prendendo pieno controllo della città. Hamas sembrò avere la meglio, ma le forze di sicurezza di Fatah in Cisgiordania reagirono agli attacchi contro le loro istituzioni nel territorio controllato dal gruppo islamista. Il 16 giugno, gruppi militanti vicini al movimento laico fondato da Arafat, le brigate dei Martiri di al Aqsa, attaccarono il parlamento controllato da Hamas a Ramallah, in Cisgiordania.

Dopo aver vinto le elezioni legislative palestinesi nel 2006 e dall’anno successivo, Hamas ha iniziato a governare Gaza, mentre Fatah ha mantenuto l’influenza in Cisgiordania. Secondo quanto riportato da un articolo del Post, Hamas nel territorio ha messo in atto diversi precetti della legge islamica, vietando di consumare bevande alcoliche e imponendo diverse limitazioni ai suoi cittadini, in particolare alle donne (come, per esempio, alcune misure relative all’abbigliamento o alla possibilità di girare accompagnate da uomini diversi da propri parenti più stretti o dal proprio marito). Inoltre, le organizzazioni non governative che operano nella Striscia di Gaza e che non garantiscono la segregazione dei sessi sarebbero state osteggiate nel tempo e qualcuna costretta a chiudere. Per assicurarsi che nessuna regola venga violata, Hamas ha costituito nel tempo un corpo di “polizia morale“. Una buona parte del suo successo arriva dalle politiche sociali, utili a tutti quei cittadini che non hanno un’occupazione. Nel 2017 Hamas ha annunciato una presa di distanza dalla fratellanza musulmana, senza riconoscere in alcun modo lo Stato di Israele, ma ha accettato la delimitazione del territorio dello Stato di Palestina entro i confini del 1967.

Nel maggio del 2011, Fatah e Hamas firmarono un accordo di riconciliazione con la mediazione dell’Egitto. Nel maggio del 2014, dopo il raggiungimento di un’intesa, le due fazioni si sono accordate sulla nomina di Rami Hamdullah a primo ministro del governo transitorio di unità nazionale, che ufficialmente si insediò il mese successivo. Le sue dimissioni, rassegnate nel giugno del 2015 per l’incapacità di rendere operativo l’esecutivo all’interno della Striscia di Gaza e i continui dissidi interni, portarono al rinvio dell’appuntamento elettorale, mentre la Cisgiordania e Gerusalemme videro un aumento della violenza. Un passo importante verso la riconciliazione si compì nel settembre del 2014, con lo scioglimento dell’esecutivo di Hamas a Gaza e con l’accettazione da parte del movimento delle condizioni poste dall’Autorità nazionale palestinese (tra cui la decisione di indire elezioni generali).

Dopo la morte di Ahmad Yasin, colpito mentre usciva dalla moschea insieme al figlio e ad altri familiari, venne eletto capo di Hamas a Gaza il medico pediatra Abdel al Aziz al Rantissi, esponente dell’ala più radicale del gruppo. Minacciò Israele più volte, dichiarando che i suoi cittadini sarebbero stati colpiti ovunque. Tuttavia, nell’aprile del 2004 anche lui rimase vittima di un omicidio mirato, compiuto con un missile lanciato da un aereo israeliano. Attualmente, a capo del movimento islamico c’è Haniyeh, che ha preso il posto di Khaled Mesh’al, una delle menti più radicali del gruppo, che ha passato gran parte della sua vita in esilio. Ma che, non per questo, ha avuto meno influenza tra i suoi seguaci.

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