Che cos’è e come funziona il Trattato Open Skies

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Base aerea di Kubinka, oblast di Mosca, luglio 2019. Un quadrimotore americano Oc-135B atterra sulla pista e dopo aver rullato va a posizionarsi a poca distanza dai bombardieri Tu-160 e Tu-95 della Vks (Vozdušno-Kosmičeskie Sily), l’Aeronautica Militare della Federazione Russa, che attendono di decollare. Cosa ci fa un aereo da ricognizione americano in una base russa? Si tratta di una visita di cortesia oppure della partecipazione ad una manifestazione aerea? Niente di tutto questo. L’Oc-135 sta svolgendo una missione che affonda le sue radici nella Guerra Fredda, una missione che prende il nome da un trattato internazionale: il Trattato Open Skies.

Il 24 marzo del 1992, ad Helsinki, il Segretario di Stato americano James Baker sigla, insieme ai rappresentanti di altri 23 Stati, il Trattato Open Skies (Cieli Aperti). Il trattato è diventato operativo il 2 gennaio del 2002 dopo la sua ratificazione da parte di Russia e Bielorussia.

Il Trattato, però, affonda le sue radici più indietro nel tempo, negli anni più “caldi” della Guerra fredda. L’idea, infatti, fu promossa dal presidente degli Stati Uniti Eisenhower. Correva l’anno 1955 ed era un mondo molto diverso: sull’Europa era calata la Cortina di Ferro, che separava i due blocchi contrapposti della Nato e del Patto di Varsavia, l’Unione Sovietica da pochi anni (1949) era entrata nel novero delle potenze nucleari con largo anticipo rispetto alle previsioni americane – grazie, come si saprà poi, alla delazione di scienziati dello stesso Progetto Manhattan – gli Stati Uniti erano ancora in preda delle ultime paure del maccartismo che vedeva il pericolo rosso un po’ ovunque nella società americana (cinema, ambiente scientifico, politica), la rivoluzione castrista a Cuba cominciava ad entrare nel vivo, a Berlino Est era stata soppressa nel sangue una rivolta operaia da parte delle forze sovietiche in Germania (1953), soprattutto la tecnologia satellitare doveva ancora nascere (il primo satellite al mondo, il sovietico Sputnik venne lanciato nel 1957) e pertanto l’unico strumento per avere informazioni sul nemico – oltre lo spionaggio – era fornito dalla vecchia ricognizione aerea.

In questo clima affatto disteso, quindi, Eisenhower propose che Stati Uniti ed Unione Sovietica si accordassero per istituire dei reciproci voli di ricognizione per permettere ad entrambe le nazioni di ridurre il proprio fare affidamento sulle stime più pessimistiche delle capacità militari altrui e per dimostrare la propria volontà di cooperare per diminuire le tensioni. Allo stesso tempo, proprio perché, come detto, l’era della ricognizione satellitare era ancora di là da venire, i sorvoli avrebbero permesso di raccogliere preziose informazioni di intelligence che forse avrebbero potuto, se non cambiare la storia, non sovrastimare il potenziale militare dell’avversario, come poi avvenne.

L’idea fu rigettata dall’Unione Sovietica con la motivazione che tali voli di ricognizione sarebbero stati solo una mossa per legalizzare l’attività di spionaggio. Voli che, come poi la storia racconterà, sarebbero comunque diventati la regola utilizzando velivoli speciali – come i Lockheed U-2 appositamente nati per questo – senza contrassegni militari o di nazionalità. Non a caso proprio nel 1955 l’U-2 eseguì il suo primo volo di prova.

L’idea rimase in un cassetto sino al finire della Guerra Fredda quando a maggio del 1989 il presidente americano Bush la riesumò per “promuovere e consolidare la tendenza internazionale verso l’apertura già in corso”. L’amministrazione americana pensò che Open Skies potesse essere anche un test per la volontà dei sovietici di progredire nelle relazioni di cooperazione con gli Stati Uniti. Come ebbe a dire lo stesso Bush “Un accesso al territorio dell’avversario di questo tipo, del tutto senza precedenti, dimostrerebbe al mondo il vero significato del termine apertura. La reale volontà dei sovietici di abbracciare questo concetto rivelerebbe il loro coinvolgimento per il cambiamento”.

Il trattato, siglato nel 1992, a differenza dell’idea originaria comprende anche i Paesi della Nato e del Patto di Varsavia, e dopo il tentato colpo di stato del 1991 in Russia le parti in causa si sono accordate singolarmente piuttosto che fare riferimento alle due alleanze, anche in considerazione della dissoluzione della controparte orientale della Nato.

Attualmente il trattato è stato ratificato da 34 Stati facenti parte dei due ex blocchi contrapposti: Stati Uniti, Canada, Russia, Bielorussia, Ucraina, Turchia e tutti i Paesi europei ad esclusione di Austria, Svizzera, Irlanda, Serbia, Albania, Montenegro, Macedonia e Moldavia. Il Kirghizistan ha siglato il trattato sebbene non l’abbia ancora ratificato. La sua durata, dall’entrata in vigore avvenuta nel 2002, è illimitata e qualsiasi altro Stato può parteciparvi.

È stata istituita una commissione, la Open Skies Consultative Commission (Oscc) con sede a Vienna di cui fanno parte rappresentanti di tutti gli stati firmatari del trattato, che è preposta a decidere su qualsiasi implementazione dello stesso o per redimere controversie. La commissione si raduna una volta al mese presso il quartier generale dell’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa che ha sede sempre nella capitale austriaca.

L’obiettivo primario del Trattato Open Skies è ridurre il rischio di un conflitto fornendo ai firmatari la possibilità di raccogliere informazioni sulle attività militari degli altri membri. In particolare le informazioni raccolte dai voli Open Skies possono contribuire a far fronte a problemi nell’ambito civile e militare degli Stati partecipanti al Trattato. Questi possono riguardare l’osservazione di installazioni militari note e dispiegamenti di forze su larga scala, determinare la consistenza – ma non la composizione in dettaglio – di forze militari principali e la costruzione di possibili infrastrutture. Pertanto i voli Open Skies possono contribuire a riconoscere un’inusuale attività militare o un’eccessiva prontezza delle Forze Armate. Queste informazioni possono aiutare una nazione a farsi un’idea accurata delle capacità militari dei propri vicini, provvedere a fornire un allarme precoce per attività militari minacciose, oppure al contrario fornire informazioni preziose che possano servire ad allontanare sospetti e preoccupazioni di possibili escalation.

Secondo il Trattato qualsiasi parte del territorio di una nazione ha diritto ad essere sorvolato senza limitazioni di quota o rotta secondo precise modalità che andremo ora ad esaminare. Ciascuna nazione aderente al trattato ha diritto ad effettuare un certo numero di sorvoli fissati singolarmente: ad esempio l’Italia il diritto di effettuare due voli d’osservazione sul territorio del gruppo di Stati facenti parte della Federazione Russa e della Bielorussia, un volo d’osservazione sul territorio della Repubblica di Ungheria e un volo d’osservazione, congiuntamente con la Repubblica di Turchia, sul territorio dell’Ucraina. Per contrario l’Italia può subire un massimo di 12 voli di osservazione l’anno da parte degli altri membri. Il numero dei voli di osservazione subiti, che si definiscono “quote passive” secondo il Trattato, viene stabilito secondo il criterio di grandezza del territorio nazionale unitamente all’importanza strategica data dagli asset militari presenti: così, ad esempio, nonostante l’Italia sia molto più piccola rispetto al Canada, questa ha le sue stesse “quote passive” e ne ha otto in più rispetto alla Spagna. Russia con Bielorussia e Stati Uniti hanno 42 “quote passive” a testa.

Per quanto riguarda i voli di osservazione, o quote attive, gli Stati Uniti hanno diritto di effettuare otto voli d’osservazione sul
territorio del gruppo di Stati della Federazione Russa e della Bielorussia e un volo d’osservazione, in compartecipazione con il Canada, sull’Ucraina; mentre la Russia e la Bielorussia hanno il diritto di effettuare due voli d’osservazione sul territorio del Benelux, due voli d’osservazione sul Canada, due voli d’osservazione sulla Danimarca, tre voli d’osservazione sulla Francia, tre voli d’osservazione sulla Germania, un volo d’osservazione sulla Grecia, due voli d’osservazione sull’Italia, due voli d’osservazione sulla Norvegia, due voli d’osservazione sulla Turchia, tre voli d’osservazione sul Regno Unito e quattro voli d’osservazione sugli Stati Uniti.

Ciascuno Stato fissa degli aeroporti di arrivo e partenza e delle distanza massime percorribili dagli aeromobili impiegati nelle operazioni Open Skies: così, ad esempio, l’Italia ha stabilito che questi siano gli scali di Milano-Malpensa e Palermo-Punta Raisi, mentre per la Russia sono la già citata base di Kubinka, gli aeroporti di Ulan Ude, Vorkuta e Magadan con Kubinka e Ulan Ude aeroporti di arrivo/partenza per i voli. Per gli Stati Uniti sono Washington-Dulles, la base aerea Travis in California e quella di Elmendorf in Alaska ed il Lincoln Municipal Airport in Nebraska. I siti di arrivo/partenza sono Dulles e Travis mentre ci sono altri quattro aeroporti adibiti solo all’eventuale rifornimento ad Honolulu (Hawaii), alla base aerea di Malmstrom (Montana), all’aeroporto di Phoenix (Arizona) e agli aeroporti Mitchell e McGhee (rispettivamente in Wisconsin e Tennessee).

Ogni volo deve essere preannunciato di almeno 72 ore, in modo da poter dare il tempo allo Stato che lo subisce di occultare i propri asset segreti ma contemporaneamente non dando sufficiente tempo per poter spostare o disperdere grossi assembramenti di forze, questo negli intenti del Trattato ma risulta difficile pensare, oggi, che 72 ore siano insufficienti a tale scopo. Il Paese che riceve il volo ha 24 ore di tempo per confermare la notifica di sorvolo ed in caso per offrire alla controparte un velivolo ad hoc qualora non ne fosse dotato. I voli, che come detto non hanno limitazioni di spazio e quota, non possono però sforare le 96 ore complessive ed il piano di volo presentato dall’osservatore non possono essere modificati se non per questioni di sicurezza o logistiche.

Il Trattato regolamenta anche la tipologia e la risoluzione dei sensori ottici, Ir, radar (che è del tipo ad apertura sintetica posizionato lateralmente lungo la fusoliera) montati sui velivoli adibiti a questi tipi di voli. Nello specifico i sensori, di quattro tipi, hanno le seguenti risoluzioni: per quanto riguarda le fotocamere panoramiche e quelle full frame è di 30 centimetri, al pari dei sensori video, il sistema infrarossi ha una risoluzione di 50 centimetri mentre quella del radar è di tre metri. Ancora per quanto riguarda la sensoristica il Trattato dispone che questa sia immediatamente disponibile per tutte le parti firmatarie, questo significa che la tecnologia deve, per forza, essere del tipo “off the shelf”.

I velivoli utilizzati sono fissati: la Russia, ad esempio, oltre ad Antonov An-30 (usato anche da Bulgaria, Romania, Ucraina e Repubblica Ceca) è autorizzata ad utilizzare un Tupolev Tu-154 ed il nuovo Tupolev Tu-214ON, che proprio ad aprile del 2018 ha fatto il suo debutto sui cieli americani. Gli Stati Uniti hanno una piccola flotta composta da 3 Boeing Oc-135B del 55esimo Stormo di base a Offutt (Nebraska), i quali hanno dato non pochi problemi di affidabilità – si ricorda un atterraggio d’emergenza in Russia di un esemplare nel 2016 – e pertanto l’Usaf sta cercando di trovare un sostituto. Il Canada usa un C-130 appositamente modificato e dotato di pod Samson, utilizzato anche da Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Grecia, Spagna e Portogallo. La Svezia usa un Saab 340, che viene utilizzato anche dal Regno Unito insieme ad Oc-135 americani e Antonov, la Germania, si sta attivando per modificare un Airbus A319.

Dal primo volo, effettuato nell’agosto del 2002 dalla Russia – gli Stati Uniti seguirono pochi mesi dopo, a dicembre – innumerevoli sono state le missioni Open Skies: nel 2008, quindi a sei anni dall’entrata in vigore del Trattato, ne erano già stati effettuate più di 500.

Una delle ultime, oltre a quella già citata sulla Russia da parte di un Oc-135 atterrato all’aeroporto di Kubinka, è avvenuta proprio sull’Italia. Il 17 luglio scorso un Antonov An-30 russo ha effettuato un lungo volo sul nostro Paese facendo scalo a Cervia (Ravenna) e toccando diversi punti strategici. Il velivolo ha seguito una rotta grossomodo “periferica”: decollato dall’aeroporto di Roma-Ciampino ha effettuato il periplo del nostro Paese arrivando sino a Milano-Malpensa via Genova, dove ha poi virato verso sud-est passando per Ghedi, Bologna, e dopo lo scalo di Cervia, sorvolando la linea della costa adriatica, è giunto sino a Taranto dove ha invertito la rotta dirigendosi verso nord quindi toccando Napoli ed infine ritornando a Roma-Ciampino dove è atterrato.

I voli Open Skies sembrerebbero senza storia: dei semplici voli di ricognizione con velivoli dotati di una sensoristica nemmeno troppo sofisticata. Invece, soprattutto di recente, ci sono state controversie internazionali tra Russia e Stati Uniti che hanno portato alla sospensione temporanea delle missioni.

Proprio l’anno scorso il presidente Trump, ad agosto, ha deciso di sospendere i fondi per le missioni Open Skies andando a colpire la capacità della Russia di effettuare le missioni nei cieli degli Stati Uniti. Questo a seguito di un precedente divieto di Mosca ai velivoli Usa di sorvolare l’oblast di Kaliningrad così come la Cecenia e l’Ossezia del Sud – in aperta violazione del Trattato – stabilendo contestualmente un limite di altitudine di sorvolo sulla capitale russa. Controversie che sembrano rientrate quest’anno con la ripresa dei voli.

Nella storia del Trattato non sono poi mancate discussioni tra le parti in causa che hanno riguardato, ad esempio, proprio la risoluzione dei sensori oppure anche il rischio che i dati raccolti – che vengono resi noti obbligatoriamente anche al Paese che ha subito il sorvolo – possano essere ceduti a terze parti (come Stati canaglia o organizzazioni ritenute terroristiche) determinando un pericolo per la sicurezza. In realtà proprio la risoluzione dei sensori, non molto accurata, risulta essere la migliore assicurazione per escludere questa ipotesi, senza considerare che, proprio per la trasparenza di certe nazioni come gli Stati Uniti, informazioni sulla tipologia, dimensioni e localizzazione di certe installazioni sensibili è già di pubblico dominio.