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Che cos’è la rivoluzione iraniana del 1979

La rivoluzione iraniana del 1979 è considerato l’evento che dà vita all’attuale Repubblica Islamica dell’Iran. Nasce dalle proteste sorte l’anno precedente per via delle precarie condizioni economiche del Paese e per un contesto politico contrassegnato dall’autoritarismo dello Scià Reza Pahlavi, sovrano dal 1941. L’epilogo della rivoluzione vede la proclamazione della Repubblica Islamica e l’instaurazione di una particolare teocrazia guidata dal clero sciita.

In Iran vige una monarchia retta dalla famiglia Pahlavi. A seguito dell’abdicazione del padre, nel 1941 a salire sul trono è Reza Pahlavi, il quale da allora controlla saldamente il Paese. La politica dello Scià, questo il nome attribuito ai sovrani della monarchia iraniana, è filo occidentale. A partire dal 1963 Reza Pahlevi promuove la cosiddetta “rivoluzione bianca”. Si tratta di una serie di riforme volte a modernizzare la società e a rendere maggiormente laiche le istituzioni.

In Iran gran parte della popolazione professa l’Islam sciita. Per questo il clero sciita, retto dagli Ayatollah, ha sempre avuto una grande influenza sulla società. Le riforme attuate dallo Scià non piacciono negli ambienti clericali. Ma contro la rivoluzione bianca si pongono anche i nazionalisti, secondo cui più che di modernizzazione è possibile parlare di una forzata “occidentalizzazione” della società.

Le riforme inoltre stentano ad attecchire. Esse appaiono poco popolari al di fuori delle grandi città. Anche perché la rivoluzione bianca comprende una transizione dell’economia verso il capitalismo capace di favorire solo i ceti più ricchi. Negli anni ’70 quindi l’Iran si presenta scosso da diversi tumulti sociali. Da un lato il sovrano alle prese con le riforme, dall’altro una crescente opposizione formata da nazionalisti, clericali e anche marxisti. Nel frattempo l’economia stenta a crescere e alla metà degli anni ’70 la popolazione inizia a manifestare le proprie insofferenze. Lo Scià, per provare a mantenere a bada la situazione, reagisce con il pugno di ferro. Vengono banditi i partiti e le associazioni, viene limitata la libertà di stampa e la monarchia sembra virare verso un certo autoritarismo.

Quella poi passata alla storia come una rivolta in grado di instaurare una teocrazia, nasce invece come una ribellione che vede protagonisti gruppi nazionalisti e marxisti. I primi a scendere in piazza contro lo Scià sono i cosiddetti “Fedayyin-e khalq”, ossia i volontari del popolo. Si tratta di formazioni di ispirazione marxista formati sia da studenti universitari che da operai. Il malcontento popolare di fine anni ’70 alimenta l’opposizione alla monarchia e ai volontari del popolo si uniscono anche gruppi di ispirazione islamista. Questi ultimi sono sostenuti da un clero sciita in decisa rotta di collisione con Reza Pahlavi.

Nella prima metà del 1978 l’Iran inizia ad essere sconvolto dalle proteste di piazza. La situazione è talmente tesa che il governo è costretto a prendere misure drastiche, a partire dal coprifuoco nelle principali città. Le proteste sono aizzate dai volontari del popolo e dal clero sciita. I gruppi di ispirazione marxista decido di accettare la collaborazione islamista. La loro convinzione è quella di riuscire a controllarli e ad evitare un’eccessiva propagazione delle ideologie che parlano di teocrazia e ritorno della Sharia.

Ben presto però la situazione si presenta diversa. Nella popolazione i gruppi sostenuti dal clero hanno maggior presa. Soprattutto nelle province, il loro radicamento territoriale è importante. È dunque grazie agli islamisti che si ha un salto di qualità delle proteste. Nell’economia dell’opposizione, le fazioni appoggiate dal clero sciita acquistano quindi sempre maggior rilievo.

Tra i vari manifestanti emerge poi una figura in grado di conquistare consensi grazie al suo carisma. Si tratta dell’Ayatollah Khomeini. Non è il più dotto tra gli studiosi e i giuristi del clero sciita, ma sotto il profilo mediatico è lui ad attirare all’interno della sua ala migliaia di sostenitori. Da anni, per via dei contrasti con lo Scià, si trova in esilio a Parigi.

Da qui registra costantemente video e discorsi spediti poi in patria. Il commercio illegale di cassette e videocassette favorisce la rivoluzione. In molte case iraniane la voce di Khomeini arriva quotidianamente, in molti lo vedono come possibile guida in un Iran post monarchico. Si arriva dunque a concepire la possibilità di un’alternativa al regno di Reza Palhavi. Per questo la manifestazioni aumentano di intensità. In diverse occasioni si sfidano le norme restrittive di circolazione e si infrange il coprifuoco. La situazione per l’esercito e le autorità di allora diventa poco sostenibile.

A causa delle tensioni interne, il sovrano iraniano inizia a perdere anche l’appoggio internazionale. Gli Usa, alleati di Teheran, nel gennaio del 1979 prendono una precisa posizione: durante la conferenza di Guadalupa, il presidente Carter invita lo Scià ad abbandonare l’Iran.

Dal canto suo il sovrano gioca un’ultima carta. Decide di affidare il governo a Shapur Bakhtiar, benvoluto a livello internazionale e considerato come un esponente capace di guidare il Paese verso una transizione democratica. Bakhtiar accetta ma a condizione che lo Scià abbandoni momentaneamente il Paese. Il 16 gennaio 1979 Reza Palhavi, messo oramai con le spalle al muro e constatato il definitivo fallimento della sua rivoluzione bianca, vola in Marocco. Non si tratta di un provvisorio arrivederci. Lo Scià non metterà più piede in patria. I manifestanti infatti, accolta con giubilo la notizia della partenza del sovrano, chiedono un definitivo esilio. A Teheran e nelle principali città si resta quindi in piazza in attesa di assistere al tramonto della monarchia.

Incoraggiati dalla partenza di Reza Palhavi, i gruppi islamisti decidono di mettersi alla guida della rivoluzione. Da questo momento in poi la protesta prende connotazioni islamiche. Anche perché il 31 gennaio 1979, due settimane dopo l’addio dello Scià, a Teheran fa il suo ritorno l’Ayatollah Khomeini.

Accolto trionfalmente nella capitale, molti iraniani lo vedono come il nuovo capo della rivolta e nuova guida del Paese. Khomeini si pone così alla testa di un consiglio rivoluzionario, il quale sfida lo stesso premier Bakhtiar. Giorno dopo giorno si moltiplicano gli scontri tra i manifestanti vicini all’Ayatollah e l’esercito.

L’11 febbraio però i militari decidono di non intervenire. È l’epilogo anche per il governo di Bakhtiar, il quale si dimette dal suo incarico. Il potere passa così al consiglio rivoluzionario. Formalmente l’incarico di formare un esecutivo provvisorio viene affidato dal clero sciita all’Ayatollah Sadegh Khalkhali. Ma la vera guida, politica e spirituale, è oramai Khomeini.

Con la rivoluzione oramai in mano al clero sciita, viene sancito dalle autorità provvisorie un referendum. Ai cittadini è chiesto se si intende proseguire con la monarchia oppure varare la nascita di una Repubblica Islamica. Il 30 marzo in tutto il Paese si aprono le urne. Con il 98% dei voti la popolazione sceglie la Repubblica Islamica. Nasce così ufficialmente la nuova forma di governo iraniana. L’Islam è alla base del diritto e della società, a capo delle istituzioni sono posti i membri del clero sciita, si instaura una teocrazia con all’interno però apparati laici.

Le nuove leggi varate dopo il 30 marzo impongono l’uso del velo per la donna, la proibizione del gioco d’azzardo, della prostituzione e delle bevande alcoliche. È introdotta anche la pena di morte per reati cosiddetti morali, come tra tutti l’adulterio. L’ideologia voluta dal nuovo corso iraniano rispecchia i dettami della Sharia e prova a fare dell’Iran un Paese guidato unicamente dai concetti islamici. Per controllare l’applicazione delle nuove norme viene fondato un nuovo corpo armato speciale, si tratta delle Guardie Rivoluzionarie, definite in farsi “pasdaran”.

Una prima prova internazionale per la Repubblica Islamica arriva nel novembre 1979. In quel momento Reza Palhavi si trova negli Usa per delle importanti cure contro il cancro. Il nuovo governo di Teheran sospetta della volontà di Washington di armare lo Scià e farlo tornare al potere. Per questo è formalmente chiesta agli Stati Uniti l’estradizione dell’ex sovrano. Ma il presidente Carter risponde negativamente.

Molti studenti universitari, dopo il diniego statunitense, inscenano a Teheran intense proteste dove viene anche bruciata varie volte la bandiera Usa. Il 4 novembre 1979 avviene l’episodio più grave. Un centinaio di manifestanti fanno irruzione all’interno dell’ambasciata americana. Ben 52 tra diplomatici e funzionari vengono presi come ostaggi.

La crisi va avanti per molti mesi. Il 25 aprile 1980 il governo di Carter approva una pericolosa irruzione militare nell’edificio culminato però con la morte di otto militari Usa. La tensione rimane alta fino al gennaio 1981, quando dopo intense trattative diplomatiche gli ostaggi vengono rilasciati. Da quel momento in poi i rapporti tra Teheran e Washington sono destinati a rimanere molto precari.

Il nuovo assetto iraniano intanto prova durante il 1979 a inaugurare anche una nuova conformazione istituzionale. Tra l’estate e l’autunno viene scritta una Costituzione basata sul concetto di Velayat-e faqih, ossia letteralmente “tutela del giurisperito”. Si tratta di un sistema istituzionale a doppio binario. Da un lato vi sono gli organi retti dal clero sciita e dalle istituzioni religiose. Dall’altro vi sono invece gli enti laici retti da soggetti eletti a suffragio universale.

A capo dei due filoni istituzionali vi è la Guida Suprema, individuata nell’Ayatollah Khomeini. Tra gli enti laici spicca la presidenza della Repubblica e il parlamento. Quest’ultimo viene chiamato a dare la fiducia ai ministri scelti dal presidente. Nel dicembre 1979 la nuova Costituzione viene messa al giudizio degli elettori tramite un altro referendum. Anche in questo caso la popolazione si esprime in modo plebiscitario a favore della proposta del consiglio rivoluzionario.