Che cos’è la rivoluzione dei Cedri

Con il termine “rivoluzione dei Cedri” ci si riferisce a una serie di manifestazioni andate in scena in Libano tra l’inverno e la primavera del 2005. Epicentro delle proteste è la capitale Beirut e il casus belli è da individuare nell’assassinio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri. La rivoluzione dei Cedri porta alla caduta del governo di Karami e allo scioglimento del parlamento, nonché all’indizione di nuove elezioni. Ma la conseguenza più grande si ha sul piano internazionale: a seguito delle proteste, la Siria, presente in Libano dal 1976, ritira le proprie truppe.

Alle 12:55 del 14 febbraio 2005 Beirut viene sconvolta da una violenta esplosione. In un lampo la capitale ripiomba nell’incubo vissuto vent’anni prima, quando era il principale fronte avanzato della guerra civile libanese. Il violento boato proviene da una strada vicina all’Hotel Saint George. L’esplosione è provocata da un’autobomba fatta saltare in aria mentre l’arteria adiacente all’albergo vive il consueto traffico dell’ora di punta. In quel momento nel punto dell’esplosione transita l’auto di Rafiq Hariri. Quest’ultimo è l’uomo politico più influente del Libano post guerra.

Primo ministro dal 1992 al 1998 e ancora dal 2000 al 2004, uomo d’affari con stretti legami con l’Arabia Saudita, Hariri imprime il suo nome nella ricostruzione del Paese. Dopo le dimissioni sul finire del 2004, in molti però scommettono su un suo prossimo rientro alla guida dell’esecutivo. Sono però importanti i contrasti con il presidente della Repubblica, Emile Lahoud. Cristiano, considerato vicino alla Siria, è proprio il rapporto con Damasco a far deteriorare i suoi rapporti con Hariri. L’ex premier viene considerato sempre più distante dal governo siriano, presente con il proprio esercito in Libano dal 1976 con le truppe autorizzate a rimanere dagli accordi di Taif del 1989.

L’attentato provoca 22 morti, tra cui lo stesso Hariri e almeno sue 9 guardie del corpo. Ma soprattutto l’agguato scatena indignazione in seno all’opinione pubblica. Nasce un sentimento profondamente anti siriano, che ben presto manda in piazza migliaia di persone.

Sia durante che dopo il funerale di Hariri la capitale Beirut e diverse altre grandi città libanesi sono paralizzate dalle proteste. In centinaia scendono per strada sventolando bandiere del Paese dei Cedri. Per questo la stampa occidentale conia il termine “rivoluzione dei Cedri”. Le manifestazioni non sono legate a una precisa appartenenza etnica o religiosa ma, al contrario, appaiono trasversali. Il filo comune è dato dalla richiesta di allontanamento delle truppe siriane.

Una posizione portata avanti in primis dal Movimento del Futuro, il partito sunnita fondato da Hariri. Ma a questa formazione si aggiungono anche le Falangi cristiano-maronite e i drusi radunati nel Partito Socialista Progressista di Jumblatt. Per loro dietro l’omicidio di Rafiq Hariri c’è proprio la Siria, preoccupata di perdere la propria influenza in Libano.

Al di là degli schieramenti politici, il movimento di protesta che scende in piazza vede la presenza di numerosi giovani. Per loro, a prescindere dall’appartenenza confessionale o partitica, la priorità è rendere Beirut autonoma da Damasco. Non a caso se la stampa occidentale usa il termine rivoluzione dei cedri, nel mondo arabo si parla di “intifada dell’indipendenza”. Le proteste non assumono contorni violenti. Buona parte delle manifestazioni sono pacifiche e non culminano con scontri. Vengono occupate piazze, vie di comunicazione, scuole e università. Il Libano è paralizzato ma, al tempo stesso, non in preda agli spettri della guerra civile.

Le manifestazioni portano il 28 febbraio 2005, a due settimane esatte dall’attentato contro Hariri, alle dimissioni dell’esecutivo. Il governo in quel momento è guidato Omar Karami, sunnita considerato però molto vicino alla Siria. Il presidente Lahoud prende atto del passo indietro, anche in considerazione delle forti pressioni arrivate dalla piazza.

Una volta annunciate le dimissioni, a Beirut si notano scene di festa per strada. Tuttavia la fine del governo di Karami apre la strada anche a un’instabilità istituzionale pericolosa per gli equilibri libanesi interni. I manifestanti inoltre iniziano a chiedere anche un passo indietro del presidente Lahoud. A marzo viene presa la decisione di sciogliere il parlamento e convocare nuove elezioni tra maggio e giugno.

Nella ricorrenza del primo mese dall’attentato, migliaia di persone si radunano a Beirut sia per ricordare Rafiq Hariri e sia per tornare a chiedere alla Siria un passo indietro dal Libano. Qualche giorno prima il presidente siriano, Bashar Al Assad, dichiara in televisione di essere pronto a ritirare le sue truppe entro pochi mesi. Un’affermazione che arriva anche a seguito di una certa pressione internazionale. Oltre a Francia e Usa, le prime potenze a dar manforte alle richieste dei manifestanti, anche Germania e Russia chiedono ad Assad di richiamare i propri soldati. Particolarmente significativa è la posizione di Mosca, storica stretta alleata della Siria.

I gruppi di protesta in piazza in quel 14 marzo vedono nell’allontanamento dei soldati di Damasco la vera svolta decisiva per il Libano. La prova di forza dei manifestanti, i quali parlano di oltre 50.000 persone in strada nella sola Beirut, orienta la cosiddetta rivoluzione dei Cedri verso una linea sempre più anti siriana.

Con lo scioglimento del parlamento e l’indizione di nuove elezioni, le proteste di piazza cambiano anche il quadro politico. In Libano le divisioni partitiche solitamente rispecchiano quelle settarie e confessionali. Dopo l’omicidio Hariri e l’inizio delle proteste, la politica libanese si divide invece in due fazioni trasversali: da un lato la coalizione filo siriana e dall’altro quella invece anti siriana.

Sul primo fronte si trovano i due partiti sciiti di Amal ed Hezbollah, assieme ad altre formazioni minori di orientamento laico. La coalizione viene denominata “Alleanza dell’8 marzo”. Sull’altro fronte invece si assiste a un’alleanza tra il Movimento del Futuro di Hariri, preso in mano dal figlio dell’ex premier assassinato Saad Hariri, i drusi di Jumblatt e i cristiani delle Falangi e delle Forze Libanesi. Assieme danno vita alla cosiddetta “Alleanza del 14 marzo”, in relazione alla data della più grande manifestazione della rivoluzione dei Cedri.

Tra le conseguenze delle proteste anti siriane vi è quella del ritorno di due figure invise a Damasco. In primo luogo si assiste alla riabilitazione politica delle Forze Libanesi, sciolte nel 1994 e da sempre contrarie alla presenza siriana. Il suo leader, Samir Geagea, è in carcere da 11 anni con l’accusa di aver compiuto attacchi anche dopo la fine della guerra civile. Geagea, durante il conflitto, ha rappresentato uno dei leader militari e politici più ostili alla Siria. Durante la rivoluzione dei Cedri in tanti ne chiedono il rilascio. La fine della sua prigionia avviene a luglio.

L’altra figura politicamente riabilitata è quella di Michel Aoun, la cui presidenza nel 1990 termina sotto i colpi di cannone sparati dall’artiglieria siriana verso il palazzo del governo. Da allora vive in esilio in Francia. La piazza ne chiede un rientro. Circostanza che avviene nel mese di maggio. C’è però un colpo di scena: Michel Aoun fonda un nuovo partito, il Movimento Patriottico Libero, il quale si schiera contro la coalizione anti siriana e stringe un’alleanza con Amal ed Hezbollah.

Intanto da Damasco si danno seguito agli annunci di Assad di marzo. A inizio aprile i primi soldati siriani oltrepassano il confine e rientrano in patria. Nel giro di poche settimane, caserme e basi siriane lasciano il Libano e le infrastrutture vengono consegnate all’esercito locale. Se in un primo tempo si parla di un’ultimazione del ritiro entro l’estate, in realtà l’ultimo gruppo di soldati siriani lascia il Paese dei Cedri il 30 aprile. Quel giorno si chiude un’epoca iniziata nel 1976, anno in cui Damasco decide di intervenire direttamente in Libano nell’ambito della guerra civile.

Affievolite le proteste di piazza grazie all’indizione di nuove consultazioni e al ritiro della Siria, il mese di maggio è contrassegnato dalla campagna elettorale. Le votazioni sono fissate a più tappe tra il 29 maggio e la prima decade di giugno. Il Libano va al voto tra non poche incognite. La sfida principale è tra l’Alleanza anti siriana del 14 marzo e quella filo siriana dell’8 marzo.

I responsi premiano, come prevedibile, la prima coalizione. Gli anti siriani conquistano 69 seggi su 128. All’interno dell’alleanza vincitrice il primo partito è il Movimento del Futuro di Hariri, forte di 36 seggi. Seguono i drusi di Jumblatt con 16 deputati, 6 seggi a testa vanno invece ai cristiani delle Falangi e delle Forze Libanesi. Altri 5 posti parlamentari sono assegnati a formazioni minori interne all’alleanza.

Sull’altro fronte, la coalizione filo siriana si ferma a 35 seggi, 15 dei quali attribuiti ad Amal e 14 ad Hezbollah, più altri deputati di diverse formazioni minori. Il Movimento Patriottico Libero di Aoun conquista invece 15 deputati, tra cui lo stesso rientrante leader. Il 30 giugno, a circa un mese dal voto, l’Alleanza del 14 marzo trova l’accordo per eleggere Fouad Siniora quale nuovo primo ministro.

La rivoluzione dei Cedri ottiene importanti risultati nell’immediato, con la fine del governo di Karami, l’indizione di nuove elezioni e soprattutto il ritiro siriano. Ma nel lungo periodo, chi nel 2005 scende in piazza è destinato a rimanere deluso. Il Libano non riesce a superare le divisioni settarie, né a rinnovare la sua classe politica. La tanto attesa autonomia dalla Siria non porta a un Paese in grado di reggere da solo il peso delle sue difficoltà. Lo si vede nel 2006, anno della guerra tra Israele ed Hezbollah, così come nei successivi periodi di instabilità politica contrassegnati da mesi senza governi in carica.

A Beirut si torna in piazza nel 2019 per protestare contro la corruzione e condizioni di vita sempre più esasperanti. Il 4 agosto 2020 un’esplosione all’interno del porto della capitale causa più di 200 morti e blocca ancora di più l’economia. Nell’ottobre 2021 il Paese rimane senza carburante e con una scarsa erogazione dell’energia elettrica. Di fatto, lo Stato sembra scivolare verso il fallimento.

Anni dopo la rivoluzione dei Cedri inoltre viene messo in dubbio il coinvolgimento della Siria nell’omicidio di Rafiq Hariri. Nel 2010 il figlio Saad, in un’intervista sul quotidiano Asharq al-Awsat, ammette di non avere prove sulle responsabilità di Damasco e parla di “accuse politiche” alla Siria. Il 18 agosto 2020 il tribunale speciale per il Libano, incaricato di indagare sull’attentato del 14 febbraio 2005, rileva di non avere prove in grado di accusare ufficialmente il governo siriano per l’omicidio di Hariri.