Che cos’è la Jamahiriya

La Jamahiriya è la forma di governo instaurata in Libia dal 1977 al 2011. Il suo ideatore è stato il rais Muammar Gheddafi, al potere nel Paese nordafricano dal 1969. La Jamahiriya libica ha tratto spunto, da un punto di vista ideologico ed organizzativo, da quanto teorizzato dal Libro Verde scritto dallo stesso Gheddafi negli anni ’70 e pubblicato nell’anno di fondazione della sua forma di governo. La Jamahiriya è rimasta in vigore per 34 anni, venendo abolita nel 2011 a seguito della fine del gheddafismo e dell’uccisione dello stesso rais.

La parola Jamahiriya in arabo non esiste, essa è stata coniata artificiosamente dallo stesso Gheddafi per indicare la sua forma di governo che ha voluto instaurare in Libia. Jamahiriya è quindi un neologismo, ricavato dall’unione di due parole: jamāhīr, traducibile con il termine “masse”, e jumhūriyya, il quale invece indica in arabo Repubblica. Dunque, con Jamahiriya il rais voleva indicare la “Repubblica delle Masse”. Con questo termine, Gheddafi ha voluto indicare la nascita di una forma di governo incentrata sulle masse e sulla partecipazione diretta del popolo al governo del Paese.

La scelta del neologismo inoltre, ha forse voluto simboleggiare per il rais la nascita di una nuova forma di governo non solo in Libia e nel mondo arabo ma, in generale, a livello internazionale. Già dunque dall’etimologia del termine è ben possibile individuare il contesto politico ed ideologico ruotante attorno alla Jamahiriya.

Muammar Gheddafi è salito al potere il 1° settembre 1969, a seguito di un colpo di Stato militare condotto assieme ad un gruppo di ufficiali i quali hanno rovesciato il governo di Re Idris. Il rais, nativo di Sirte ed all’epoca ventisettenne, ha quindi preso le redini della Libia inaugurando la Repubblica. La sua ideologia era nasseriana, ispirata cioè al panarabismo socialista inaugurato in Egitto da Gamal Abd El Nasser, in quel momento al timone del governo de Il Cairo. Obiettivo di Gheddafi era quindi quello di costituire una Repubblica laica e socialista, con la nazionalizzazione dei giacimenti di petrolio e l’espulsione dalle basi militari di americani ed inglesi, in quel momento presenti all’interno della Libia. Altro chiodo fisso di Gheddafi era l’emancipazione dal periodo coloniale e, in tal senso, nel 1970 ha espulso tutti gli italiani ancora residenti in Libia con l’intento di affrancare il Paese dal periodo della colonizzazione italiana.

Nel corso dei primi anni di governo però, complice anche l’improvvisa e prematura scomparsa di Nasser, Gheddafi ha iniziato ad architettare una “nuova via” non solo per la Libia ma, più in generale, per il mondo arabo. Un sentiero socialista, in grado di affrancarsi tanto dal capitalismo quanto dal comunismo uscendo fuori dalla logica dei due blocchi.

Da qui la stesura del suo “Libro Verde”, un colore scelto in onore dell’Islam e con il testo volto ad indicare la sua nuova via della “Repubblica delle Masse” da far intraprendere alla Libia. All’interno del libro, Gheddafi si è occupato di ogni aspetto della vita politica e sociale del Paese che doveva uscire dalla sua nuova rivoluzione. Dalla famiglia al ruolo della donna, passando per quello della tribù, fino all’organizzazione dell’economia e del sistema politico della nuova Libia.

Il Libro Verde è stato pubblicato nel 1977, il 2 marzo di quell’anno è stata annunciata ufficialmente la nascita della Gran Jamahiriya Araba Libica Popolare Socialista, la cui bandiera adottata è interamente verde, proprio come la copertina del testo del rais divenuto a tutti gli effetti riferimento culturale e politico del Paese.

L’architettura istituzionale della Libia della Jamahiriya era diversa rispetto a quella della gran parte degli Stati di oggi. In primo luogo, ad emergere era la mancanza di una chiara divisione di poteri. Non era previsto il parlamento, erano presenti alcuni segretariati che fungevano da ministeri ma con compiti non delineati. Per dare l’idea della complessità del sistema istituzionale previsto nella Jamahiriya, basti pensare che lo stesso Gheddafi è stato formalmente capo di Stato soltanto per i primi due anni, dal 1977 al 1979. Questo perché tale ruolo era appannaggio del segretario generale del Congresso Nazionale, che il rais ha lasciato già a partire del 1979 e dandolo in rotazione ad altri membri di questa istituzione.

Tuttavia, le redini del potere sono sempre rimaste in mano a Muammar Gheddafi, il quale però ha rinunciato ad ogni incarico ufficiale, preferendo invece l’appellativo di “Guardiano della Rivoluzione”. Partendo dal basso, il sistema istituzionale prevedeva la formazione dei cosiddetti “Congressi del Popolo locale” e dei “Comitati del Popolo locale”, al cui interno vi era la rappresentanza delle popolazioni dei vari comuni. Un gradino più in alto si trovavano invece i Congressi ed i Comitati delle Regioni, a cui partecipavano i segretari ed i dirigenti dei Congressi e dei Comitati del Popolo locale. A loro volta, i membri delle istituzioni regionali eleggevano propri delegati da inviare al Congresso del Popolo nazionale ed al Comitato del Popolo nazionale.

Il Congresso si riuniva annualmente e riuniva circa 2.700 delegati da tutto il Paese. I membri eleggevano quindi i segretari e nominavano il Gabinetto. Il Congresso aveva una funzione paragonabile a quella del parlamento, il Comitato invece con i suoi segretariati corrispondeva al governo. Il segretario del Congresso era anche capo di Stato, il segretario del Comitato invece diveniva capo dell’esecutivo. Ma, come detto in precedenza, una netta separazione dei poteri non esisteva. Le varie istituzioni prima elencate avevano il generico compito di rappresentare le istanze della popolazione nei vari livelli locali, regionali e nazionali. La rappresentanza formalmente era diretta: non esistevano partiti, definiti da Gheddafi nel Libro Verde come elementi dittatoriali ed impositivi, né associazioni e tutti i cittadini ufficialmente potevano partecipare alla vita politica senza rappresentanza intermedia.

In cima alla piramide tuttavia, è sempre rimasto comunque lo stesso Gheddafi. In qualità di guardiano della rivoluzione, era lui a tirare le fila politiche della Libia. Da molti analisti, la Jamahiriya libica è stata definita come una “Stateless Society”: di fatto non c’era uno Stato con leggi e costituzioni in grado di determinare il corso della vita politica, molto dipendeva dalla volontà del guardiano della rivoluzione e dunque del rais. Inoltre, la rotazione delle nomine in seno ai Comitati ed al Congresso ha evitato la formazione di poteri diversi rispetto a quelli del guardiano della rivoluzione.

Ma al di là dello schema istituzionale, la Jamahiriya libica ha anche disciplinato un sistema economico complessivamente socialista, con un ruolo molto forte delle istituzioni economiche statali e con importanti interventi volti alla redistribuzione della ricchezza. Quando Gheddafi è salito al potere, la Libia era già un rinomato produttore di petrolio. La qualità dell’oro nero libico ha attirato da sempre l’attenzione di molte compagnie straniere, attratte da caratteristiche del greggio locale che abbattevano i costi di raffinazione. Inoltre, la vicinanza geografica all’Europa ha sempre rappresentato un altro elemento importante agli occhi delle compagnie del vecchio continente. Gheddafi ha nazionalizzato i vari giacimenti, la compagnia libica Noc ha negli anni iniziato ad operare in joint venture con le altre compagnie straniere, tra cui soprattutto l’italiana Eni. Gli ingenti introiti del petrolio sono stati reinvestiti anche per infrastrutture, tra cui il “grande fiume artificiale”, e per programmi di assistenza alla popolazione.

Ogni giovane coppia sposata ad esempio, aveva diritto ad una casa mentre per una vasta fascia di giovani l’istruzione e l’accesso all’università era gratuito. La Libia ha quindi potuto vantare tra gli anni ’90 e 2000 un livello medio pro capite secondo in Africa solo al Sudafrica. I proventi del petrolio hanno potuto contribuire anche al mantenimento della pax libica: in una società, quale quella del Paese nordafricano, dove la tribù è un elemento decisivo i soldi dell’oro nero hanno permesso a Gheddafi di mantenere un sistema di welfare in grado di accontentare gran parte dei poteri tribali.

La sorte della Jamahiriya è stata segnata dallo scoppio delle proteste nell’est del Paese nel febbraio del 2011, sull’onda della cosiddetta primavera araba che poche settimane prima aveva fatto cadere i governi di Ben Alì in Tunisia e Mubarack in Egitto. La guerra seguita a quelle proteste, con l’intervento Nato del 2011 decisivo per la definitiva avanzata del Cnt, il Congresso Nazionale di Transizione anti Gheddafi, hanno provocato la fine dell’esperienza politica iniziata nel 1977.

In Libia come all’estero sono in tanti a chiedersi se la Jamahiriya poteva sopravvivere senza l’avvento delle proteste della primavera araba. Negli ultimi anni la mancanza di partiti politici e di un potere decentralizzato rispetto al rais, ha portato non pochi contrasti all’interno della stessa famiglia Gheddafi. Saif Al Islam, secondogenito del rais, era a favore di riforme in grado di proiettare la Jamahiriya in un contesto più consono alle esigenze di uno Stato. Mutassim Gheddafi, altro figlio del fondatore della Repubblica delle Masse, portava avanti invece istanze più conservatrici. Uno scontro che, alla scomparsa naturale di Muammar Gheddafi, avrebbe potuto ad ogni modo far crollare gli equilibri interni al potere libico di allora. In poche parole, la complessità della Jamahiriya difficilmente poteva garantire una sopravvivenza del sistema a lungo termine. Il 20 ottobre 2011, con l’uccisione di Gheddafi a Sirte, si è definitivamente conclusa l’esperienza libica della Jamahiriya.

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