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Che cos’è l’Internet Research Agency, la fabbrica di troll del Cremlino

Ogni grande potenza che si rispetti dispone di eserciti ombra, paralleli, rispondenti unicamente al comando dello stato profondo – e, talvolta, dello “stato più profondo del profondo” – e attivabili in caso di evenienza. Evenienze come possono essere una pericolosa insurrezione da domare, una quinta colonna da neutralizzare e/o un golpe da prevenire.

Questi eserciti senza uniforme possono essere delle realtà del mercenariato, come l’Academi degli Stati Uniti, l’Agenzia Sadat della Turchia o il Gruppo Wagner della Federazione russa, delle organizzazioni guerrigliere, dei gruppi terroristici e/o delle realtà più complesse, all’apparenza innocue, come una società di servizi di rete utilizzata per portare avanti attacchi cibernetici e operazioni psicologiche. Una società come l’Internet Research Agency.

L’Internet Research Agency (IRA), altresì nota come Internet Research (Интернет исследования), è uno dei più potenti espletatori di misure attive, cioè di operazioni psicologiche, di cui il Cremlino dispone. Fondata tra il 2013 e il 2014, e presumibilmente collegata all’affarista Evgenij Prigozhin – un nome che viene spesso associato al Gruppo Wagner –, l’IRA ha uffici a Mosca, San Pietroburgo – dove si trova il quartier generale, nel distretto di Olgino – e in altre città della Federazione.

Scoperta dalla Novaya Gazeta nell’agosto 2013, l’Ira ha sempre mantenuto il più stretto riserbo su tutto ciò che la riguarda: sfera di attività, organico, entrate e uscite. Gole profonde e inchieste, però, ne hanno rapidamente svelato il vero volto: non una compagnia internet qualsiasi, ma una composta da uno stuolo di psico-guerrieri, hacker e troll tanto abili quanto ben retribuiti.

Negli uffici dell’Ira, da San Pietroburgo a Mosca, si trovano brigate del Web (Веб-бригады) che lavorano notte e giorno, ogni giorno, per diffondere bufale, spargere semi-verità, produrre contenuti divisivi e materiale propagandistico. E lo fanno, ricevendo compensi elevati, allo scopo di manipolare e condizionare gusti, valori e idee dell’opinione pubblica propria e occidentale, anelando al compattamento della prima e alla frammentazione, o meglio alla polarizzazione, della seconda.

I numeri dell’IRA, stando alle inchieste dei giornalisti investigativi occidentali e russi, sarebbero di natura astronomica. Va utilizzato il condizionale perché quando si scrive e si parla dell’Ira nulla è certo, tutto è speculazione. Troppo è, infatti, il mistero che la circonda.

Nella sola San Pietroburgo, dove le inchieste giornalistiche avrebbero scoperto almeno tre edifici adibiti ad uffici multipiano, lavorerebbe un piccolo esercito. Perché uno solo di questi palazzi-ufficio, localizzato in strada Savushkina, sarebbe il contenitore di più di mille di dipendenti.

Circa o più di mille persone a edificio, nella consapevolezza che ne esistono altri a Mosca, di simili dimensioni, e in città minori, di stazza ignota, fanno una squadra notevole, sicuramente superiore alle cinquemila unità. E si tratta di persone che, sempre secondo le inchieste, lavorerebbero su turni anche di dodici ore al giorno, perseguendo obiettivi diari elevati: almeno cento commenti e almeno dieci post per ogni profilo (falso) posseduto. Obiettivi che, se raggiunti (e superati), significano premi produttività a fine mese.

Ma che cosa fanno, di preciso, i troll e gli psico-guerrieri dell’Ira? Aprono profili falsi nelle principali piattaforme sociali occidentali, come Facebook e Twitter, che poi utilizzano per creare gruppi di denuncia, di controinformazione e di protesta politica, per intasare di commenti stordenti le pagine della vittima di turno e per realizzare post virali dall’alto potenziale disinformativo.

Gli obiettivi degli assalti virtuali variano a seconda della contingenza, ma l’analisi dei movimenti e delle azioni dei troll del Cremlino ha appurato che, spesso e volentieri, riguardano l’incitamento alla protesta, l’alimentazione di tensioni interrazziali, la diffusione di tensione tra le categorie sociali e la propagazione di spaesamento in occasione di importanti appuntamenti elettorali.

Quando si tratta di relazioni internazionali, le brigate del web promuovono delle narrative contrarie a quelle occidentali – non per forza false –, mentre quando il tema sul tavolo è la politica domestica russa si accendono fari su Aleksei Navalny, figure dell’opposizione non controllata, e si elogiano le scelte della presidenza Putin, nascondendone e/o minimizzandone i lati controversi.

Il pubblico statunitense ha sentito parlare per la prima volta di Ira nel giugno 2015, quando il New York Times le attribuì la responsabilità per il “caso Centerville”, un falso allarme esplosione all’impianto chimico di Centerville (Louisiana) risalente a un anno prima, l’11 settembre 2014, che fu causa di panico generale tra la popolazione del luogo.

Tre mesi dopo la denuncia del Times, l’Ira avrebbe tentato il colpo grosso ad Atlanta, utilizzando alcuni profili Twitter per veicolare l’idea che fosse scoppiata un’epidemia di ebola nella metropoli. Utilizzando video montati ad arte, e hashtag sensazionalistici come #EbolaInAtlanta, per qualche ora l’Ira riuscì a spaventare gli atlantani più psicolabili e impressionabili.

Sebbene l’Ira operi in tutto l’Occidente, è negli Stati Uniti che ha concentrato il grosso delle misure attive fra il 2014 e il 2020, dedicandosi primariamente a confondere l’elettorato in sede di voto e a polarizzare (ulteriormente) la società su tematiche pungenti e per loro natura divisive come aborto, brutalità poliziesca, diritti arcobaleno, relazioni interrazziali e vaccini.

Tra i maggiori successi dell’Ira in terra americana figurano:

  • Alcuni cortei e marce organizzati nell’aprile 2016 fra Baltimora e New York per protestare contro la morte degli afroamericani Freddie Gray e India Cummings. Cortei e marce organizzati da Blacktivist, una pagina Facebook che successivamente è stata ricollegata all’Ira.
  • Due marce di protesta avvenute a Houston nel maggio 2016, una favorevole e una contraria all’apertura di un centro islamico in città, entrambe organizzate in rete. Organizzate all’interno di due gruppi Facebook gestiti da profili dell’Ira.
  • Un corteo arcobaleno contro la Chiesa battista di Westboro nel maggio 2016, organizzato da un gruppo – LGBT United – poi risultato appartenere all’Ira.
  • Un corteo davanti la Casa Bianca per chiedere sicurezza per i musulmani, avvenuto il 3 settembre 2016, e organizzato dal gruppo Facebook “United Muslims of America”, poi risultato appartenere all’Ira.
  • La realizzazione di un gruppo Facebook abbastanza longevo, BlackMattersUS, che, tra le tante azioni, il 12 novembre 2016 fu capace di radunare diecimila persone a Manhattan per protestare contro Donald Trump.
  • L’organizzazione di marce appositamente concepite per degenerare in scontri, dunque per fornire ai media di tutto il mondo materiale con cui dipingere negativamente gli Stati Uniti. Una tattica tanto intelligente quanto diabolica, perfezionata nel tempo, con la quale l’Ira è riuscita a portare periodicamente in piazza, nello stesso giorno, suprematisti bianchi e neri, fondamentalisti evangelici ed estremisti arcobaleno, xenofobi e fautori dell’accoglienza, sostenitori delle forze dell’ordine e tifosi del Defund the police.

Per le azioni di cui sopra, e molte altre ancora, l’amministrazione Trump, nel settembre 2020, ha introdotto sanzioni contro individui ed entità legati all’Ira, nonché alla persona di Prigozhin. Sanzioni appesantite ed estese dalla presidenza Biden a pochi mesi dall’insediamento, nell’aprile 2021. Sanzioni che, questo è certo, non serviranno a placare l’Ira e sorelle, che rappresentano l’ultima letale evoluzione della guerra ibrida: deterritorializzata, destrutturata, sfuggevole perché residente nell’etere e ostica perché dalle sembianze e dalle capacità di un idra.

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